La lunga marcia del M5S

Il Movimento 5 Stelle rappresenta un vero laboratorio di postpolitica per gli osservatori (oltre che uno “scoppiettante” produttore di colpi di scena per chi racconta le cronache della nostra politica). In buona sostanza, un’ulteriore conferma del carattere sempre speciale – e, appunto, “laboratoriale” – del nostro Paese dal punto di vista delle sperimentazioni politiche.

In questa fase il M5S sta vivendo una tensione – che non si risolve – tra la sua natura di “movimento” (il dna originario, quello fluido, liquidissimo e magmatico che rimanda alla sua nascita nell’ambiente del web) e l’evoluzione de facto in un partito. Per intenderci, un partito (chiaramente non in un’accezione novecentesca) lo è, ma l’ideologia e la retorica pentastellate del “non partito” vietano di dichiararlo tale, mentre al contempo – ulteriore paradosso postmoderno – si moltiplicano appunto le sue sedi fisiche, proprio quelle che altre formazioni continuano a dismettere. Una specie di “incarnazione” del movimento che rivendica la “sovranità” del popolo della rete e la primogenitura del virtuale, la quale rivela, una volta di più, quanto la sempre annunciata (e costantemente rimandata) rivoluzione pentastellata, oltre che afflitta da qualche “schizofrenia” e contraddizione, si trovi (necessariamente e realisticamente) a dover fare i conti con i medesimi problemi ed esigenze di un qualunque partito.

Così, la forza politica con la maggiore carica antisistemica ha scelto di riproporre il paradigma di partito che è andato per la maggiore dopo la crisi sistemica di Tangentopoli, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta. Ovvero, il partito personale: lo era alle sue origini, quando la power couple formata da Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo concepì in vitro questo ircocervo politico-organizzativo destinato a straordinario successo. E, ancor più, lo si rivela ora. Grillo ha evidentemente deciso di chiudere l’annunciata stagione del «passo di lato» e di «tornare a tempo pieno», che per lui, impareggiabile “animale da palcoscenico”, significa rimettersi letteralmente al centro della scena. Meglio, vuol dire occuparla totalmente, dopo la scomparsa di Gianroberto Casaleggio, e senza neppure l’ombra di un comprimario.

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Grillo in versione “iper-robespierrista” ha decretato l’abolizione del direttorio e ha ricondotto (e ridotto) i “suoi” cittadini-parlamentari al ruolo di portavoce – peraltro un po’ afoni e “senza voce”, visti i suoi continui tweet in cui li invita caldamente a non rilasciare dichiarazioni su “quer pasticciaccio brutto” della giunta romana. Insomma – e lo ha detto a chiare lettere – il capo è solo lui; certo, si tratta del riconoscimento del mero dato di fatto che senza di lui il Movimento 5 Stelle non ci sarebbe e i consensi risulterebbero molti meno, come pure di una misura per mettere il silenziatore alle tensioni interne, che, a occhio, verranno “curate” sempre di più anche a colpi di sanzioni disciplinari e sospensioni, non a caso al centro del nuovo statuto in votazione (o “non statuto”, come si dice da quelle parti) che sta suscitando molti mugugni e mal di pancia tra i parlamentari pentastellati.

Nel movimento dell’uno vale uno c’è, dunque, Uno – l’«elevato», come si è autodefinito nella kermesse palermitana di “Italia 5 Stelle”, corrispondente nei fatti, per il “non partito” che rigetta ogni formalizzazione, a un congresso – che vale più di tutti gli altri. Decisamente di più. Una leadership assoluta che in scienza politica si chiama, giustappunto, “partito personale”. E l’ennesimo paradosso postmoderno (ma non troppo…) di questo movimento-partito. Come il fatto – con cui i competitor dovrebbero seriamente fare i conti – che una forza “antisistema” si rivela fondamentalmente single-issue, che in questo caso è quella del rifiuto dell’establishment e delle classi dirigenti. E, quindi, ottiene consenso anche se le sue performance amministrative risultano deludenti e discutibili (in primis, a Roma), come testimoniano giustappunto praticamente tutti i sondaggi, nel momento in cui scriviamo, attestanti il gradimento stabile o in crescita per i grillini.

Immagini: un comizio a Piacenza di Beppe Grillo nel 2012.

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