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Oggi alle 15 l’Italia dovrà affrontare la seconda partita del girone di qualificazione di questi Europei 2016 contro la Svezia del grande ex Inter, Milan e Juve Zlatan Ibrahimović. Dopo la prima prova convincente contro il favoritissimo Belgio, schiantato con un secco 2 a 0, la squadra di Antonio Conte ha ribaltato in soli 90 minuti lo scetticismo iniziale che l’accompagnava. Riaccendendo così, almeno per un istante, l’orgoglio nazionale di un paese altrimenti depresso e incline a svilirsi e svalutarsi, piuttosto che a esaltare le proprie qualità. Del resto, si sa, il calcio è la religione del nuovo millennio, capace di nascondere sotto il tappeto della fede, un business planetario ormai totalmente fuori controllo, capace di rendere un pur promettente ragazzino di appena vent’anni, il francese Anthony Martial (solo riserva nell’équipe impegnata in questi Europei), uno dei calciatori più pagati della storia.

footballEd è proprio in concomitanza di questi Europei che le edizioni Dehoniane di Bologna hanno pubblicato un breve saggio, “Football, Il calcio come fenomeno religioso” in cui il filosofo e antropologo francese Marc Augé descrive come il calcio abbia assunto – ma non è una novità – un’aura di religiosità che l’ha convertito in un rito sacro, capace di riunire nazioni divise e riconciliare parenti litigiosi sotto un’unica bandiera, quella del pallone.

Ospite fisso del Festival della Filosofia da ormai 15 anni, membro del Comitato Scientifico dello stesso, Augé è ormai un modenese d’adozione. Il suo rapporto con Modena è speciale come lui stesso ammette in un breve passo del volume edito da Bollati Boringhieri “Per strada e fuori rotta“: strada“Dell’Italia ho tanti ricordi, perché ho girato molto, dal Nord al Sud, ma il caso ha voluto che il mio apprendistato sulla pasta avesse luogo più al Nord che al Sud della penisola. Da questo punto di vista, Modena merita una menzione speciale. Legami intellettuali antichi e profondi, assieme a collaborazioni al contempo amichevoli e conviviali, mi legano a questa città, così come a Reggio. Inoltre, la frequentazione di Modena mi ha permesso di accedere alla maturità gastronomica, alla libertà golosa dell’età adulta. Quando ci passo, mi capita di farvi la spesa (aceto balsamico, tartufi, porcini) per prolungare la festa di qualche giorno una volta rientrato a Parigi”.

Giusto così, Monsieur Augé: per quanto affermato, difficile che un filosofo possa permettersi una Ferrari e, per rimarcare la propria modenesità acquisita, meglio virare sul balsamico. Ma torniamo al football che mancano ormai poche ore all’atto di fede che, Modena e l’Italia intera, chiedono di riconfermare alla nazionale di Conte. Nell’aria serpeggia già un’elettricità sfrigolante, tangibile, come sempre accade nel corso dei mondiali, degli europei o quando si gioca una partita importante tra squadre famose. Il calcio porta con sé la potenza del rito tribale, una religiosità pagana che fa sentire in comunione estatica platee di uomini, donne, bambini che urlanti inneggiano a ventidue semi-dei impegnati, nella realtà, a rincorrere in mutande un pallone; nella trasfigurazione religiosa: guerrieri achillei pronti a tutto pur di portare a casa la vittoria, e onorare i loro fedeli.

E così descrive il calcio il filosofo Marc Augé, nel suo saggio. Nell’intervista rilasciata al settimanale Vita “Gli Europei secondo Marc Augé”, spiega la sua interpretazione di quello che definisce “lo spettacolo del calcio”, che secondo il filosofo e antropologo ha “qualcosa di rituale, obbedisce a regole che vengono dal passato ma che, quando funziona, apre sul futuro.” Un potere anche divinatorio, oltre che divino. Un viaggio ultraterreno in cui la forza dello spettacolo ha un’eco ancestrale, si mischia alla furia della guerra, dello scontro tra titani, in cui il colore di una maglietta, come dice Augé, diventa un totem. “Si identificano le squadre per dei colori o per un animale che le simboleggia. Lo si fa in modo permanente, per quanto i giocatori vengano un po’ dappertutto e la loro sia una presenza solo transitoria.”

Italia-Belgio giocata con Fifa 16.
Italia-Belgio giocata con Fifa 16.

Questo quando si parla di squadre come l’Inter o la Juventus, ma quando si arriva ai Mondiali o, come adesso, gli Europei, il potere del calcio raggiunge il suo apice. Gli italiani, un popolo di individualisti che ama incontrarsi intorno ad una tavola e condividere il cibo quando sotto la tovaglia succede tutto e di più, amano il proprio paese come si ama una donna prezzolata: quando serve si usa. Ma sotto la sventolante bandiera del calcio, si anima la loro parte più nobile, dove il paese diventa Paese, e la vittoria una Vittoria sul resto del mondo, che a occhi spalancati guarda la grandezza della nazione, la grandezza dell’Italia. E chiunque rimane colpito dalla potenza di questo fenomeno, anche l’ateo più convinto si lascia convertire alla nuova religione. Lo stesso Augé ammette di non essere tifoso, ma viene catturato dall’impatto enorme che questa disciplina sportiva ha sulle masse, tanto che gli esiti delle partite, secondo il filosofo, influenzano anche la politica. Una sconfitta è una sconfitta, e la delusione e la rabbia spesso devono essere sfogate su qualcosa. A volte questo qualcosa è lo Stato.

Per questo motivo calcio e politica si intersecano pericolosamente, con tentativi da parte dei governi di tenerlo sotto controllo, di farlo proprio, di utilizzarlo come forma di controllo – Cuius regio, eius religio –  per evitare che gli urli della folla gli si ritorcano contro, in un’ultima, definitiva, rivolta guidata dagli sguardi allucinati di tifosi delusi nella loro professione di fede.

Ma come è possibile portare ad un simile livello di “senso” uno sport? “Certamente – scrive Augé nel suo saggio – viviamo in un’epoca in cui, almeno in Occidente, il senso dell’esistenza si costruisce empiricamente, quotidianamente, senza che il problema del destino ultimo ossessioni in modo urgente e costante le coscienze individuali (…) La maggior parte degli occidentali attinge quotidianamente la forza di vivere da quella che definirei volentieri la sacralità laica. La Rivoluzione francese aveva creduto che servissero degli dèi per fare una religione. La storia ci mostra progressivamente (la dimostrazione era già stata fatta altrove ma in condizioni differenti) che non è affatto così: il tempo occidentale si organizza, si può persino dire che si struttura, attorno ad attività che sono sufficienti a dare un senso alla vita degli uomini, dal momento che esse danno una forma sensibile e sociale alle aspettative individuali che contribuiscono a creare”.

In copertina, il gesto plastico del centravanti italiano Graziano Pellé in occasione del secondo goal contro il Belgio.

 

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