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In Amazzonia alla “ricerca di se stessi”. Così a Modena si riscopre il turismo psichedelico

Il cosiddetto turismo psichedelico è un fenomeno in ascesa nel mondo occidentale dove il vuoto di valori spinge sempre più europei benestanti a compiere esperienze sempre più estreme. Perché queste persone percorrono migliaia di chilometri, fino in Perù, per assumere una potente sostanza allucinogena come l'ayauasca? Abbiamo parlato con una modenese, Manuela B. una habitué di questi “lunghi viaggi”.

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Manuela B. è una donna modenese che afferma di non avere alcuna familiarità con gli stupefacenti. E’ una insegnante di liceo e counsellor. Nata e cresciuta in una famiglia della media borghesia, ha una storia spirituale complessa. In gioventù era cattolica praticante poi ha sperimentato altre teorie esoteriche e iniziatiche: dai principi del dharma induista, ai chakra buddisti di osservanza tibetana, passando per la mistica ebraica e la Kabala spingendosi fino alle filosofie orientali di autocoscienza. Le ha provate quindi un po’ tutte, dalla cartomanzia, all’astrologia, dai tarocchi alla meditazione trascendentale e alle terapie più alternative. Tutto ciò per compensare un quadro di riferimento valoriale soggettivo che riteneva insufficiente nella sua vita quotidiana inserita nella società moderna “dove l’aspetto razionale regna sovrano e il lato più istintivo viene sistematicamente soffocato”, dice Manuela.

“Non ho nessuna tendenza all’evasione dal presente, la mia vita è a Modena e voglio vivere il mio tempo”, dice la donna. Tuttavia da Modena, Manuela è partita alla volta del Perù per assumere l’ayauasca nel quadro di una cerimonia meditativa animista, il culto seguito dalle popolazioni indigene del Perù.

L’ayauasca è una pianta dagli effetti pesantemente distorsivi e allucinogeni. Consumata da millenni presso le tribù dell’Amazzonia e delle Ande nei rituali animisti indigeni, è da questi considerata una pianta medicinale e curativa. Le finalità dell’assunzione non sono ricreative, da giovani in cerca di facile sballo, ma sacre. Il suo consumo è inserito in un complesso cerimoniale mistico in cui gli assuntori si ritrovano insieme in qualche posto remoto della foresta amazzonica o dei monti andini. Sotto la guida di un santone, chiamato impropriamente “sciamano”, le persone sedute o stese in cerchio sopra un materassino, in una capanna in mezzo all’Amazzonia, bevono il decotto di ayauasca (che significa “liana dello spirito” in lingua indigena quechua). Si tratta di un liquido nerastro dal sapore amaro molto sgradevole. Bastano pochi sorsi per varcare le “porte della percezione”. Una volta bevuta la sostanza l’effetto “sale” in 30 minuti, e il “viaggio” dura circa cinque ore.

L'ayauasca
L’ayauasca

Manuela è stata già due volte in Perù. Un mese fa ha trascorso due settimane nel cuore della foresta amazzonica, ospite della tribù degli Shipibos che usano la pianta da tempo immemore. Volo da Milano, scalo a Madrid, e poi la lunga attraversata dell’Oceano Atlantico fino a raggiungere le coste del Pacifico, a Lima. Dalla capitale del Perù ha poi preso un volo interno in destinazione di Pucallpa, cittadina situata al nord est del paese, nel polmone verde del mondo: la foresta amazzonica. Da Pucallpa ha poi preso un pullman fra le stradine bagnate dell’Amazzonia, costeggiando fiumi equatoriali, spingendosi nelle profondità del cuore più remoto della selva, in una località chiamata San Francisco dove vive da sempre la tribù dei Shipibos.

Manuela si è avvicinata alla cultura andina in un momento di forte crisi personale:“Qualche anno fa, in poco più di un mese, ho perso prima mio padre e poi mia madre, in quel periodo mia sorella è stata ricoverata in una clinica psichiatrica, sentivo che le nozioni sviluppate fino ad allora non erano sufficienti, sentivo di dover fare un passo in più, correre anche dei rischi per scoprire il mio malessere più nascosto, vivisezionarlo per metabolizzare positivamente alcune esperienze fortemente traumatiche”. Toccare il fondo per risalire la china, uscirne vivi e vincenti a costo di attraversare oceani fisici e deserti interiori. Manuela aveva già esperienze di tipo mistico ma fu la conoscenza con la moglie di un prestigioso omeopata, da cui era in cura, a introdurla nel magico mondo dell’animismo psichedelico peruviano. Assieme a quest’ultima ha viaggiato per oltre 10mila chilometri fino alla foresta pluviale sudamericana.

