La costruzione della memoria, tra mitologia e realismo

La costruzione della memoria, tra mitologia e realismo

Il "Viaggio ad Auschwitz" rappresenta ormai da anni un appuntamento che coinvolge centinaia di ragazzi del Modenese. Un'esperienza a diretto contatto con l'orrore della Shoah che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe rendere il rapporto col passato e con la memoria qualcosa di tangibile. E dunque affondare le proprie radici nell'animo in maniera molto più profonda di quanto possa fare qualsiasi "comunicazione mediatica". Eppure, proprio i modelli in cui noi costruiamo i nostri percorsi di memoria, nelle molte occasioni in cui questa viene richiamata, presenta delle fragilità e delle contraddizioni che forniscono strumenti a chi tenta di negarla. Ne abbiamo parlato con lo storico Carlo Saletti, coautore del volume "Visitare Auschwitz", che nel gennaio scorso ha accompagnato i ragazzi nel loro viaggio nella memoria.

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Siamo convinti che celebrare la memoria significhi conservarla. Ignoriamo che negli anni Zero il problema della memoria collettiva ha bussato alla porta più e più volte. Parallelamente a un senso della storia che, come uno dei maggiori teorici del postmodernismo, Frederich Jameson, aveva diagnosticato, va assottigliandosi sempre di più, la televisione ha lasciato spazio al sensazionalismo e all’emotività: la conoscenza storica sembra misurarsi in lacrime, ora. In capacità di agire sullo stomaco, sulla reazione (e non solo la storia, basti pensare agli idoli delle piazze che periodicamente affollano la nostra vita politica). Ci sono storici che, a proposito di grandi tragedie della nostra storia recente, hanno parlato di paradigma vittimario. In breve: la conoscenza storica, per sua natura non immediata e frutto di studio e ragionamento, lascia spazio al bombardamento mediatico, all’immagine, all’emozione. Per quanto riguarda il nostro passato, troppo spesso viviamo di narrazione. E se la storia la smentisce, ci voltiamo dall’altra parte, testardi. Ne consegue una plausibile allergia alla retorica mediatica che, tra i suoi effetti, può comprendere la stessa negazione della memoria.

Dopo il crollo della Prima Repubblica, si è dovuta reinventare una tradizione nazionale

È un discorso lungo, che va ben oltre un’intervista con Carlo Saletti, storico e regista teatrale che quest’anno ha accompagnato gli studenti modenesi ad Auschwitz e Birkenau in occasione del Treno della Memoria. Saletti è autore, tra l’altro, di La voce dei sommersi. Manoscritti ritrovati di membri del Sonderkommando di Auschwitz, il libro che ha ispirato “Il figlio di Saul“, capolavoro del 2015 di Làszlò Nemes, vincitore del Gran Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes dello stesso anno, e vincitore, nel 2016, di un Golden Globe e di un premio Oscar come migliore film straniero e di un David di Donatello come miglior film dell’Unione Europea.

figlio di saul

Ma torniamo per un attimo al problema che il nostro presente intrattiene con la memoria storica. O meglio, con la memoria che sembra contrapporsi alla storia. Recentemente, Giovanni De Luna ha pubblicato un libro intitolato La Repubblica del dolore. Nel volume, lo storico si interroga sul rapporto tra storia e memoria, sulla debolezza delle istituzioni nel trasmettere un patrimonio identitario che affondi le sue radici nella conoscenza storica. Si interroga, infine, sulla costruzione della memoria portata avanti, oltre che sugli schermi, a colpi di leggi. Negli ultimi quindici anni, l’Italia ha visto fiorire decine e decine di leggi sulla memoria. Giornate della memoria, giornate del ricordo, giornate della libertà e delle vittime di qualunque cosa. È un elenco lunghissimo. Le sue tesi si articolano sul filo di numerosi episodi della nostra storia più o meno recente, ma la tesi di fondo è una: dopo il crollo della Prima Repubblica, la classe politica italiana è stata chiamata a reinventare una tradizione nazionale. Di fatto, si trattava di ricreare una nuova italianità sulla base del nostro passato.

