La crisi della rappresentanza genera mostri

La crisi della rappresentanza genera mostri

La solitudine dell’individuo postmoderno viene anche (e assai significativamente) dai cambiamenti occorsi nel mondo del lavoro. L’“affaire Foodora”, cartina di tornasole dei nuovi conflitti tra capitale e lavoro, ci obbliga a riflettere a fondo (tanto più in una giornata storica come questa).

0
CONDIVIDI

L’“affaire Foodora” come cartina di tornasole dei nuovi conflitti (per usare un’espressione un po’ vetero e d’antan) tra capitale e lavoro.
Il mese scorso, i rider che fanno le consegne di cibo a Milano e Torino hanno deciso di incrociare le braccia, e di smettere di pedalare, per protestare contro una serie di condizioni contrattuali durissime (pagamento a cottimo – e tremendamente basso –, assenza di copertura sugli infortuni e i guasti al mezzo di trasporto-mezzo di produzione). In buona sostanza, il rischio di impresa scaricato in toto su questi “fattorini postmoderni”, i quali, per giunta, si sono sentiti dire dai manager italiani del colosso tecnologico del food delivery che si tratta di un lavoro per amanti della bicicletta e delle “scampagnate all’aria aperta” (aria non particolarmente pulita, peraltro…) sulle due ruote in città.

A tal punto, visto che il troppo stroppia, da avere indotto il ministro del Lavoro Giuliano Poletti a ordinare un’ispezione negli uffici della multinazionale tedesca. Una sorta di drammatico ritorno all’indietro (per citare un riferimento di immediata, tragica, suggestione: l’ottocentesca e fumosissima Londra dickensiana), e a un lavoro che non viene ricompensato nel modo dovuto – come accade anche in vari (e sempre più numerosi) settori – a dispetto di una certa (troppo) trionfalistica retorica sulle sorti magnifiche e progressive della sharing economy (che in questa, come in altre situazioni, non condivide in verità alcunché, a partire ovviamente dai profitti). In un contesto nel quale le nuove forme di indigenza colpiscono in modo particolarmente virulento proprio i giovani, come ha appena certificato il Rapporto sulla povertà 2016 della Caritas.

Foodora e le sue rivali nel campo della consegna del cibo a domicilio coincidono con uno dei settori fondamentali della gig economy (l’“economia dei lavoretti”), fondata su un’idea di estrema flessibilità per il lavoratore e per il consumatore consentita dalle applicazioni dello smartphone (gig economy, difatti, vale quasi come un sinonimo di app economy). Purissimo job on call (lavoro a chiamata), nel quale l’opportunità di scelta e la velocità di servizio a vantaggio dei consumatori finiscono per ricadere pesantemente sulle spalle (in questo caso, anche letteralmente, sulle gambe) dei lavoratori, mentre a massimizzare i benefici è l’esigua minoranza degli ex startupper che, evidentemente, si ispirano a una filosofia d’impresa che ben poco ha di moderno, e molto invece di antico. E i soggetti deboli di questo conflitto ricorrono a loro volta a un’arma antica del mondo del lavoro, lo sciopero, e lo fanno – ed è questo un altro elemento chiave di questa vicenda – spontaneamente e in assenza di un’organizzazione collettiva di riferimento.

A risultare palese – in questo come in alcuni altri casi – infatti è la debolezza dei sindacati rispetto alla rappresentanza delle giovani generazioni alle prese con la metamorfosi post-postfordista del lavoro; un aspetto problematico e critico sul quale varrebbe la pena fare delle riflessioni specialmente in terre come queste, che avevano visto lo sviluppo e il consolidamento del modello emiliano anche in virtù del buon funzionamento dei meccanismi sindacali e, più in generale, rappresentativi dell’universo lavorativo.
La solitudine dell’individuo postmoderno descritta da Zygmunt Bauman e da altri studiosi, infatti, viene anche (e assai significativamente) dai cambiamenti occorsi nel mondo del lavoro, e dal fatto che nell’epoca liquida i corpi intermedi sono stati piegati dalla spinta poderosa della disintermediazione, un processo ambivalente che ha generato positività, ma presenta anche forti criticità. Perché, appunto, anche di qui passa, e in maniera massiccia, la crisi della rappresentanza politica e sociale, e si misura l’importanza per la stabilità e l’equilibrio della società di quei corpi intermedi che i processi di disintermediazione hanno ultimamente (e drammaticamente) messo in crisi.

Fonte immagine di copertina: Startupitalia.

CONDIVIDI
Insegna "Campaigning e organizzazione del consenso" all'Università Luiss Guido Carli di Roma e alla Luiss School of Government ed è editorialista de La Stampa, Il Piccolo e i quotidiani veneti Finegil.

NESSUN COMMENTO

Rispondi