Erdogan e la repressione. I “Gülenisti” di Modena: “Siamo schedati dall’ambasciata, se torniamo in Turchia ci arrestano”

Per Erdogan, lui e i suoi seguaci sono come la loggia P2: uno stato nello stato che promuove la sedizione e ordisce trame oscure. Per Erdogan è un terrorista passabile della pena di morte che dice di voler ripristinare nel paese. E’ il principale ricercato dalle autorità di Ankara che intanto proseguono con gli arresti di massa e le purghe. Una repressione che ha già colpito decine di migliaia di turchi e coinvolto settori chiave dello Stato come l’esercito, la magistratura, i dipendenti statali, ma anche gli accademici e gli insegnanti, i cronisti, i giornali e le televisioni. Su di lui pende un mandato di cattura internazionale, è accusato dal governo turco di terrorismo e di aver ordito il fallito golpe del 15 luglio 2016 . Ankara ha sollecitato la sua estradizione dagli Stati Uniti dove vive in autoesilio dal 1999.

Parliamo di Fethullah Gülen, imam e intellettuale fondatore del movimento sociale islamico Hizmet, “servizio” in turco. Un tempo erano buoni amici, Recep Tayyip Erdogan e Fetullah Gülen. Entrambi islamisti della prima ora in una Turchia ancora saldamente in mano ai militari difensori della laicità dello Stato. Per anni i loro movimenti e partiti sono stati fuorilegge e i militanti oggetto di persecuzione da parte dei kemalisti, eredi e continuatori di quella modernizzazione secolare anti-musulmana imposta alla società alla fine della Grande Guerra da Mustafa Kemal “Ataturk” (“padre dei Turchi”). Quest’ultimo proclamò la Repubblica forzando un cambiamento epocale e traumatico per il mondo islamico spesso sottovalutato in Occidente: l’abolizione del califfato e del sultanato. All’epoca, nel 1924, quest’evento gettò nel panico milioni di musulmani che si riconoscevano seppur simbolicamente nell’autorità califfale, un istituto fondato nel VII secolo per dare una successione alla guida della comunità islamica nascente, governata nei primi anni da Mohamed il Profeta in persona.

Bahar Turk
Bahar Turk

Il conflitto in corso oggi nel paese euroasiatico, che ha avuto un risvolto locale inedito per Modena, non è un confronto fra destra e sinistra, fra curdi e turchi, fra laici e religiosi. Qui si tratta di una faida tutta islamista per l’egemonia dell’Islam nelle istituzioni e nella società turca che ha radici e precedenti nella storia musulmana. Si tratta di un revival dello scontro fra ortodossia sunnita (sempre legata al potere del sultano) e l’Islam cosiddetto periferico, popolare, accusato di eresia dal sunnismo di Stato. E’ l’Islam spirituale delle “tariqat” (confraternite) sufi, del misticismo islamico, del culto dei santi, come nel mondo cristiano, che in Turchia ha una lunga tradizione. “Fethullah Gülen porta sulle sue spalle l’eredità dell’Islam anatolico che si ispira ai grandi mistici sufi: Jalal al-din Rumi, Yunus Emre e allo studioso Said Nursi. L’Islam che esprime deriva dalla lunga tradizione di convivenza fra popoli culture e religioni dell’Impero ottomano”, spiega Bahar Turk costringendoci a un ripasso storico.

La pax ottomana evocata dalla coordinatrice di Milad era fondata sul cosiddetto sistema dei “millet”, le comunità religiose semi-autonome che popolavano un impero multicontinentale di dimensioni enormi. Queste comunità erano libere di amministrare i propri affari sotto la condizione di pagare la “jizya”, la tassa ottomana per i sudditi non musulmani, e di non ribellarsi al potere centrale. Questo mondo organico e articolato è venuto a mancare con la fragorosa caduta dell’Impero ottomano: “Da lì in poi la Turchia è diventato uno stato-nazione con un’impronta secolare molto marcata: cominciarono le persecuzioni e la limitazione della libertà religiosa, alle donne fu vietato di portare il velo negli uffici pubblici, nelle scuole, nelle università, ci fu un vero tentativo di imporre il cambiamento dall’alto soffocando l’Islam in nome della nuova repubblica secolare, ignorando la profonda religiosità della società”, dice Turk.

Fethullah Gülen. Fonte immagine: fgulen.com.
Fethullah Gülen. Fonte immagine: fgulen.com.

Non stupisce quindi che dopo anni di confino politico i primi partiti islamici legalizzati in Turchia abbiano presto iniziato la loro ascesa al potere in un paese per larga parte rurale e molto legato alla propria tradizione religiosa: “L’Akp è salito al potere rompendo un’oppressione dei laici nei confronti dei religiosi durata troppo a lungo, è stata quasi una risposta fisiologica della maggioranza della società musulmana alla classe politica secolare”. Così Turk spiega il ritorno dell’Islam in Turchia, periodo nel quale le relazioni tra Gülen e Erdogan erano ottime. “La spaccatura è arrivata nel 2013, e rientra nel disegno dell’Akp di eliminare ogni residua protesta nel paese, il movimento Hizmet è un movimento sociale islamico, non un partito, ma la sua influenza nella società turca è radicata e le epurazioni e gli arresti in corso rappresentano un golpe civile in risposta ad un falso golpe militare. Quello che è successo il 16 luglio lo ritengo poco credibile, quasi una messinscena”, sostiene la coordinatrice di MIlad.

