Della fama e dell’oblio. Il caso Orazio Vecchi

“Tra gli uomini grandi vissuti nella seconda metà del secolo decimosesto e nella prima del susseguente periodo che a buon diritto può chiamarsi de’ giganti della musica, figura non ultimo il modenese Orazio Vecchi. Oltre che egli si distinse tra numerosissimi suoi confratelli nell’arte per l’abbondanza e la popolarità de’ componimenti, in universale grido si mantenne e, sotto un certo rapporto, tuttora si mantiene, essendosi comunemente a lui attribuito il vanto di aver inventato un nuovo genere di musica; quello precisamente del melodramma buffo.” Così descrive Angelo Catelani, nel suo libro Vita e Opere di Orazio Vecchi, il compositore e musicista modenese vissuto a cavallo tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo.

Ma pochi sanno chi sia questo personaggio. I contemporanei lo consideravano, come dice Catelani, un gigante, eppure il suo nome non dice nulla a quasi nessuno. Sebbene Orazio Vecchi appartenga ad un mondo considerato di nicchia, ovvero quello della, chiamiamola così, musica “colta”, nemmeno tra la gente del mestiere è molto conosciuto, anche se negli ultimi decenni il processo di recupero della musica antica ha portato alla luce diverse sue opere, che compaiono ogni tanto in qualche programma di sala. Ma quand’era in vita, a celebrarlo erano in molti. Quali teste decide di tagliare e quali no l’impietosa ghigliottina della storia? Perché alcuni sono sulla bocca di tutti per secoli e altri si disperdono come polvere nell’aria in un battito di ciglia?

Chi era Orazio Vecchi?

fetisTutto ciò che sappiamo della vita di Orazio Vecchi, nato a Modena proprio il 6 dicembre di 466 anni fa, si deve ai documenti firmati da Giambattista Spaccini, che nella sua Cronaca, che racconta in ben 9 volumi le vicende del capoluogo per circa un secolo, racconta anche la storia del Vecchi. Tramite lui si può risalire a qualche dato rispetto all’esistenza del compositore, su cui poi il critico musicale e a sua volta compositore Angelo Catelani realizza un libro, pubblicato a Milano nel 1858, appunto il Vita e Opere di Orazio Vecchi.

Sull’anno di nascita di Orazio Vecchi i pareri sono discordanti, ma l’ipotesi più accreditata, conoscendo la data di morte che è il 1605, è quella che sia scomparso ad un’età piuttosto veneranda, come testimoniano ad esempio il vignolese Ludovico Antonio Muratori, e François-Joseph Fétis, nella sua Biographie universelle des musiciens et bibliographie générale de la musique. Entrambi collocano la venuta al mondo del compositore nel 1550, se non prima. Delle sue origini si sa poco, anche se si può intuire che, considerato che il Vecchi si dedicò alla vita ecclesiastica, provenisse da una famiglia sufficientemente agiata.

Nel 1586, presumibilmente a poco più di trent’anni, Vecchi divenne canonico di Correggio e successivamente la sua vita venne costellata da spostamenti continui, che lo videro prima a Brescia, a Bergamo e poi anche a Venezia. Dopo una serie di pellegrinaggi, decise di stabilirsi nella città che gli aveva dato i natali, ovvero Modena, dove presentò supplica al Comune per avere una sovvenzione che gli permettesse di vivere nella sua città. Vecchi in quel periodo non navigava nell’oro, e il comune assentì elargendogli un sussidio di dieci lire mensili, che il musicista doveva ripagare lavorando come maestro di musica.

Destinato a un futuro brillante

amfiparnasoPrima di insegnare, anche lui era stato allievo, e fin da piccolissimo estremamente promettente. A insegnar la musica al giovane Orazio era stato un frate, Salvatore Essenga Servita da Modena, che in diversi documenti si prodiga in lodi del giovane musicista, annunciandolo come destinato ad un brillante ed eccellente futuro. Fra Salvatore c’aveva visto giusto, e proprio in una delle sue pubblicazioni, nel 1566 riservò uno spazio al primo madrigale del Vecchi, Volgi cor lasso i piensieri nostri altrove, promuovendo così il lavoro del giovane allievo.

Orazio era eccezionale sotto molti aspetti. Non musicava e basta, ad esclusione di qualche verso che verosimilmente fu opera di Alessandro Tassoni, autore della Secchia Rapita (ora simbolo illustre della cittadinanza modenese), ma scriveva le parole dei suoi madrigali, cosa piuttosto inconsueta, seppur tenendo il suo nome sempre celato. Anche ne L’Amfiparnaso, sua opera più importante, l’autore delle parole era infatti lui stesso.