I “costruttori di memoria” del nuovo Millennio

repubblicadoloreOgni identità, d’altronde, è figlia della sua storia. Così come è figlio di un solido rapporto con la propria storia quel senso di condivisione e cittadinanza che, fino a prova contraria, dovrebbe caratterizzare una società civile. Secondo le tesi di De Luna, il progetto è fallito, e in gran parte a causa delle modalità con cui si è costruita la memoria del nostro passato: “nel vuoto spalancatosi grazie all’inconsistenza del rapporto con il passato proposto dalla nostra classe politica si sono affermati altri e più potenti costruttori di memorie”, recita. Tra questi, in prima fila, i media. Uno strumento potentissimo se affiancato a una solida conoscenza, una bandiera al vento delle passioni e dell’immediata reazione se assunti a strumento di verità. Parallelamente a questo affidamento del passato alle regole della comunicazione mediatica, secondo le tesi di De Luna, si è affermata la centralità delle vittime, in un infinito gioco di rimbalzi e dita puntate nella “televisione del dolore”.

Il risultato, secondo lo storico, consiste nella mancata costruzione di un bene comune inteso come patrimonio di valori condivisi, e nella divisione del passato in vittime e carnefici. Una dicotomia sterile, su cui galoppa, più o meno plausibilmente, lo spettro del revisionismo. Una memoria, soprattutto, meramente narrativa e celebrativa, che suscita in chiunque sia vagamente allergico alla retorica un vago senso d’insofferenza. In qualche modo, questo discorso investe anche la costruzione della memoria collettiva in tema di Shoah, in cui la prevalenza del racconto sulla conoscenza storica può avere come conseguenza peggiore, più che un vago senso d’insofferenza, il dare adito a quel revisionismo estremo che, in tema di soluzione finale, ha nome negazionismo. Recita De Luna, in conclusione del suo libro: “dalla conoscenza all’emozione e non viceversa, quindi. L’orrore è una delle categorie più abusate nella civiltà delle immagini. Ma l’orrore passa, pronto a essere sostituito da altri orrori. La conoscenza resta e si accumula”.

Auschwitz come “Disneyland dell’orrore”?

Auschwitz non è fuori dalla storia, non è un archetipo del Male, uno di quei miti ‘che attraversano il tempo e sono senza tempo’, ma è una realtà costruita da uomini contro altri uomini”. Si tratta, in qualche modo, di un’esigenza di realismo che il racconto, talvolta, tende a smentire. Ed è proprio celebrando la memoria in questi termini, allora, che rischiamo di cancellarla. Non è facile pensare a come vada costruita la memoria. Nel caso di Auschwitz, poi, il dibattito è cominciato subito. Già nell’immediato dopoguerra gli intellettuali si interrogavano sul senso di ri-costruire e conservare. Alcuni credevano che fosse opportuno non lasciare nulla, se non una targa. Altri ritennero che fosse fondamentale poter guardare, tenere in piedi un monito. Il giornalista ebreo Wlodek Goldkorn, responsabile culturale per L’Espresso, ha definito Auschwitz una “Disneyland dell’orrore”, commentando l’esposizione di capelli relativamente alla cultura ebraica. Alcuni ebrei hanno ritenuto che la musealizzazione di Auschwitz avesse tolto loro un cimitero dove piangere i loro cari. In generale, ci si può interrogare sul senso di annoverare come museo un albergo di orrore come quello. Non tanto per la necessità, non ci sono dubbi, di ricordare l’orrore, quanto perché il museo è il luogo culturale per eccellenza e ci si chiede quale cultura sia mai la nostra, se le cose stanno così.

