Le cure ai denti sono un problema di equità sociale?

Le cure ai denti sono un problema di equità sociale?

Una ricerca dimostra come effettivamente lo status della propria dentatura sia un indicatore di disuguaglianza sociale. Una persona povera si cura molto meno di chi non lo è, e tra i più affetti da problemi ai denti ci sono immigrati, anziani e soprattutto bambini. In Italia ad esempio - secondo dati Istat del 2013 - tre minori su dieci non vedono il dentista fino ai 14 anni di età. Infine, le persone povere hanno in media "otto denti in meno" rispetto ai ricchi.

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I ricchi possono curarsi i denti, i poveri no. E’ davvero così semplice? Abbiamo visto come l’accesso al servizio sanitario nazionale per quanto riguarda le cure odontoiatriche non sia esattamente una passeggiata. Non tutte le ragioni coprono tutti i tipi di cure, i tempi di attesa sono lunghi, molti utenti non sono adeguatamente informati e la conseguenza è che quasi tutti si rivolgono ai dentisti privati (nel periodo 2005-2013 solo il 5% si rivolgeva al pubblico, il 95% al privato – dati Istat); oppure, semplicemente, rinunciano alle cure e trascurano i denti, peggiorando col tempo la situazione.

Il fenomeno è dato talmente per scontato che l’Istat dal 2005 ha inserito nel paniere dei fabbisogni essenziali, quelli che comprendono il minimo necessario per “mantenersi in buona salute” anche i servizi che dovrebbero essere garantiti dallo Stato, ma che di fatto sono a carico delle famiglie. Al primo posto l’Istituto indica proprio il dentista (da La misura della povertà assoluta, Istat 2009). Ma è abbastanza per parlare di disuguaglianza? A non potersi curare è solo chi si trova in povertà assoluta?

Uno scatto in licenza CC di Adam Cohn.
Uno scatto in licenza CC di Adam Cohn.

Come abbiamo visto più volte, esiste una enorme zona grigia fatta di varie sfumature di povertà: povertà relativa, impoverimento, rischio di povertà. Luca è un 26enne del sud che ha avuto grossi problemi ai denti. Non avendo soldi da parte, un lavoro fisso né una famiglia in grado di sostenerlo, dopo mesi di sofferenza si è rivolto al servizio sanitario nazionale. “In realtà non avevo nemmeno i soldi per il ticket, ma ho scoperto poi che ero esente” spiega. Ha bisogno di cure in più fasi, dato che avendo trascurato i propri denti per anni, ora la situazione è peggiorata. Ma intanto c’è la prima visita. Tempo d’attesa: poco più di un mese. In seguito a questa prima visita, vengono decisi gli interventi necessari, per cui Luca prenota. Qui i tempi di attesa cambiano: sei mesi. Il tempo passa, ma quando arriva il momento delle cure, Luca non può andarci: “Ho aspettato mesi, solo che io in quel periodo lavoravo, quando l’ho prenotata non potevo saperlo, perché faccio lavori saltuari. Ma non potevo assolutamente saltare il lavoro, l’avrei perso. Quindi ho saltato la visita”.

Da un dentista privato avrebbe aspettato molto meno e, non potendosi presentare il giorno dell’appuntamento, avrebbe potuto spostare al giorno dopo la visita. Succede così che passano altri mesi, in cui il problema ai denti peggiora e il dolore aumenta. Nel suo caso, come in quello di molti altri come lui, subentra la rassegnazione. Vedendo l’estrema difficoltà – anche di comunicazione – nel rivolgersi al servizio sanitario dello Stato, Luca lascia perdere. Decide di mettere da parte i soldi e rimandare le cure al futuro, con un dentista privato, economico, che magari dia la possibilità di un pagamento rateale.

Uno scatto in licenza CC di photos.de.tibo
Uno scatto in licenza CC di photos.de.tibo

Per arginare questo problema nell’ultimo decennio sono nate molte iniziative “compensative”, come quelle di welfare privato, poliambulatori a prezzi molto bassi o cooperative di dentisti. Gli utenti hanno a disposizione tutta una serie di alternative sia al servizio pubblico sia ai dentisti privati più cari, che comprendono anche i famosi viaggi in paesi dove le cure costano meno (Croazia, ad esempio), le offerte su siti come Groupon, in cui si arriva a sconti fino al 70% per prestazioni odontoiatriche – spesso però con tariffe rialzate appositamente – o la richiesta di un finanziamento per pagarsi le cure.