Un poeta? Forse. Di sicuro un grande musicista

tiraboschiSull’ars poetica del Vecchi i pareri sono divisi. Girolamo Tiraboschi, erudito bergamasco morto a Modena, la definiva debole, mentre l’autoctono Muratori più che ottima. L’ars musicale del compositore invece metteva d’accordo tutti. Pubblicò mottetti, canzonette di grandissimo successo, madrigali (composizioni polifoniche talvolta anche con accompagnamento strumentale tipiche dell’epoca rinascimentale e barocca) a Venezia l’importante Amfiparnaso, primo lavoro che coniugava il madrigale e il melodramma, e il Convito (precisamente nel 1597). Dopo l’esecuzione di una messa, nel 1598 venne nominato dall’allora duca modenese Maestro della musica di corte ed istruttore de’ piccoli prìncipi, percependo così un buon salario annuale.

Nel 1600, tornando da Roma, ebbe occasione di ascoltare la composizione che segna l’inizio di un nuovo genere musicale. L’Euridice di Jacopo Peri fa da spartiacque tra l’era della polifonia e quella all’insegna della monodia accompagnata inserita in una drammaturgia ben precisa, con tanto di personaggi e contenuti mitologici, ovvero, nella sua forma primigenia, quella che chiamiamo opera. Tornato a Modena, nel 1603, il Comune della città decise di assegnare al Vecchi un salario di cinquecento lire, dopo una raccomandazione di un ambasciatore cesareo che si rivolse al comune spendendo per Vecchi parole di gran lode e merito. Dopo aver guadagnato tanta stima, Orazio venne chiamato alla Corte Imperiale.

Nonostante la sua occupazione sacerdotale, il Vecchi era di carattere sanguigno e gioviale, questo spiega come i suoi interessi musicali vertessero non solo su argomenti sacri, ma anche su quelli profani. Nonostante i successi, la vita del Vecchi non mancò di dispiaceri. Catelani ci racconta che in prossimità della sua morte, il Vescovo di Modena lo sollevò dalla sua mansione di maestro di cappella proprio del Duomo, e non meno dolorosa fu per Vecchi la scoperta dell’infingardaggine del suo allievo preferito, tale Capilupi, che fece le scarpe al suo maestro congiurando contro di lui anni prima per ottenere il suo posto. Vecchi muore nel 1605, lasciando musica e oggetti preziosi ad un nipote, e viene portato al sepolcro senza nemmeno accompagnamento musicale. Non esistono effigi che lo ritraggano. Solo un’epigrafe all’entrata del Teatro comunale di Modena, che così recita: Orazio Vecchi divide col Rinuccini la gloria d’inventare l’opera in musica.

 

Messa in scena dell'Amfiparnaso (Foto Warren Stewart).
Messa in scena dell’Amfiparnaso (Foto Warren Stewart).

Le composizioni del Vecchi ebbero un enorme favore tra il pubblico dell’epoca, sia per originalità che per abbondanza. Vecchi veniva apprezzato anche da figure di spicco, come l’arciduca Ferdinando d’Austria, e da altri nomi illustri. Seppur a posteriori molti gli attribuiscano il merito di aver inventato il melodramma buffo, non è così, come giustamente osserva Catelani. Ma certo al Vecchi si deve riconoscere l’assoluta unicità e soprattutto il fatto che per primo “aveva adattata l’armonia ad intere lunghe scene dialogizzate sotto una cotal forma di burle e di farsette, quasi ad un vero dramma appartenessero.” Prima di tutti quindi, “a cosa trovata od esistente diede una estesa e non praticata applicazione.” Nonostante il titolo altisonante che oggi gli attribuisce il Teatro modenese e gli innumerevoli trionfi collezionati all’epoca, “tanto fu legittima la rinomanza ch’egli godette in vita qual compositore di musica sacra e profana, quanto ingiusta la dimenticanza in cui fu lasciata cader dopo la morte la memoria di lui”, dice Catelani.

Perché tutti si sono dimenticati di Orazio Vecchi?

banvardA parte un istituto musicale che porta il suo nome e i revivalisti della musica antica, tutti sembrano essersi dimenticati di Orazio Vecchi. Riformuliamo quindi la domanda dell’inizio: perché qualcuno passa alla storia e qualcun altro no? Se lo sono chiesto in molti. Lo scrittore statunitense Paul Collins ha deciso di scrivere un libro, La follia di Banvard, proprio sull’argomento, decidendo di raccontare le vicende fantasmagoriche di tredici sconosciuti che, per un motivo o per l’altro, nonostante le loro prodezze in vita, sono finiti nel dimenticatoio della storia. Come ad esempio il francese François Sudre, che si illuse di creare una lingua comprensibile a tutti, ciechi e sordi compresi, con la sua Langue musicale universelle. Basandosi sulle sette note si inventò il Solresol, lingua musicale che promosse in tutto il globo. O ancora, la tragica storia di Ephraim Bull, che realizzò la vite da cui ancora oggi si ricava l’uva Concord, usatissima in tutta l’America, senza però mai guadagnarci un soldo e arricchendo invece altri al posto suo. O la clamorosa vicenda di John Banvard, che dà il titolo al libro, primo pittore milionario che dipinse il fiume Mississipi in tutta la sua lunghezza, diventando tanto famoso in vita quanto dimenticato dopo la morte. Proprio come Orazio Vecchi.