La memoria come stereotipo

visitareauschwitzMa aldilà di tutto questo, è interessante visitare Auschwitz fermandosi, passo passo, nei punti che i negazionisti utilizzano come esempio delle loro teorie. È quello che ha fatto lo storico Carlo Saletti, autore insieme a Frediano Sessi del libro Visitare Auschwitz, guida all’ex campo di concentramento e al sito memoriale, insieme agli studenti modenesi in viaggio. Saletti ha sottolineato alcuni aspetti delle politiche museali del campo di Auschwitz, in cui la predilezione di una memoria empatica e basata più sul racconto che ogni visitatore ha ricevuto di quel luogo che sul dato storico ha finito per essere controproducente nei confronti della stessa memoria della Shoah. “Per quanto riguarda il nostro passato, viviamo di racconto e narrazione più che di storia” – mi ha detto Carlo Saletti nel corso del nostro secondo incontro, successivo al viaggio. Non siamo testimoni di quel che è accaduto, il nostro presente accade in un bombardamento mediatico che precede ogni forma di ragionamento, le immagini arrivano prima. Aggiungiamoci che la Shoah è uno dei nostri passati più mediatici e mediatizzati: “questo tipo di costruzione della memoria, come quella letteraria o cinematografica, crea orizzonti d’attesa e stereotipi che il visitatore vuole vedere a tutti i costi confermati nel corso della sua visita: spesso le politiche museali fanno leva su questo tacendo, o non insistendo, su aspetti che sembrano in discordanza con il clichè, e i negazionismi ci galoppano su”, ha spiegato Saletti. Quali sono questi aspetti? “Ad Auschwitz i più celebri sono la piscina, il bordello, il teatro e il forno crematorio. Basta cliccare “piscina Auschwitz” su Google per veder comparire a cascata link più o meno complottasti sulla soluzione finale”.

auschwitz

Negare l’evidenza dei fatti storici

Iene del web a parte, per le quali basterebbe il termine ignoranza, senza neanche la dignità di un qualche “ismo”, le teorie negazioniste sono ben più complesse e portate avanti a suon di saggi e dibattiti, spesso da veri e propri intellettuali. “Il negazionismo – mi spiega Saletti – è un termine usato posteriormente per quella che, sin dalla fine del secondo conflitto mondiale, era in realtà una postura intellettuale: i primi protagonisti furono gli intellettuali Maurice Bardèche e Paul Rassinier”. A differenza del revisionismo, cui può e deve essere riconosciuto un ruolo scientifico, il negazionismo non si limita a reinterpretare momenti di storia in modo diverso rispetto a quanto è comunemente accettato dalla storiografia: il negazionismo si spinge a negare l’evidenza di fatto storici provati. Nel caso della Shoah, il negazionismo nega l’esistenza della camere a gas. La tesi è molto semplice: luoghi come Auschwitz e Birkenau non erano altro che campi di lavoro, per quanto particolarmente spietati, al pari dei lager sovietici e di qualsiasi altro campo di lavoro in tempo di guerra. Secondo quest’idea, nessuno di questi campi sarebbe stato concepito e utilizzato come campo di sterminio: la soluzione finale e il genocidio ebraico non sarebbero altro che la più grande menzogna del Ventesimo secolo (fu il titolo di uno dei primi libri negazionisti, nel 1976 di Arthur Butz) a opera di storici bollati come “sterminazionisti”. Come si spiegherebbero i resti dei forni crematori, le fotografie di corpi ammassati l’uno sull’altro, tutto ciò che noi accogliamo come prova del genocidio?

