La messa è finita?

I dati parlano chiaro e confermano la portata di un fenomeno che, in realtà, è sotto gli occhi di tutti. Parliamo di secolarizzazione. Per la precisione, del calo di fede religiosa in Italia. Parliamo, quindi, di fede cattolica: stando ad alcuni numeri, la partecipazione religiosa ha raggiunto oggi il punto più basso della sua curva nella storia del nostro paese. Per quanto la fede sia una questione intima e spirituale, è possibile disegnare il suo andamento sulla base di indicatori che, almeno in termini teorici, sono abbastanza affidabili.

Di recente, il sociologo Marzio Barbagli ha fatto il punto della situazione sulla rivista online Lavoce.info: stando al suo articolo, la quota di praticanti regolari (intesi come persone che partecipano alla messa almeno una volta alla settimana) ha conosciuto un calo significativo dal 1956 al 1981, seguito da un decennio di stabilità e da un nuovo, imponente crollo nel decennio successivo, il nostro. E se dal ’56 all’81 l’Italia ha visto avvicendarsi prima il boom economico e poi gli anni Settanta, ricchi di progresso sociale come di piombo, ci si chiede cosa stia succedendo adesso. Lo abbiamo chiesto a don Erio Castellucci, vescovo dell’arcidiocesi di Modena e Nonantola dal 2015. Ma partiamo dai dati, per dipingere il quadro su cui si è espresso Castellucci.

Stando ai numeri forniti dall’archivio Istat, dal 1995 al 2015 la quota dei praticanti regolari è scesa dal 39,7 al 29 per cento. Una perdita di circa mezzo punto l’anno, con un calo meno significativo nel Mezzogiorno e nelle Isole. Se parliamo di età, mentre nel ’95 la quota di praticanti raggiungeva il suo picco tra i 6 e gli 11 anni, per poi calare fortemente fino al punto più basso dei 30-39 e poi riprendere quota fino agli 80 anni, ultimamente il calo ha interessato proprio i più giovani. La quota più bassa si concentra infatti tra i 20 e i 29 anni. In questa fascia i età, la quota dei praticanti è scesa dal 26,8 per cento al 14,6 per cento. Il dato più interessante è che, mentre la fascia di età più anziana resta più fedele soprattutto al Sud, i ventenni praticanti, proporzionalmente, sono diminuiti più al Sud che al Nord. Un’inversione di marcia rispetto alle classiche peculiarità territoriali su scala nazionale, in termini di fede religiosa. Infine, Barbagli si chiede quali possano essere le implicazioni sociali di questo crollo: più che in termini direttamente politici, si parla del rapporto che gli italiani hanno con la vita domestica familiare, sui comportamenti sessuali, sulle decisioni che riguardano, ad esempio, il fine vita (tema di dibattito sempre crescente in Italia, che in questo senso continua il suo progressivo allineamento con gli altri paesi europei).

Fonte immagine, Il resto del Carlino.
Fonte immagine, Il resto del Carlino.

Castellucci conferma: “è innegabile anche nel nostro territorio – dice – questo calo in termini di partecipazione religiosa: quello che più mi preoccupa, però, è cosa riusciamo a trasmettere nelle nostre celebrazioni”. I dati, secondo il vescovo, sono un risultato che deve spingere a interrogarsi su come la Chiesa può comunicare, al giorno d’oggi, il suo messaggio. “A Modena – continua – siamo assolutamente all’interno della media nazionale: il calo esiste e noi vi siamo dentro non solo a livello regionale, come ho capito parlando con gli altri vescovi in Regione, ma anche all’interno del territorio nazionale”.

Perché questa secolarizzazione? Aldilà dei soliti discorsi sul mondo di oggi e la sua spiritualità inesistente, al massimo nevrotica, che carattere ha questo processo? Cosa riguarda davvero e dove porta la sua strada? “Più che la fede, che è un aspetto intimo, spirituale e soprattutto in grado di dialogare tanto con la scienza quando con la tecnologia galoppante, – dice Castellucci – la secolarizzazione cui assistiamo ha un carattere pratico”. Non bisogna temere, insomma, la capacità della Chiesa di stare al passo coi tempi e di accompagnare i molteplici aspetti del progresso in cui siamo immersi: più che altro, bisogna preoccuparsi di quanto la stessa fede, in questo calo progressivo di partecipazione, possa essere interiorizzata. “La pratica e la partecipazione religiosa – spiega il vescovo – danno forma e sostegno a un insieme di valori quali la solidarietà e l’attenzione verso gli altri”. “Senza questi valori – continua – rischiamo di allinearci a tutta quella schiera di paesi che chiamiamo evoluti, ma che vivono in una condizione di profondo individualismo con effetti assolutamente negativi anche sul benessere dei singoli”.

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La pratica religiosa cristiana, insomma, sarebbe uno dei molti volti di una fede che, nel nostro immaginario di italiani atei, laici o credenti, oscilla tra arretratezza, oscurantismo e strumento di promozione sociale, risposta pratica a esigenze umane di spiritualità. D’altronde, nel pieno del dibattito, ad esempio, sul fine vita, paesi come la Svizzera o la Svezia (per citarne solo un paio) vengono definiti tanto paesi civili e illuminati quanto paesi barbari senza attenzione a una dimensione umana che vada oltre la ragione. Ma, a fronte di un quadro così complesso, ci si chiede se la partecipazione alla messa almeno una volta alla settimana possa essere considerato davvero un indicatore della nostra spiritualità, come ritengono gli scienziati sociali cui fa affidamento Barbagli nel suo articolo. A maggior ragione se parliamo di incontro, solidarietà e necessità di spiritualità in un mondo come quello odierno.

