“E qui, verremo a parlare col Signore dandogli del tu”

Dario Fo è morto stanotte a Milano all’età di 90 anni. Dopo 66 anni di strabiliante carriera e un premio Nobel per la letteratura vinto nel 1997 con il monologo teatrale Mistero Buffo (come riportato dalle motivazioni dell’Accademia di Svezia), Fo, giullare, affabulatore, attore, drammaturgo e anarchico ha lasciato un vuoto incolmabile nella storia di questo Paese di cui per tanto tempo ha decantato lodi e raccontato ombre. Insieme alla compagna di vita Franca Rame, ha compiuto una vera e proprio rivoluzione nel mondo del teatro, e con una sensibilità eccezionale e una cultura vastissima, in linea con i sentimenti di protesta che hanno attraversato gli anni ’60 e ’70, ha sempre cercato un teatro capace di indurre alla riflessione distanziandosi dagli ambienti incartapecoriti della borghesia, e scegliendo piuttosto di rivolgersi a un pubblico, almeno in passato, che aveva meno possibilità di frequentare gli ambienti culturali, rendendo la sua opera una voce quasi unica nel panorama teatrale del Novecento, perché “seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”.

I suoi spettacoli, oltre ad avere una forte connotazione politica, erano una esplosione di energia brulicante, un miscuglio favoloso di grande spessore artistico e umano e di un’irriverenza straordinariamente brillante. Dopo gli anni più radicali, Dario Fo si accosta sempre di più ai circuiti più tradizionali, debuttando nel 1978 come regista ne “L’histoire di soldat” di Igor Stravinskij presso il teatro Ponchielli di Cremona con la direzione musicale del grande Claudio Abbado, a cui seguirono decine di altre esperienze altrettanto importanti.

Fo aveva una curiosità inesauribile che lo portava ad avere una preparazione vastissima in moltissimi campi. Anche la storia dell’arte era un ambito che lo interessava, tanto che nel 2015 la Rai ha creato un programma di raccolta di tutti gli spettacoli degli ultimi quarant’anni in cui Fo raccontava le meraviglie architettoniche ed artistiche di Italia e non solo, affiancato dalla sempre presente Franca Rame. Nel ciclo “L’arte secondo Dario Fo” è inclusa anche la città di Modena.

Vedi la puntata integrale su Rai5 di “Il Duomo di Modena, tempio degli uomini liberi – L’arte secondo Fo, puntata del del 27/04/2015.

Un rapporto molto particolare lo legava al capoluogo emiliano, che vanta una delle maggiori opere architettoniche del Paese intero, ovvero il Duomo. Dario Fo così racconta: “Quando venivo a Modena per recitare, prima ancora di andare a teatro, andavo proprio al Duomo di Modena”. Ma perché proprio il Duomo? Oltre alla sua indiscutibile bellezza e pregio artistico, il Duomo di Modena ha una storia davvero speciale. In un filmato della durata di due ore, Fo racconta con la splendide capacità di narrazione la storia di questo tempio che ha significato così tanto per i modenesi e che rappresenta ancora oggi lo splendore di un’epoca. La straordinarietà del Duomo di Modena tuttavia non è certo data solo dal suo aspetto maestoso e imponente. Lo stesso Fo diceva che in Italia sono a centinaia le opere architettoniche che possono vantare altrettanto pregio artistico. Ma il Duomo di Modena è unico. Perché?

duomo

Mille anni fa il popolo modenese sentì l’esigenza di creare un punto di incontro che non si trattasse solo di uno luogo sacro per confrontarsi con l’Onnipotente, ma anche e soprattutto di un luogo in cui la comunità tutta poteva sentirsi a casa. E per la prima volta, i committenti della chiesa modenese non furono né vescovi né imperatori, ma il popolo stesso. I modenesi, come si è detto, sentivano l’esigenza di creare uno spazio per se stessi, per costruire un’idea di comunità, e ogni modenese venne coinvolto in un modo o nell’altro in questa preziosissima testimonianza, che nei nostri giorni l’Unesco ha dichiarato patrimonio dell’Umanità.

Un libro di pietra, come qualcuno ha voluto definirlo, un’opera che racconta dio ma anche la storia dell’uomo. In un’epoca in cui non esisteva il concetto di paternità di un’opera, in cui non era importante che comparisse il nome del creatore, dell’ideatore, Modena diventa una voce fuori dal coro. Sulla facciata del Duomo per la prima volta compaiono i nomi dei costruttori della chiesa, dell’architetto, degli scultori, e coloro che hanno creato non sono gli Anonimi di cui fino ad una certa epoca storica l’arte ha traboccato, ma sono nomi e cognomi, volti, vite. È il popolo che diventa protagonista. Quello stesso popolo che ha deciso di rendere Modena una perla rara, regalando ai suoi posteri un tempio anomalo, ma certamente grandissimo, e dando vita ad una testimonianza storica di rilevanza eccezionale, in cui questi stessi uomini raccontano la storia del loro cammino verso la libertà, che faticosamente hanno percorso fino alla fine.

Dario Fo racconta in modo avvincente l’unicità di questa opera immensa, casa di Dio, che per quasi mille anni è stata soprattutto casa dell’uomo.

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