Referendum: gli editoriali delle principali testate

Referendum: gli editoriali delle principali testate

Il giorno dopo una campagna referendaria che ha tenuto banco per mesi, oggi è il giorno del profluvio di commenti sulle ragioni della sconfitta del sì. Da domani probabilmente, oggetto di analisi diventeranno sempre di più gli scenari futuri che ci attendono dopo le dimissioni di Matteo Renzi. Qui vi proponiamo una selezione dei più importanti editoriali usciti fino ad ora (in aggiornamento nel corso della giornata).

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Intanto vediamo i risultati che sono ovviamente il primo elemento da cui partire: l’affluenza si è attestata sul 65,5%. Dunque il voto ha mosso una grande partecipazione popolare che tutti i commentatori riconoscono. Qui si può vedere la percentuale provincia per provincia. Modena, con una partecipazione al voto del 76,91% si attesta al terzo posto, dopo Firenze (77,79%) e Bologna (77,11%). Qui invece i risultati del voto, sempre provincia per provincia. Il “no” ha vinto dappertutto ad esclusione della maggior parte delle province emiliano-romagnole e toscane, oltre alla provincia di Bolzano. A Modena hanno votato 514.984 aventi diritto e ha prevalso il “sì” con il 53,06%, il voto più convinto a favore della riforma referendaria di tutta la regione (meglio han fatto solo diverse province toscane). Qui si possono vedere i risultati comune per comune digitandolo nel campo “Cerca il tuo Comune” in basso sulla pagina. Emilia-Romagna, Toscana e Trentino Alto Adige sono le uniche regioni in cui ha prevalso il “sì (qui la mappa dei risultati per regione).

Vediamo ora alcuni tra i più significativi editoriali già usciti a commento del voto (in aggiornamento nel corso della giornata):

Il rischio del salto nel buio” di Mario Calabresi (Repubblica): Un anno fa il premier ebbe la malaugurata idea di trasformare il referendum costituzionale in un plebiscito su se stesso, in una sorta di nuova incoronazione, sperando nel bis delle Europee del maggio 2014, non rendendosi conto che non esiste governo nelle democrazie occidentali che sopravviverebbe a un voto secco dopo mille giorni. Nemmeno Merkel ne uscirebbe con una vittoria. Guardate ai presidenti o ai premier che ci sono in giro, nessuno governa con un consenso superiore al 40 per cento. E a nessuno di loro viene in mente di sfidare la sorte permettendo alle opposizioni e ai malumori di sommarsi e di contarsi.

Referendum, gli errori di Renzi” di Aldo Cazzullo (Corriere della Sera): L’errore di Renzi non è stato soltanto personalizzare il referendum sulle «sue» riforme; è stato proprio farlo. Non è inutile ricordare che il referendum non era obbligatorio: la Costituzione non lo impone, lo consente qualora sia mancata la maggioranza dei due terzi e lo richiedano un quinto dei membri di una Camera, 500 mila elettori o cinque assemblee regionali. Renzi non ha atteso che fossero le opposizioni a sollecitare il responso popolare; l’ha sollecitato lui stesso, per sanare il vizio d’origine, il peccato originale di non aver mai vinto un’elezione politica. Ma un conto è difendere il proprio lavoro da forze contrapposte che ne chiedono la cancellazione; un altro conto è chiamare un plebiscito su se stessi.

Il meraviglioso mondo di Renzi non esiste più (e ora siamo nei guai)” di Francesco Cancellato (Linkiesta): (…) noi italiani non siamo immuni al vento di rivoluzione politica che soffia sempre più forte sull’Occidente. Soprattutto, che Renzi non ne è l’antidoto. Al contrario, nel giro di una notte, è apparso più vecchio e fuori dal tempo di tutti, D’Alema compreso. Lui, la sua camicia bianca con la cravatta stretta, il suo tweet che strizza l’occhio a quello con cui si insediò, il suo concession speech così anglosassone, la sua politica con il sorriso. Una caricatura anacronistica di Bill Clinton, Tony Blair, Luis Zapatero, del suo mito Barack Obama, in un mondo che ha voltato le spalle a questo modello di leader, a questa idea di sinistra liberale, di Terza Via, che ha iniziato a smettere di essere sexy nel gelido autunno del 2008.

