All we are saying, is give price a chance

Non è il massimo iniziare il racconto di una bella avventura imprenditoriale tutta digitale, partita da Carpi, col solito lamento sui cronici ritardi del nostro Paese. Ma che ci possiamo fare se giusto qualche giorno fa la Commissione europea ha pubblicato un report sull’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI) che posiziona l’Italia in zona retrocessione in Europa, venticinquesima sui ventotto paesi della Ue? Come riporta il Sole24Ore, il fatto è che non ci siamo proprio in termini di competenze digitali: “il 37% dei cittadini italiani, un terzo della popolazione, non usa regolarmente internet e il 63% restante compie poche attività complesse online”.

In un quadro simile, chiaro che anche un settore chiave per lo sviluppo economico come l’e-commerce, ci vede relegati alla voce “mercati immaturi”. Nonostante l’inarrestabile crescita del fatturato (e ci mancherebbe), il confronto percentuale con i nostri competitor più prossimi, Germania e Gran Bretagna, resta impietoso: mentre in Italia la sua quota di mercato sulle vendite totali vale il 2,1%, in UK è pari al 13,5% e in Germania il 10% (dati 2014). Eppure, anche in questo Paese sempre più vecchio dicono le statistiche, qualcosa si muove. Qualcuno ci prova. Veri campioni digitali, non solo a chiacchiere, che testardamente fanno impresa digitale. Contribuendo così a traghettare la nostra economia verso lidi più consoni per un Paese che non si accontenti del ruolo da comparsa nell’economia globale, presente e soprattutto futura.

Fonte immagine: giovannicappellotto.it
Fonte immagine: giovannicappellotto.it

Davide Lugli e Maximilian Lanaro sono due ingegneri carpigiani, entrambi trentanovenni, che nel febbraio 2015 hanno fondato Competitoor, start-up che ha progettato e gestisce un software cloud destinato alle aziende e alle piattaforme di e-commerce per consentire loro di tenere monitorati i prezzi della concorrenza, individuandone immediatamente le variazioni. La sua utilità pratica? Informare l’azienda-cliente ogni volta che un prezzo cambia online in modo che questa possa prontamente reagire, scegliendo di adeguare o meno la propria offerta. A parte i settori già coperti, tipo quello dei prezzi dei voli, i campi di applicazione sono tantissimi: dal cibo ai libri, dall’elettronica ai vestiti, dai cosmetici ai prodotti per la salute. Insomma, tutto ciò che si può vendere online. In pratica: tutto o quasi. Caso mai ci fosse ancora qualche dubbio, Competitoor non è una piattaforma destinata all’uso diretto di noi consumatori – alcuni esempi che ci permettono più o meno bene di confrontare vari prezzi di vendita dei prodotti più svariati sono già presenti online – ma è un cosiddetto prodotto “b to b” (business to business), cioè destinato alle aziende. Nello specifico, quelle che si occupano di commercio elettronico. Dalla cui competizione però, noi consumatori possiamo trarre grandi vantaggi.

Quella del monitoraggio dei prezzi online è in fondo un’idea semplice, ma efficacissima in un mondo in cui un consumatore per scegliere il prodotto più competitivo non deve spostarsi fisicamente tra un negozio e l’altro, ma semplicemente aprire una nuova finestra del browser. Ecco allora che per un operatore commerciale diventa indispensabile monitorare l’offerta della concorrenza, pena un repentino calo delle vendite perché magari, giusto da qualche ora, gli utenti trovano lo stesso prodotto da un’altra parte a 5 euro di meno. E bastano ormai davvero pochissimi euro di differenza per orientare la scelta di dove inserire i dati della propria carta di credito. Proprio per questo, le variazioni di prezzo online sono una vera giungla, mobile e mutevole. Tant’è vero che una delle più grandi aziende di commercio elettronico al mondo, Amazon, racconta Davide Lugli, “modifica sul proprio catalogo 2,5 milioni di prezzi al giorno con punte anche di 8 variazioni quotidiane per singolo prodotto”. Un delirio impossibile da seguire anche schierando, come qualcuno fa ancora, una pletora di impiegati a controllare 24 ore al giorno i movimenti della concorrenza. Per rispondere a queste esigenze in maniera automatizzata è nato Copetitoor.