Vedi anche: Il paese che non può sorridere

Un altro caso emblematico è quello di Federico. 42 anni, nord Italia, Federico lavora nel settore dell’artigianato e non ha grossi problemi economici. Finché non si presenta una grossa spesa medica imprevista: “Si trattava, in tutto, di circa 3500 euro di cure ai denti, in una clinica a basso costo”. La spesa in realtà è imprevista fino a un certo punto: “Io era da almeno 15 anni che dovevo sistemare i denti, ma rimandavo sempre perché dovevo risparmiare. Le cose man mano si sono complicate e quando mi sono ritrovato con tutti i molari inutilizzabili e dolori lancinanti mi sono deciso”. A questo punto Federico, conoscendo i preventivi degli studi dentistici privati, prova a informarsi per le cure odontoiatriche erogate dal servizio sanitario nazionale: “Ho ottenuto risposte nebulose o assenza totale di informazioni. E comunque per accedervi devi avere un reddito da fame: se hai un reddito medio come il mio va a finire che fai prima ad andare in cliniche private a basso costo. Certo, mi rendo conto che non è il top della qualità, ma sono bravi e professionali, e comunque più di così non potevo proprio permettermi”.

La storia di Federico è indicativa della complessità del fenomeno. Non abbastanza povero da essere facilmente assistito dal servizio pubblico (per quanto, ripetiamo ancora, non sia così semplice); ma non abbastanza benestante da recarsi senza problemi dal miglior dentista della città. Si trova in quella zona grigia di italiani che ufficialmente non sono poveri, ma di fatto hanno un accesso limitato a molti servizi. Un altro esempio recente è la storia di una signora 61enne di Prato che, come racconta il Tirreno, si è ritrovata a non avere i soldi per curarsi in privato e allo stesso tempo a non riuscire ad accedere alle cure pubbliche. Situazioni così sono all’ordine del giorno in tutta Italia.

Uno scatto di tiffany terry in licenza CC.
Uno scatto di tiffany terry in licenza CC.

Ma c’è una prova materiale, evidente, che dimostrerebbe come effettivamente i denti siano un indicatore di disuguaglianza sociale. Una ricerca pubblicata nel 2014 sul Journal of Dental Research, e ripresa dalla BBC, dimostra come raggiunti i 70 anni le persone povere hanno in media “otto denti in meno” rispetto ai ricchi. Otto denti sono un quarto di una normale dentatura adulta (32 denti). La ricerca ha evidenziato come le persone con redditi più bassi e livelli di istruzione inferiori, hanno risultati clinici peggiori rispetto alle persone della stessa età con redditi superiori, ma anche anche come le nuove generazioni, in generale, abbiano bocche più sane rispetto alle generazioni precedenti.

Ma il dato che qui ci interessa è quello sulla diseguaglianza. Una persona povera si cura meno di una non povera, e tra i più colpiti ci sono immigrati, anziani e soprattutto bambini. In Italia ad esempio – secondo dati Istat del 2013 – tre minori su dieci non vedono il dentista fino ai 14 anni di età. Con il passare del tempo i problemi vengono trascurati e peggiorano, arrivando alla vecchiaia con problemi ormai irrisolvibili. Dunque, letteralmente, i poveri hanno meno denti dei ricchi, principalmente perché hanno meno possibilità economiche di curarsi.

E’ uno di quei casi in cui viene da pensare che “non ci voleva la scienza”, per capirlo, e a notarlo è anche il prof. Jimmy Steel, direttore della scuola dentale dell’università di Newcastle, come riporta ancora la BBC: “Probabilmente non è un grande sorpresa scoprire che le persone più povere hanno una peggiore salute dentale di quelle ricche, ma la sorpresa è vedere quanto sono grandi queste differenze e come influiscano sulla vita delle persone. Otto denti in meno sono una quantità enorme e hanno un grande impatto per le persone”.

In copertina, uno scatto di Carsten ten Brink (Licenza CC).

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Nato a Oristano nel 1984. Scrive, fa video e cammina molto. Trova Modena più interessante di Bologna.

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