Con Manuela c’era un piccolo gruppo di italiani cultori della materia. L’adesione a queste cerimonie introspettivo-allucinogene è lentamente diventato anche un business per i locali, sedotti dai proventi dei gruppi semi organizzati di facoltosi professionisti in arrivo da Roma, Torino e Milano ma in generale da tutta Europa e dagli Stati Uniti. Si tratta di architetti, antropologi, omeopati, operatori olistici, terapeuti sia tradizionali che alternativi, alla (ri)scoperta del lato più primitivo dell’essenza umana, a contatto con una natura incontaminata ma minacciata dai processi di disboscamento massicci portati avanti dai governi di alcuni paesi sudamericani e alla conseguente lenta estinzione delle comunità indigene della selva. Il consumo dell’ayauasca e la partecipazione diretta ai riti si intreccia così alle lotte ambientali e sociali dei locali per salvaguardare la loro identità, il loro habitat e la loro cultura. “Per partecipare alle cerimonie e per assumere ayauasca ci vuole una preparazione psicofisica seria: niente carne, alcol, o cibi pesanti per una decina di giorni prima dell’assunzione e niente sesso alla vigilia. Il giorno prima si ingerisce una specie di forte lassativo naturale per depurarci”, spiega Manuela.

Il resort amazzonico in cui si reca Manuela B.
Il resort amazzonico in cui si reca Manuela B.

Come per l’LSD se uno ha delle fragilità pregresse può incorrere in serie psicosi: veri incubi equatoriali di pura paura e delirio amazzonico. “Se invece si aderisce al rituale in modo consapevole e responsabile – afferma Manuela – prendere l’ayauasca vale come 100 sedute di psicoterapia”. Durante la cerimonia può succedere di rimettere: “A tutti i partecipanti vengono distribuiti un materassino e un secchio di plastica in caso di vomito”, racconta. I demoni presenti in ognuno di noi si materializzerebbero durante il rito nel loro orrore più intenso ma solo in questo modo, per i seguaci dello sciamanesimo peruviano, sarebbe possibile far fronte ad essi e combatterli. Il trip di ayauasca ha effetti simili a una potente dose di LSD con pesanti alterazioni nella percezione dei cinque sensi.

Alla ricerca di una spiritualità “altra e alta”, della rivelazione definitiva e dell’emancipazione mentale dai propri traumi, questi italiani viaggiano ai confini del mondo: “Sono riti difficilmente esportabili in contesti diversi da quello originale, anche se una volta ho partecipato a una cerimonia di ayauasca organizzata in Italia da amici, veterani di questi viaggi epifanici”, ricorda Manuela. Nel tempo, questa esperienza molto underground è cominciata a diventare un business per i locali. Ultimamente le capanne di legno infiltrate dall’umidità equatoriale sono state soppiantate da veri e propri resort con ogni comodità. Manuela, insegnante di scuola superiore a Modena, si è recata in Perù sfruttano le ferie:”Oltre al biglietto del viaggio, ciascuno paga 60 dollari al giorno (50 euro) tutto incluso: dal cibo, al pernottamento e alle cerimonie che, di norma, si svolgono tre volte alla settimana sempre sotto la guida di uno sciamano indigeno preparato, pronto a rassicurarti e ad assisterti in caso di bisogno”.

In copertina, un’indigena della tribù degli Shipibos.

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Gaetano Josè Gasparini è nato e cresciuto a Bruxelles da padre italiano e da madre peruviana. Consegue la laurea a Trieste, specializzandosi in studi islamici che approfondisce viaggiando a lungo in Medio Oriente. Parla e scrive fluentemente in cinque lingue. Viene dal mondo delle radio comunitarie e del giornalismo online. Dal 2015 gestisce il sito internet di informazione http://comislamicapc.it/ legato alla Comunità Islamica di Piacenza con cui ha realizzato tre documentari sull'Islam in Italia.

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