L’azzardo sommerso dai no: il disastro politico di Napolitano e Renzi” di Jacopo Tondelli (Gli Stati Generali): (…) prendersela solo con lui, appunto, sarebbe facile, e finirebbe con il trascurare e il nascondere che questa vicenda politica, chi ha messo sulla graticola e ha rischiato di bruciare definitivamente il più grande talento politico prodotto dal centrosinistra da molti anni. O meglio: chi ha costruito un percorso politico e offerto un palcoscenico così alto a un processo che davvero era ancora troppo acerbo. Parliamo di Giorgio Napolitano che ha generosamente – questo sì – e irritualmente accettato un secondo mandato, ma lo ha vincolato da subito a riforme istituzionali la cui urgenza era sicuramente cristallina nella sua mente di uomo del Novecento, mentre il paese sembrava reclamare altre urgenze e scelte politiche più concrete, dopo un quinquennio pieno di crisi e un modello di sviluppo che non stava più in piedi. E ancora, invece di spronare a un cambio di passo l’incedere un po’ lento di Enrico Letta e del suo governo, Napolitano ha avvallato la scalata brutale di Matteo Renzi che in poche settimane è passato da candidato segretario a premier tirandosi dietro un partito che, in buona parte, alle primarie di poco più di anno prima aveva votato il Novecento bonario e fuori tempo di Pierluigi Bersani. A questo quarantenne rampante e dai modi energici, evidentemente, non ha raccomandato abbastanza prudenza. O forse, non ha valutato con abbastanza attenzione il quadro complessivo, di cui le persone, in politica, sono una parte decisiva.

La spallata del popolo della rivolta” di Maurizio Molinari (La Stampa): A votare «No» sono state le famiglie del ceto medio disagiato, impoverito dalla crisi economica, senza speranze di prosperità e benessere per figli e nipoti. Sono stati i giovani senza lavoro, gli operai che si sentono minacciati dai migranti e gli stipendiati a cui le entrate non bastano più. È un popolo della rivolta espressione dello stesso disagio che in Gran Bretagna ha prodotto la Brexit, negli Stati Uniti ha portato alla Casa Bianca Donald J. Trump ed ora coglie un successo nell’Europa continentale che fa cadere il governo di uno Stato fondatore dell’Ue.

Un voto contro Renzi, non per la Costituzione” di Paolo Madron (Lettera43): In poco più di due anni, è passato da una travolgente vittoria (il 41% alle Europee del 2014) a una rovinosa sconfitta. Di chi è la colpa? In gran parte solo sua. In primis per aver impostato questa campagna elettorale come una disfida dell’uno contro tutti, tanto da evocare scenari apocalittici in caso di sconfitta (avesse letto Flaiano, avrebbe capito che in Italia la situazione è grave ma mai seria). Poi per avere bellamente sottovalutato le condizioni economiche del suo Paese, stretto nella morsa di un debito pubblico abnorme e di un sistema bancario che il suo governo ha follemente decantato come il più solido del mondo, salvo poi ritrovarselo a pezzi.

Il referendum in Italia commentato della stampa europea” (da Internazionale): “Gli elettori italiani hanno gettato l’Europa nella confusione dopo che il premier Matteo Renzi ha perso il suo referendum lascia o raddoppia sulla riforma costituzionale e si è dimesso”, scrive il Times. “L’onda di protesta globale antisistema ha ottenuto un nuovo scalpo con un voto che provocherà un’onda d’urto sui mercati finanziari e nelle capitali europee. Gli osservatori temono che l’uscita di Renzi dal potere possa destabilizzare i mercati finanziari, aprire una serie di raid contro le banche italiane e indebolire ancora l’euro”.

Referendum costituzionale: la sociologia del voto” (da T-Mag): Il “No” si è imposto con un ampio margine sul “Sì” al referendum costituzionale. Analizzando la sociologia del voto emerge dalle rilevazioni Tecnè per la diretta di Matrix del 4 dicembre 2016 che il “No” ha prevalso in tutte le fasce di età (soprattutto quelle più giovani: 18-34 anni 68%, 35-44 anni 60,5%), esclusi gli over 64 dove il “Sì” ha ottenuto il 51,6% contro il 48,4%. Anche nella fascia di età 45-54 anni, il “No” ha staccato di diversi punti il “Sì”: 57,8 a 42,2. Il “No” è stato poi votato dal 65,9% dei laureati (il “Sì” si è fermato al 34,1%) e dal 58,1% dei diplomati (“Sì” al 41,9% per questo segmento). Tra quanti hanno dichiarato di avere la licenza media il “No” ha superato il “Sì” 59,5 a 40,5; tra quanti hanno dichiarato di avere la licenza elementare il “No” ha ottenuto il 58,6%, il “Sì” il 41,4%.

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