Bahar Turk, fervente sostenitrice di Gülen, non esclude che il golpe sia stato un colpo di teatro diretto dal governo per favorire la deriva autoritaria di Erdogan e sopprimere ulteriormente le libertà, assumendo pieni poteri sul paese:”In Turchia c’è una dittatura in corso, un clima di delazione e di terrore. Può succedere di tutto anche se solo sospettati di essere oppositori di Erdogan: io e gli altri componenti dell’associazione Milad saremmo in pericolo se tornassimo oggi nel nostro paese, potremmo essere arrestati”.

Repressione in seguito al fallito colpo di stato. Fonte immagine: Aangirfan
Repressione in seguito al fallito colpo di stato. Fonte immagine: Aangirfan

Come ogni anno Bahar e suo marito, Hasan Fatih Turk, dovevano recarsi in Turchia per le ferie ma hanno deciso di rinunciare a causa del clima politico e delle possibili conseguenze della loro militanza in Hizmet, attraverso l’associazione Milad di Modena. “Finché c’è questa situazione non possiamo tornare è troppo pericoloso, il governo ha richiesto a tutte le ambasciate turche di identificare i militanti di Hizmet e di stilare delle liste nere, i nostri nominativi sono sicuramente riportati e siamo senza dubbio nel mirino: mia sorella mi informa degli arresti di parenti, amici e conoscenti, piange al telefono e teme di non vedermi più”.

Erdogan rappresenta invece l’islamismo politico classico di derivazione araba, non turca. L’Akp è infatti un partito politico di filiazione Fratelli Musulmani, la nave madre di tutti i partiti islamisti contemporanei. Un’ideologia politica con radici arabe ben definite. I Fratelli sono nati alla fine degli anni ’20 in Egitto. Oggi praticamente tutti i partiti islamisti sunniti del Mediterraneo (da Ennahda in Tunisia a Hamas in Palestina) sono di derivazione Fratelli Musulmani. “E’ ironico che Erdogan si erga, soprattutto nel mondo arabo, a continuatore dell’impero ottomano, a nuovo califfo e campione dell’Islam e protettore di tutti i musulmani mentre la sua ideologia è semplicemente assimilabile all’Islam politico classico, quindi arabo. Siamo noi i veri eredi dei valori di convivenza pacifica propri della struttura dell’impero ottomano”, aggiunge Bahar Turk.

Gülen e il suo movimento sono sotto attacco perché Erdogan vuole egemonizzare l’Islam in Turchia. E un predicatore con milioni di seguaci in tutto il mondo e un rete consolidata di scuole, università, biblioteche, associazioni caritatevoli, televisioni, radio e giornali come Gülen è un ostacolo. La sua presenza nella società è forte e i suoi seguaci, inseriti nei gangli del potere, nell’esercito, nella magistratura, sono un freno per l’Akp e la sua idea di islamizzazione della società. “Gülen non è per lo scioglimento dello Stato laico anzi è un sostenitore dello Stato laico, unico mezzo affidabile per garantire la libertà religiosa a tutte le minoranze e evitare discriminazioni”, conclude Bahar Turk.

Recep Tayyip Erdogan durante un incontro commerciale negli Usa. Fonte: US Department of Commerce.
Recep Tayyip Erdogan durante un incontro commerciale negli Usa. Fonte: US Department of Commerce.

Accanto a queste ambizioni Erdogan coltiva da sempre un’agenda in cui l’Unione europea non è più centrale come un tempo, quando i Turchi venivano a elemosinare a Bruxelles non già l’adesione al “club cristiano” (come lo chiamano con disprezzo i funzionari Akp di Ankara) ma soltanto l’apertura dei negoziati per entrare nell’Ue. Oltre a mostrarsi come campione dell’Islam presso gli arabi in un revival fuori tempo massimo del califfato e dell’Impero ottomano, Erdogan ripropone anche un’altra ideologia del ‘900: il panturchismo che si proponeva l’unificazione dei popoli turchi e turcomanni dell’Asia centrale. Una politica rielaborata dal suo ex primo ministro ed ex ministro degli esteri, già ordinario dell’università di Istanbul Ahmet Davutoglu, ritenuta l’eminenza grigia di Erdogan. Una strategia a 360 gradi in cui neo-ottomanesimo, revival califfale e panturchismo si sovrappongono e che mira a riportare la Turchia al centro della scena regionale e internazionale come ai tempi della Sublime Porta. L’idea è di estendere l’influenza turca dai paesi arabi fino al Caucaso e ai popoli turcomanni considerati “cugini”: una strategia che si propaga da Samarcanda fino a Sarajevo, dalle Repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale turcomanne fino al Medio Oriente e ai Balcani ex-ottomani.

In copertina: “La bandiera della Repubblica di Turchia appesa a un edificio in segno di solidarietà a seguito al tentativo di colpo di stato del 15 luglio”. Fonte: Chairman of the Joint Chiefs of Staff.

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