“Non credo si tratti dell’unico indicatore – risponde Castellucci – quanto dei più facilmente calcolabile”. “Ci sono persone – continua – che vivono un senso di profonda appartenenza e simpatia verso la fede cristiana senza andare a messa, così come ci sono persone che fanno attività all’interno di associazioni di ispirazione cristiana senza riconoscersi al loro interno: allo stesso modo, moltissime persone si recano regolarmente a messa senza fare altro”. E c’è chi fa della solidarietà la propria ragione di vita senza professarsi cristiano. Come è facilmente intuibile anche a detta di Castellucci, si tratta di un quadro complesso che ci porta a chiederci, anche e non solo sulla base di questi dati, di quali valori debba farsi portatrice la Chiesa all’interno di questi processi. Se debba più o meno modificare il proprio assetto, e se sì come.

Fonte grafico: Lavoce.info
Fonte grafico: Lavoce.info

“Sui valori di cui dobbiamo farci portatori – dice Castellucci – non c’è nulla di nuovo: si tratta di capire come vadano testimoniati, come debbano far fronte a richieste ed esigenze che non combaciano con questi stessi valori”. Pensiamo, ad esempio, ad adozioni o fine vita, solo per dirne un paio. “La secolarizzazione – risponde Castellucci – non va combattuta in quanto tale, opponendosi a certi tipi di modelli o condannando idee non conformi ai principi in cui crediamo: in questo modo continueremmo a fallire e a perdere terreno”. “Si tratta – continua – di continuare a portare avanti la nostra testimonianza, proponendola come un modello alternativo, portatore di senso e di valore, più che di critica”. L’antica prassi del convertire, insomma. Una bella sfida, oggi: davvero possibile? “Credo che questi dati vadano letti anche, e soprattutto, come una sfida da parte nostra”.

Torniamo ai dati. Perché un calo proprio tra i ventenni, almeno dalle nostre parti? “Oggi – risponde Castellucci – i vent’anni sono l’età in cui si sperimentano più distacchi: si finisce la scuola e ci si trasferisce altrove per studiare, ci si separa dalla famiglia e dalla propria città”. “Questo significa – continua – che se l’esperienza di fede che i ragazzi hanno avuto fino a quell’età non è stata abbastanza forte e significativa, viene abbandonata, o almeno non viene cercata altrove”. Ma cosa rende un’esperienza di fede abbastanza forte, oggi, per un ventenne? “Il contesto, prima di tutto: il gruppo con cui si affronta questo percorso, il suo supporto, il servizio che ognuno fa con chi crede sia importante, che si tratti di bambini, di anziani o di malati”. Attività pratiche, più che principi astratti? “Non si tratta di questo, – risponde Castellucci – questa concretezza è ciò che porta i ragazzi a crescere in determinate convinzioni che compongono la parola di Dio: è qualcosa che si può scoprire continuamente e che un percorso di fede abbastanza vero può saldare, o anche smentire”.

Nell’articolo di Barbargli, inoltre, ci si interroga anche sul ruolo che i tre maggiori fattori del nostro presente possono aver avuto in questo crollo: invecchiamento della popolazione, aumento dell’immigrazione, crisi economica. “Per quanto riguarda l’invecchiamento della popolazione – commenta il vescovo – mi sembra chiaro l’effetto: una minore presenza di giovani in un presente secolarizzato contribuisce al calo della fede tra i più giovani: nel nostro territorio, abbiamo assistito a un dimezzamento dei ragazzi che frequentano il catechismo”. “Per quanto riguarda l’immigrazione – continua Castellucci – l’influenza è certamente presente: solo a Modena, un terzo dei bambini nascono da genitori di altre nazioni con altre confessioni religiose”. Sulla crisi, l’effetto si riflette, più che sui praticanti, sull’attività della Chiesa: “le nostre comunità si trovano a far fronte a necessità crescenti e ingigantite: sempre più famiglie italiane si rivolgono alla Caritas”. Un fattore inverso, in questo senso, rispetto ai primi due.

Monsignor Castellucci insieme a Papa Francesco. Fonte immagine: Diocesi di Forlì-Bertinoro
Monsignor Castellucci insieme a Papa Francesco. Fonte immagine: Diocesi di Forlì-Bertinoro

Per quanto riguarda le differenze tra Nord e Sud, infine, il territorio modenese sembra confermare i dati: “effettivamente – commenta il Vescovo – chi viene dal Sud Italia porta con sé una religiosità più forte e diffusa: ma allo stesso modo molte persone non trovano qui le tradizioni locali cui era legata la loro fede, che di conseguenza perde presa nel nostro territorio”. Ancora una volta, si tratta di esperienze di singoli, complesse e composite, che i dati possono pallidamente, per quanto in modo veritiero, disegnare.

A fronte di tutto questo, viene da chiedersi se la secolarizzazione sia un processo attivo e consapevole, o passivo. Quanta gente, ad esempio, si sbattezza (almeno nel nostro territorio)? “Non tantissima: – risponde il vescovo – indicativamente una decina di persone l’anno”. Ma se la fede sembra scomparire pian piano, allora, che ruolo hanno papi come Giovanni Paolo II o Francesco? Possono indirizzare questo percorso? “Aldilà del fatto che il papa risponde alla fede di tutto il mondo, che comprende quindi culture diverse tra loro seppur cattoliche, il processo di secolarizzazione ha dinamiche interne cui i papi possono far fronte indicando piste pastorali o facendosi testimone di fede, ma senza compiere nessun miracolo”. Il vescovo Castellucci, insomma, non ha ricette segrete o sfere di cristallo: un modello costruttivo, se non altro, è secondo lui il punto di partenza.

In copertina: “Il ritorno del figliol prodigo” di Bartolomé Esteban Murillo

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