E allora cos’è successo di così tremendo per confinare questi personaggi nell’oscurità? La tendenza generale è attribuire il successo di una persona alla persona stessa. In gioco ci sono molti elementi legati all’etica dell’hard work di impronta statunitense, che contribuiscono nella buona riuscita di un progetto. D’altronde, Edison diceva “Il genio è per l’un per cento ispirazione e per il novantanove percento traspirazione.” Secondo questa lettura, le responsabilità dell’individuo nell’ottenimento del successo nella vita è davvero fondamentale. Parimenti, per ogni fallimento la causa siamo noi stessi. Orazio Vecchi non è passato alla storia? In molti risponderebbero: non era abbastanza bravo. Forse. Certo Catelani e molti altri contemporanei non sarebbero di questo parere. E infatti aggiunge:

“Accade di molti nobilissimi ingegni che vivuti oscuramente e morti senza fama per difetto di occasioni opportune a segnalarsi, o per contrarietà di accidenti, han ricevuto da’ posteri tarda riparazione ad ingiustizie contemporanee, sono risorti nella meritata stima ed hanno fruito di postumi entusiastici onori pe’ capolavori lasciati: ad altri avviene che venuti meno ad una vita di lieti successi, dopo lasso di tempo sono caduti nella più assoluta oblivione, non ostante che un non cieco favore gli abbia costantemente sostenuti nel corso di loro brillante carriera. L’ultimo caso si verificava in Orazio Vecchi.”

Collins ci spiega: “Dimenticati nelle note a margine della storia, vi sono pensatori tanto brillanti quanto inesorabilmente destinati al fallimento, che si sono alzati sino alle più alte vette dell’intelletto e, a volte, della notorietà, solo per poi precipitare verso il disastro e il ridicolo o, più semplicemente, per ricadere nel silenzio assoluto dell’oblio”.

Dal Prologo dell'Amfiparnaso
Dal Prologo dell’Amfiparnaso

La differenza tra il successo e il fallimento

La retorica del successo imperversa su tutte le comunità del benessere. I “falliti” sono tali, in fin dei conti, perché se lo meritano. Questo non significa che chi è passato alla storia ed ha avuto successo nella vita non fosse meritevole delle sue conquiste. Per moltissimi si trattava, e si tratta, di eccezionale talento. Ma un talento eccezionale non vuol dire unico. “Dietro a ogni individuo che realizza un’innovazione vincente, vi sono i perdenti che si sono incamminati lungo una strada analoga ma destinata al fallimento, perché proprio non hanno saputo cogliere il momento propizio, oppure mancavano della spietata determinazione che consegna i vincitori alla storia”, continua Collins.

Lo stesso è successo al nostro Orazio Vecchi, un talento valentissimo, relegato però in qualche pertugio umido e buio della memoria collettiva, nonostante il suo straordinario contributo alla musica, e quindi, in qualche modo, all’umanità tutta. Inutile indagare le motivazioni, ma certo è che Vecchi non è stato meno meritevole di altri che invece sono passati alla storia. Però, nonostante sappiamo che sia così, sia nei successi che nei fallimenti di ciascun individuo l’atteggiamento comune è quello di incensarsi gridando al genio (e in alcuni casi è così davvero) di fronte a una vittoria, e al pusillanime senza talento di fronte ad un fallimento. Diamo troppa importanza a noi stessi? Sì. Che ci piaccia o no, le nostre volontà sono davvero miserrime di fronte alla vastità del cosmo, che opera con leggi tutte sue. E’ vero, è innegabile che spesso si tratti di talento, ma dobbiamo ricordarci che sempre si tratta di fortuna.

L’uomo, come al solito, è convinto di avere un potere che in realtà non ha, o almeno non del tutto. Su questo pianeta siamo all’oggi sette miliardi di persone. Centinaia di milioni di individui ci hanno preceduti. Davvero, in questo riciclarsi continuo di gente, è esistito un solo Verdi, dei soli Beatles, un solo Bill Gates? Senza nulla togliere a questi geni, non si può non pensare che forse qualcun altro altrettanto brillante ha calpestato il suolo del nostro pianeta, ma non ha avuto abbastanza fortuna. E forse, nemmeno di Hitler ne è esistito solo uno.

Meglio aver talento o fortuna?

Anche Woody Allen, in uno dei suoi film più riusciti, riflette sulla questione. In Match Point, il giovane tennista di talento Chris riesce in una rapida scalata sociale, ritrovandosi sposato con una donna ricca e dividendosi tra gite in barca e fine settimana fuori porta in tenute meravigliose. Il suo successo viene però minacciato da una relazione pericolosa. Ma Chris se la cava, e proprio grazie ad uno spettacolare colpo di culo. Il film si apre con una pallina da tennis che balza da un campo all’altro, con la voce di Chris che recita: “Chi disse: Preferisco avere fortuna che talento, percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde.”.

E forse anche per Orazio Vecchi è andata così. La pallina, nel suo caso, non è riuscita ad andare oltre la barriera della storia. O quasi.

In copertina: messa in scena dell’Amfiparnaso di Orazio Vecchi (Foto Warren Stewart). 

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