“Secondo queste teorie, i forni crematori non sarebbero altro che strutture per la pulizia e la disinfestazione dei vestiti, mai trasformate in camere a gas, e le numerosissime morti sarebbero solo la conseguenza delle durissime condizioni del campo e della diffusione di malattie, motivo per cui i forni sarebbero stati utilizzati per smaltire i corpi, per motivi igienici e sanitari”. Il negazionismo esplose in Francia negli anni Ottanta, con gli articoli e gli interventi del professore di letteratura francese all’Università di Lione Robert Faurisson. “Fu lui a mandare ad Auschwitz Jean Claude Pressac, farmacista di Lione con competenze scientifiche, al fine di provare le sue teorie: – spiega Saletti – come è immaginabile, non era ben vista una sua visita al sito”. E fu proprio Pressac, che di Faurisson disse “mi ha formato alla critica storica” a cambiare idea in corso d’opera: “consultando i documenti della Bauleitung, cioè della sovrintendenza dell’ufficio costruzioni del campo, Pressac trovò le prove dei piani costruttivi per le camere a gas e le corrispondenze con le ditte, oltre a una mole di altri documenti che provavano la trasformazione in atto dei forni crematori in camere a gas”. Il suo, forse e proprio per questo, fu lo sguardo più completo: “si trovò a rivedere anche le posizioni degli storici non negazionisti – spiega Saletti – che sostenevano che il campo fosse stato progettato già con l’idea di annettervi camere a gas, mentre i documenti dimostrerebbero che si è trattato di un passaggio successivo”. Basterebbe questo, forse, così come il valore delle testimonianze dei sopravvissuti? “Certo, ma il negazionismo fa leva sulle incongruenze o sulle minime discordanze tra le testimonianze: qualcosa di ovvio, di frequente, su cui un intellettuale come Jean Norton Cru scrisse fiumi di carta studiando i meccanismi di costruzione della memoria oculare nella prima guerra mondiale”. Resta da chiedersi perché, allora. Cosa abbia spinto una frangia di intellettuali di quel calibro a sposare questo punto di vista. Come, in fondo, e perché sia nato il negazionismo.

vittime

La Shoah, epitome del male assoluto

“Le teorie sono tante e fanno leva sulle diverse ideologie cui si appoggia la stessa ideologia del negazionismo: – risponde Saletti – si passa dal sostenere che a inventare la menzogna delle camere a gas siano stati gli stessi ebrei con l’obiettivo di far leva sul senso di colpa e ottenere risarcimenti di guerra dalla Germania al fine di finanziare lo Stato d’Israele, alla sindrome del complotto, all’idea che sia stato il frutto della propaganda dei governi alleati per giustificare le guerre posteriori”. “Aldilà dell’incapacità di vedere lo Stato d’Israele come qualcosa di distinto dalla Shoah, il che porta spesso a ragionamenti perversi da una parte come dall’altra, c’è anche chi vuole sfatare il mito della Shoah come epitome del male assoluto: di fatto, le camere a gas differenziano il genocidio ebraico da qualsiasi altra guerra, rendendo la Shoah un fatto extrastorico e incomparabile”. Ma qui ci inoltriamo in un discorso che comprende dibattiti, metodologie e misinterpretazioni strumentali alla negazione che richiedono una conoscenza e un approfondimento su cui varrebbe la pena di scrivere, più che un articolo, un libro.

Ciò che le guide non dicono

Quello che conta è come la costruzione di una memoria che faccia leva più sull’immaginario che sull’esattezza possa fornire materiale a quella che, come appare, è una lettura politica che va ben oltre l’esser revisionisti. Torniamo alla piscina, al bordello, al teatro e il forno crematorio. “Si tratta di esempi lampanti del modo in cui le politiche museali di Auschwitz, per non decostruire un certo tipo di aspettativa da parte dei visitatori, tacciano dettagli che, per quanto irrilevanti e spiegabili nel giro di due parole, possono essere strumentalizzati”, ha spiegato Saletti. “Che ad Auschwitz ci sia un bordello – ha detto fermandosi di fronte a uno dei primi edifici sulla sinistra dopo il celebre cancello – è qualcosa che dalle guide spesso non viene raccontato e illustrato: l’idea che esistessero luoghi di piacere nell’inferno per eccellenza è qualcosa che esce dalla logica del racconto dell’afflizione”.

