Giovani, tristi e disoccupati. Il dramma dei NEET che tutti sottovalutano

L’acronimo NEET – “not in education, employment or training” – viene utilizzato per la prima volta nel 1999 all’interno di un documento della “Social exclusion unit” del governo britannico. Si trattava allora di un fenomeno relativamente modesto, per lo più legato a particolari situazioni di marginalità sociale. A distanza di tre lustri, questi ragazzi che ormai hanno perso ogni speranza rinunciando sia a studiare che a cercare lavoro, sono un esercito. In Europa, il loro numero è stimato intorno ai 14 milioni, l’Italia da sola ne vanta – si per dire – quasi 2 milioni e mezzo, il 26 per cento dei nostri giovani fra i quindici e i trent’anni. La media europea è del 17 per cento: di nove punti più bassa. Erano già tantissimi – 1 milione e ottocentomila – nel 2008, dunque prima che scoppiasse la lunga crisi economica di cui ancora patiamo le conseguenze. Oltre la metà di questi rimangono inoccupati per più di due anni e per la maggioranza dei casi provengono da classi sociali medio-basse: questo a conferma che gli squilibri generazionali sono strettamente connessi con quelli sociali. Nella nostra Regione, secondo quanto riporta il Rapporto annuale 2015 sul mercato del lavoro in Emilia-Romagna, “tra 2007 e 2014 i giovani NEET compresi tra i 15 e 29 anni sono raddoppiati (+103,4%%), superando la soglia delle 120 mila unità. Nel 2007 rappresentavano il 9,6% della corrispondente popolazione residente compresa tra i 15 e i 29 anni; nel 2014 sono diventati il 20,6% della medesima. L’incremento risulta particolarmente concentrato nella fascia d’età 18-24 anni, la più problematica (+184,5% tra 2007 e 2014)”.

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Fonte del grafico: Rapporto annuale 2015 sul mercato del lavoro in Emilia-Romagna

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Alessandro Rosina, demografo e sociologo della Cattolica di Milano, è autore di diverse pubblicazioni scientifiche e divulgative. L’ultimo suo saggio, edito da Vita e Pensiero, è dedicato proprio ai NEET, è stato presentato ieri nell’ambito degli incontri organizzati dalla Fondazione Gorrieri ‘Per non per perdere la bussola…nell’attualità’. “L’Italia – ha commentato Rosina – è un paese in affanno, prostrato dalla crisi, con troppi freni che ne imbrigliano le energie e ne comprimono la vitalità”. Da demografo, il professore segnala che uno dei riscontri più evidenti di questa depressione economica e sociale è offerto dall’andamento delle nascite. Nel Belpaese, titolava Repubblica appena qualche giorno fa riportando i dati del 2015, le “culle sono sempre più vuote“. Siamo sotto i 500mila nati. Un disastro anche per l’economia, presente e futura, perché un paese di vecchi nel quale milioni di giovani hanno smesso di studiare e non lavorano, centinaia di migliaia se ne vanno all’estero (tra il 2008 e il 2013 sono emigrati più di mezzo milione di connazionali) non è propriamente il naviglio migliore per affrontare il grande mare delle sfide che la globalizzazione impone.

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neet-giovani-che-non-studiano-e-non-lavorano-314674Il numero di NEET nel nostro Paese, “una montagna sempre più elevata”, purtroppo fa dell’Italia “una delle vette più alte d’Europa” in termini di disagio giovanile. Invece, è ovvio “che i giovani siano la risorsa che deve essere messa in campo per ricominciare a crescere. Le sfide inedite della globalizzazione e dell’invecchiamento della popolazione – ha proseguito Rosina – si possono vincere solamente con la promozione della piena partecipazione dei giovani nella società e nel mondo del lavoro”. Ma come ci siamo infilati in questa situazione? Perché l’Italia sembra ormai incapace di tornare a crescere e competere con le principali potenze industriali del mondo? A questo tema, Rosina ha dedicato il suo precedente saggio, ‘L’Italia che non cresce. Gli alibi di un paese immobile‘ edito da Laterza.”Domani possiamo star peggio di oggi – scriveva nell’introduzione il demografo – non c’è nessuna legge di natura che lo impedisca, c’è solo l’azione politica e sociale che può rendere più o meno possibile un generale scadimento del benessere e delle opportunità. Dato che il futuro affonda le sue radici nel presente, le premesse del vivere meglio o peggio nel breve e medio periodo dipendono dalle scelte che facciamo ora. Chi non prepara bene il terreno oggi e non semina con cura non può pretendere di raccogliere buoni frutti domani. Questo vale sia per i singoli che per il sistema paese”.

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Fonte del grafico: Rapporto annuale 2015 sul mercato del lavoro in Emilia-Romagna
Fonte del grafico: Rapporto annuale 2015 sul mercato del lavoro in Emilia-Romagna

Rispetto allo specifico fenomeno dei NEET, scrive: “l’impressione è che non solo da parte della politica, ma anche dei giovani stessi e dei loro genitori ci sia una sottovalutazione dei danni persistenti che una inoperosa attesa all’interno delle mura domestiche produce. Lunghi periodi di inattività portano allo scadimento delle motivazioni e al deterioramento delle competenze, con l’esito di restringere le possibilità di reimmettersi con successo nel mercato del lavoro. Stiamo italianoncresce-rosinaquindi costruendo futuri poveri, le cui problematiche emergeranno in modo più evidente quando non ci saranno più i genitori a sostenerli. Vari studi mostrano come gli individui che restano disoccupati per più di un anno vedono diminuire la probabilità di occupazione futura anche del 30 per cento. Più si estende nel tempo la condizione di NEET e più difficile diventa poi rientrare con successo nel mercato del lavoro, a causa del deperimento del capitale umano, ma anche per le potenziali ricadute in termini di disaffezione, insicurezza e adattamento verso il basso. Il danno non è solo individuale ma diventa sociale per i costi per la collettività che la sua cronicizzazione produce in termini di risorsa lavoro sprecata e di disagi economici e psicologici a cui rispondere”.

“Inoltre (…) la famiglia, abbandonata a sé stessa, risulta essere il peggiore welfare possibile per promuovere un contributo attivo delle nuove generazioni. Ha infatti di fondo una matrice assistenzialista. I NEET, ovvero i giovani che se ne stanno in inoperosa attesa, possono proliferare solo in un paese nel quale non esiste un welfare attivo degno di questo nome ma dove anche si può prolungare sine die la fruizione passiva delle risorse private di padri e madri”.

Il messaggio è chiaro: serve mutare radicalmente situazioni storiche ormai consolidate – croniche – nel nostro Paese. Semplicemente perché “il futuro prima o poi, implacabilmente, arriva. È quello che concretamente saremo fra 10, 20, 40 anni. La questione vera è quindi “quale futuro”.

Immagine di copertina, photo credit: Strawberry and Boredom via photopin (license)

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