Il dramma siriano raccontato da una giovane immigrata a Modena

Il dramma siriano raccontato da una giovane immigrata a Modena

Diana Kassem, siriana di 23 anni, studentessa in Scienze Politiche nata e cresciuta a Modena, racconta di un paese tornato all'età della pietra: “E' un disastro umanitario anche sotto il profilo della diaspora, famiglie intere separate, affetti abbandonati, un popolo distrutto”.

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Aleppo bombardata. Fonte immagine: Freedom House.

“E’ una rivoluzione tradita, la fine di ogni speranza di democrazia e libertà, ora il paese è da ricostruire mentre per rifare la rivoluzione bisognerà aspettare almeno una generazione”. Parla Diana Kassem, studentessa 23enne di origine siriana ma nata e cresciuta a Modena. E’ di Homs, altra città prima ribelle e poi martire, rasa al suolo al 90% nel 2012-2013. E’ da Homs infatti che la ribellione è diventata lotta armata, che la rivolta è degenerata in guerra civile.

Diana Kassem
Diana Kassem

Dal 2010 sul campo sono morti almeno un milione di persone e il precipitare della situazione ha costretto alla fuga centinaia di migliaia di siriani poco abituati ad espatriare. I siriani non sono come gli altri immigrati arabi che varcano il Mediterraneo, è un popolo molto istruito che parla il “fussa”, cioè l’arabo classico incontaminato dai dialetti regionali. In confronto all’immigrazione marocchina o tunisina quella siriana è sempre stato molto minoritaria. Risultato di un paese che aveva raggiunto importanti conquiste sociali, un certo benessere economico grazie a un sistema di welfare molto evoluto per il Medio Oriente.

Il rovescio della medaglia è l’assenza dei diritti politici, delle libertà personali e di espressione. Una dittatura instaurata negli anni ’70 dal padre dell’attuale presidente, l’ufficiale dell’aeronautica siriana Hafez al Assad, di confessione sciita-alawita, che prese il potere con un colpo di stato sostenuto dal partito da allora egemone nel paese, il Baath.

Con il Baath nascono una miriade di servizi di sicurezza interna, come il famigerato Mukhabarat, responsabile di migliaia di sparizioni e esecuzioni sommarie: ”Il figlio è peggio del padre, la sua è una vendetta contro intere città che nelle varie fasi della guerra civile si sono sollevate contro di lui”, spiega. Aleppo non si è schierata subito: è il cuore economico del paese, dei bazaar e dei suq, dei lucrosi commerci d’oro, di sapone e di cotone. “La sorte di Aleppo è quella della distruzione quasi completa di una città millenaria come è accaduto prima con Homs”, afferma Diana.

Aleppo, prima della guerra. Fonte immagine: Watchsmart.
Aleppo, prima della guerra. Fonte immagine: Watchsmart.

Le informazioni che riceve questa giovane italo-siriana sono fonti dirette: famigliari e amici bloccati nell’inferno siriano. Alcuni sono riusciti a fuggire: chi in Arabia Saudita o in Turchia, altri in Scandinavia o in Germania. “E’ un disastro umanitario anche sotto il profilo della diaspora, famiglie intere separate, affetti abbandonati, un popolo distrutto”, dice Diana con il cuore pesante. L’universitaria parla spesso con lo zio per telefono grazie all’applicazione Viber. Lui è rimasto intrappolato a Homs “ma vuole scappare dal paese e raggiungere il Libano”.

Altri amici di famiglia sono rimasti ad Aleppo e raccontano di una realtà allucinante: ”I più deboli non sono riusciti a scappare, cioè gli anziani e gli orfani. Ed è partita la caccia al dissidente, al ribelle, e per catturarli e ucciderli tutti Bashar si è accanito contro la popolazione civile superstite, ovvero circa 150mila persone”, dice Diana. Un tempo la città era una metropoli di 3 milioni di abitanti. “Le strade di Aleppo sono irriconoscibili, coperte di macerie, gli edifici polverizzati dall’aviazione russa, in giro c’è un clima di terrore e di regolamento di conti, le persone vengono giustiziate nelle piazze, le teste rotolano per le strade, gli orfani si contano a migliaia; inoltre i miliziani sciiti rastrellano le case e obbligano la popolazione sunnita a convertirsi o a morire, le persone non escono dalle loro abitazioni se non con la forza: con la guerra civile si è scatenato un odio confessionale che il paese non aveva mai attraversato, sospeso da tre generazioni nell’utopia del socialismo arabo e del culto della personalità degli al Assad”, dice la giovane.