Da sinistra a destra, Maximilian Lanaro e Davide Lugli in occasione di una Demo-night in H-Farm
Da sinistra a destra, Maximilian Lanaro e Davide Lugli in occasione di una Demo-night in H-Farm, l’11 febbraio di quest’anno.

Prima di decidersi a mettersi in proprio con un primo progetto imprenditoriale e in seguito fondando questa start-up, sia Davide che Maximilian hanno accumulato una notevole esperienza nel loro settore specifico che è quello dell’ingegneria informatica e delle telecomunicazioni. A dar loro una mano in termini di accelerazione e di reperimento delle risorse finanziarie è stata certamente la presa in carico della start-up da parte della trevigiana H-Farm, il più importante incubatore tecnologico che esista nel nostro paese che, nelle ambizioni del suo fondatore Riccardo Donadon, dovrebbe diventare una sorta di Silicon Valley italiana.

Anche se formalmente fondata l’anno scorso, di fatto Competitoor è operativa online da pochissimo. “La vera partenza commerciale – spiega Davide – risale praticamente a un mese fa, con la fine del percorso di incubazione. Riceviamo da potenziali clienti tra una e tre richieste al giorno. Al momento abbiamo 69 utenti registrati di cui 15 paganti”. Può sembrare ancora poca cosa, ma la start-up di Lugli e Lanaro vanta già una valutazione di uscita pari a 1 milione e mezzo di euro. Chiaro che in assenza di un effettivo interesse d’acquisto dell’azienda da parte di un possibile compratore, il significato di questa stima è relativo, ma testimonia comunque la bontà di un’idea e la solidità della struttura sulla quale è stato costruito il progetto.

Fonte immagine: Pixabay
Fonte immagine: Pixabay

Ma quanto viene stimolata e favorita in Italia – gli chiediamo – un’idea come la vostra? Cosa è in grado di offrire all’imprenditoria digitale, il sistema-paese? Anche se la nostra chiacchierata avviene al telefono, dall’altra parte del filo lo sento sento storcere il naso. “Anche se non ci crediamo, secondo me l’Italia non è ancora pronta a sostenere questo tipo di imprese – sentenzia con un filo di amarezza – il nostro mercato di e-commerce non è certo tra i primi d’Europa. Tutt’altra dimensione ha una piazza come quella britannica. Londra è la capitale del commercio elettronico europeo e non a caso io e Maximilian abbiamo deciso di aprire lì la sede della nostra azienda, anche perché convinti che questo tocco di esterofilia possa aiutare lo sviluppo del prodotto anche in Italia”. In effetti, nessun dubbio sul fatto che per una start-up sia molto più cool, per essere appetibile a livello globale, avere sede a Londra o San Francisco piuttosto che a Roma o Milano. Oltre che naturalmente, essere più conveniente da tutti i punti di vista.

“Qui da noi – prosegue – giuridicamente e fiscalmente un’azienda come la nostra non fruisce di alcun tipo di incentivo. Così come manca totalmente una cultura dell’investimento. E del relativo rischio. Sono naturalmente presenti alcuni investitori, ma a latitare, prima che il denaro, è proprio la cultura. Quando sulle start-up fai investimenti, pubblici o privati, con cifre che arrivano per lo più a 50 mila euro, butti via i soldi. Negli Stati Uniti i grandi venture capitalist finanziano con milioni di dollari, rischiando anche molto, dieci start-up, sapendo a priori che magari per otto di queste il loro investimento andrà perduto, ma le due che riescono a piazzare (l’obiettivo di quasi tutte le start-up, la nostra compresa, è essere vendute) permetteranno loro di guadagnare parecchio rispetto all’investimento iniziale. Finendo così per far rientrare abbondantemente anche degli investimenti sulle imprese andate male. Se invece metti sul piatto 50 mila euro per dieci start-up e te ne vanno bene solo due, come fai a rifarti delle cifre impiegate?”.

Messa giù così dura, sembra un tunnel senza uscita. Invece, proprio l’esempio dei due ingegneri carpigiani dimostra che, pur tra mille difficoltà, ce la si può fare. Perché in Italia, individui di straordinario talento con grandi idee non sono mai mancati. Peccato solo che la nostra capitale non sia bagnata dal Tamigi.

Fonte immagine di copertina: Competitoor.

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