La stessa cosa vale per il teatro, che troneggia alla fine della prima strada sulla destra, proprio dietro il filo spinato con il simbolo di morte. “Ma afflizione e ‘divertimento’ non si escludono in un luogo del genere: soprattutto dal momento che i cosiddetti luoghi di piacere erano dedicati ai tedeschi, agli oppressori”, ha puntualizzato Saletti. D’altronde, il direttore del campo cresceva lì i suoi figli, e sua moglie coltivava il suo giardino di rose rosse, per cui aveva una vera e propria passione, proprio a qualche metro dal filo spinato che delimitava il forno crematorio. Ci dirigiamo verso la celebre piscina, celebre per l’affollamento di siti dai nomi abbastanza chiari, come “Olodogma” e “Studirevisionisti”, nel momento in cui la si digita su internet. “Si tratta di una piscina vera e propria – dice Saletti – con tanto di trampolino: la sua funzione è palese, ma anche su questo il museo tace”. La targhetta di fronte recita infatti “Vasca d’acqua in forma di piscina”. Non si può dire che ad Auschwitz ci fosse una piscina: per qualche strano motivo, sembra strano che i tedeschi si facessero un tuffo mentre dall’altra parte del muro qualche ebreo veniva fucilato.

la piscina di auschwitz

Per omettere un elemento che, opportunamente contestualizzato, non sembrerebbe neanche poi così lontano dall’inferno in terra che Auschwitz rappresenta, la politica museale serve materiale sul piatto d’argento a chi, con una punta di soddisfazione, mette in fila il sillogismo “se ci mentono su questo, mentono su tutto”. Infine, il forno crematorio. “Quella che fino a qualche tempo fa veniva raccontata dalle guide come la camera a gas originale – spiega Saletti – è stata in realtà ricostruita, peraltro alla bell’e meglio”. Il camino è infatti troppo basso e staccato dalla camera, il che renderebbe impossibile il funzionamento. “Per qualche tempo – ha continuato Saletti – il museo ha taciuto la sua ricostruzione per mostrare ai visitatori il luogo del crimine ‘così com’era, proprio quello’, rendendo tutto più suggestivo: il problema è che, ancora una volta, questo ha permesso a chi sguazzava in teorie nagazioniste di costruire l’idea della grande menzogna, quando in realtà si trattava, ancora una volta, di una costruzione della memoria museale e inesatta”.

La camera, infatti, è stata ricostruita non perché non fosse mai esistita, ma perché, dopo il 1943, era stata trasformata prima in infermeria e poi in rifugio (fu un rifugio, infatti, quello che trovarono i russi al loro arrivo). “L’idea è stata quella di salvare la memoria precedente al cambiamento della destinazione d’uso, – ha spiegato Saletti – nulla di strano per un luogo di memoria, ma il sillogismo di chi sull’omissione di questo procedimento vuole costruire le proprie teorie è sempre il solito: se mentono su questo, allora mentono su tutto”. “Le prove che la camera esistesse – ha detto Saletti, sottolineando come il dialogo coi negazionisti spinga a portare la verità storica su un piano quasi giudiziario, parlando di prove e indizi incriminanti – esistono e sono quelle che scoprì Pressac negli archivi”.

Ad Auschwitz il negazionismo combatte la sua battaglia finale

“Ad Auschwitz, – ha commentato Saletti – il negazionismo combatte la sua battaglia finale”. Qualsiasi cosa succeda ad Auschwitz, si dica su Auschwitz, ha immediata risonanza. In qualche modo, purtroppo, entrare ad Auschwitz è come entrare in un libro, in un manoscritto, prima che in un luogo reale. Lo dimostrano le foto, i commenti delle persone. Gli studenti che, dopo aver scattato una foto al cancello del lavoro che rende liberi, guardano per aria e si accorgono che c’è il sole. A cadenza fissa, e da parte di molti, si sente commentare qualcosa come “però col sole non rende… Bisognerebbe venire a gennaio, con la neve: sarebbe più suggestivo”. Un po’ come se, anziché in un luogo reale che contiene storia con e senza neve, si stesse camminando sul set cinematografico de “La vita è bella”.