Prima della guerra in Siria vigeva un clima di paura e di delazione. Un detto damasceno dice che “la metà della popolazione lavora per il Mukhabarat, e l’altra metà collabora con esso”, cioè fa la spia. Secondo Diana Kassem i prodromi della rivolta diventata guerra civile sono da ricercare nello stato di polizia e nella repressione di un regime dittatoriale gestito in maniera quasi clanica dalla minoranza sciita-alawita del paese, circa il 10%, quanto quella cristiana prima della guerra.

Aleppo bombardata. Fonte immagine: Freedom House.
Aleppo bombardata. Fonte immagine: Freedom House.

Una repressione verso qualsiasi tipo di opposizione al regime. “Bastava poco per farsi arrestare e torturare, magari solo una parola critica nei confronti del presidente le cui immagini tappezzavano ogni strada del paese; mio zio è stato incarcerato per 6 mesi per aver espresso giubilo alla notizia della morte di Hafez al Assad, padre dell’attuale presidente: è uscito dal carcere con la gamba e il braccio fratturato, livido in corpo, l’anima rotta”, rievoca Diana. “Sin da bambina ricordo gli avvertimenti di mia madre appena seduta sull’aereo in volo per Damasco. Mi ripeteva di non parlare mai di politica, di non menzionare mai il presidente e la sua famiglia, di non lamentarsi mai in pubblico”.

Diana e la sua famiglia non possono tornare nel paese se non rischiando il carcere:”C’è una lista nera governativa dei siriani all’estero in cui la mia famiglia, da sempre critica verso il regime degli al Assad, è sicuramente inserita”. Secondo Diana i metodi degli interrogatori siriani sono medievali:”Il regime usa le scariche elettriche, strappano le unghie una ad una”.

Aleppo bombardata. Fonte immagine: Freedom House.
Aleppo bombardata. Fonte immagine: Freedom House.

Quello che più fa soffrire questa giovane italo-siriana che veste in maniera sobria e non porta il velo, benché si dichiari musulmana sunnita, è il fallimento di una rivoluzione democratica, corrotta da troppi attori e interessi: ”E’ dura ammettere che ci hanno abbandonati: i ribelli in Siria non erano tutti tagliagole dell’Isis o di al Nusra, ad Aleppo c’erano i ribelli della prima ora, quelli che rivendicavano un’estensione dei diritti civili e la transizione democratica. Ora il mio paese è tornato all’età della pietra, è un ammasso di rovine su cui incombe la rappresaglia totale di quel macellaio di Bashar al Assad che sta sterminando il suo stesso popolo. E’ ancora più triste osservare che la società è dilaniata dall’odio religioso, un fenomeno che rimarrà nella memoria collettiva: proprio la Siria, un paese multiconfessionale che contava il 10% di cristiani, un’importante comunità ebraica proprio ad Aleppo, e tante minoranze etniche. Ora questo mosaico è esploso in mille pezzi”, dice Diana.

E dire che a un certo punto Diana e la sua famiglia hanno pensato di tornare a vivere in Siria:”Era il 2009, un anno prima della rivoluzione, ci abbiamo pensato seriamente: in Siria se stavi alle regole si stava bene, c’era lavoro, noi avevamo una casa di proprietà mentre in Europa la crisi cominciava a mordere. Ma fossi rimasta avrei aderito alla lotta contro Bashar al Assad”.

In copertina: una piccola rifugiata siriana (Foto in Licenza CC di Bengin Ahmad).

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Gaetano Josè Gasparini è nato e cresciuto a Bruxelles da padre italiano e da madre peruviana. Consegue la laurea a Trieste, specializzandosi in studi islamici che approfondisce viaggiando a lungo in Medio Oriente. Parla e scrive fluentemente in cinque lingue. Viene dal mondo delle radio comunitarie e del giornalismo online. Dal 2015 gestisce il sito internet di informazione http://comislamicapc.it/ legato alla Comunità Islamica di Piacenza con cui ha realizzato tre documentari sull'Islam in Italia.

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