I volontari della Fondazione Fossoli, al ritorno al viaggio, si sono recati nelle scuole per avere qualche riscontro del viaggio da parte degli studenti. “Moltissimi sono stati contenti dell’esperienza, del racconto, del fatto di poter vedere coi loro occhi il sito storico della pagina più nera della nostra storia: – hanno detto – altri hanno valutato l’esperienza al di sotto delle loro aspettative”. Non rende, col sole. È vero, non è colpa loro. “Auschwitz sono tanti luoghi, – commenta Saletti – è un luogo di memoria, un sito storico, un monumento, un museo: di Auschwitz riceviamo prima di tutto immagini”. La neve è una di queste. Francesco Guccini ha scritto Auschwitz, o La canzone del bambino nel vento, ad esempio, senza essere mai stato ad Auschwitz: la sua canzone recita “Ad Auschwitz c’era la neve”. Una canzone meravigliosa, guai a chi tocca Guccini, come tutte le altre che ha scritto. Ma il cuore del discorso rimane lo stesso: “la memoria della Shoah viene costruita in modo empatico, affidando la produzione della memoria all’immediata immagine di sofferenza, a quello che già si conosce, già si è visto, ai luoghi raccontati e trasmessi dalla Rai ogni 27 gennaio, a colonne sonore ben precise”, ha detto Saletti.

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Perché andare ad Auschwitz

“Fino a qualche anno fa il Treno della Memoria partiva in gennaio, in occasione della giornata della memoria: un periodo assolutamente proibitivo in cui il freddo e il metro di neve impedivano qualsiasi spiegazione compiuta del sito, del funzionamento del campo e della sua suddivisione, perché era quasi impossibile soffermarsi e spiegare, così come guardare, capire, ragionare sull’inferno che quei luoghi hanno contenuto”.
Andare ad Auschwitz, in fondo, significa sollevare la crosta delle foto, delle immagini, delle colonne sonore e di ciò che è suggestivo per chiedersi come vada costruita la memoria. Quale sia il modo giusto per salvare il ricordo di ciò che, soffiate via, vi prego, il velo di retorica che seppellisce questa frase, non bisogna assolutamente dimenticare. È un problema, forse, che si pone ancora di più oggi, ancora di più nel futuro. Perché pian piano i testimoni scompaiono. Bisogna chiedersi quale sia il modo giusto per far sì che anche chi nascerà tra cent’anni possa ricordare, ragionare, tenere in piedi un monito. È una domanda cui, in realtà, è difficile, se non impossibile rispondere. Ma è possibile pensare a ciò che oggi è sbagliato, quantomeno controproducente, fare. Per esempio affidare al vento del sentimento la memoria collettiva. La Repubblica del dolore di cui parlava De Luna.

Per quanto il sentimento sia una parte ineludibile dei nostri processi conoscitivi, guai ad escluderla, quando si parla di memoria collettiva si parla di qualcosa di più grande. Qualcosa che richiede ragionamento, studio. Qualcosa che richiede futuro e permanenza: man mano che i testimoni si allontanano, la carne viva del sentimento si affievolirà e, se non avremo costruito almeno un pizzico di conoscenza, di ciò che vogliamo ricordare resteranno solo immagini. Suscettibili d’interpretazione come la foto di un particolare senza contesto. Un bombardamento di immagini che infastidirà chiunque abbia bisogno di un minimo di senso critico. D’altronde, succede anche oggi, a chi è ben lungi dal credere a teorie negazioniste. “La memoria empatica, la commiserazione – ha commentato Saletti – sono aspetti fondamentali, ma privati: il patrimonio collettivo della memoria richiede anche altro”.

A chi va affidato questo compito? Al museo di Auschwitz, verrebbe da dire. Eppure il museo, come ogni entità con un pubblico, non fa altro che accogliere le aspettative e gli orizzonti d’attesa di chi vi si reca. Probabilmente, se il sensazionalismo lasciasse spazio a un desiderio di verità spogliata di qualsiasi retorica e i mass media non fossero la cassa di risonanza di una “Repubblica del dolore”, sarebbe possibile ricordare più a lungo e per sempre, affondando a terra qualche caposaldo di ciò che è giusto ed è sbagliato, aldilà di un’esponenziale e collettiva reazione emotiva. Che come ogni reazione a caldo scema pian piano, richiedendo continui stimoli, sempre più forti e sempre più inutili.

 

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Nata a Genova, ma modenese da qualche anno dopo diversi pellegrinaggi. Laureata in Italianistica, è giornalista pubblicista e vive nel Regno Unito dove svolge un dottorato.

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