Come cambia il welfare. A Modena si sperimenta il “patto sociale di corresponsabilità”

Nonostante qualche strappo in avanti del PIL dello zero virgola, scrivere la parola fine alla crisi economica che da circa otto anni investe il nostro paese non sembra un’opzione molto realistica al momento. Inoltre, si sa, le risorse destinate al welfare sono oggetto di continui tagli ed è sempre più difficile far quadrare il cerchio tra l’aumento del numero di persone in difficoltà e la parallela diminuzione dei fondi destinati a sostenerle. Così come, l’assenza di prospettive immediate o comunque a breve termine per chi ad esempio si trova senza lavoro, impongo una revisione delle logiche stesse del welfare così come è stato progressivamente concepito nel secolo scorso. Ecco perché si cerca di sperimentare nuove forme dello stesso. Ecco perché oggi – e sempre più in futuro – si tenderà ad erogare eventuali benefici economici non più a pioggia, ma a fronte di attività di volontariato, lavori socialmente utili o percorsi formativi. E’ quanto previsto dal Patto sociale di corresponsabilità che il Comune di Modena sta sperimentando attraverso un bando per aiutare persone disoccupate e in particolare difficoltà a sostenere le spese per l’abitazione.

Trentadue i nuclei familiari che hanno beneficiato o stanno tuttora beneficiando della prima fase del bando. Tra loro c’è chi nel periodo di erogazione del contributo si è impegnato a partecipare a percorsi di formazione e orientamento, chi ha prestato attività presso associazioni di volontariato o enti no profit, per esempio come conducente di mezzi ma anche come custode in una parrocchia, e chi ha svolto lavori di pubblica utilità, per esempio nella manutenzione del verde.

Della seconda fase apertasi in questi giorni, potranno avvantaggiarsi altre 28 famiglie in disagio economico che riceveranno un sostegno pari a 400 euro mensili per sei mesi, rinnovabili per altri tre, come contributo alle spese per il mantenimento dell’alloggio. Questo secondo bando ha portato l’importo del contributo mensile da 300 a 400 euro, ha allungato il periodo in cui è possibile accedervi da tre a sei mesi, rinnovabili per altri tre, e ha ampliato la fascia delle persone che ne possono beneficiare includendo chi si trova in stato di disoccupazione, ha perso il lavoro, è in mobilità o in cassa integrazione, indipendentemente da quando.

Papa Francesco a una mensa Caritas di Firenze. Fonte immagine.
Papa Francesco a una mensa Caritas di Firenze. Fonte immagine.

Come detto, questa iniziativa va pienamente nella direzione di tentare di trovare forme alternative da parte degli enti pubblici per sostenere le persone in difficoltà. Esempio più significativo è il “baratto amministrativo” previsto nel decreto legge “Sblocca Italia”, approvata nell’agosto del 2014. Un istituto – spiega il Sole24Ore – che permette di promuovere una sorta di scambio virtuoso: lo sconto sul pagamento (o l’esenzione) di una tassa locale o un altro debito con le casse municipali, come ad esempio una vecchia multa, in cambio di un impegno concreto per migliorare il territorio, come la pulizia del parco comunale o la piccola manutenzione della scuola elementare”. Il “baratto fiscale” è già una realtà in centinaia di città e piccoli centri, e ha da debuttato anche in una grande metropoli come Milano.

Seppur per i più questa forma di scambio tra i Comuni e i suoi cittadini venga considerato un esempio di “cittadinanza attiva”, dove il singolo agisce per il bene comune, non manca qualche voce critica che ne evidenzia le contraddizioni. Scriveva infatti nel settembre scorso Marco Bascetta sul “Manifesto”: “Il baratto è notoriamente uno scambio tra eguali che, per definizione, non implica relazioni di obbligatorietà né risarcimento di debiti monetari. Men che meno comporta risvolti punitivi. Del resto la generosa offerta dei Comuni non si rivolge certo agli evasori fiscali, ma alla cosiddetta «insolvenza incolpevole». Vale a dire al contribuente che non è stato in grado, per avverse condizioni o, peggio, per sproporzione permanente tra il proprio reddito e la pressione fiscale cui è sottoposto, di saldare il debito. Qualcuno ha ragionevolmente introdotto, in questi casi, il termine di elusione o evasione «per necessità», suscitando generale indignazione. La prestazione lavorativa richiesta a questi soggetti non ha dunque alcun carattere volontario o propositivo e, men che meno, di baratto. Si tratta, insomma, di una forma mascherata di coazione”.

Anche se per ragioni profondamente diverse, ad avere qualche perplessità su questo tipo di provvedimenti è stata anche la sezione Emilia-Romagna della Corte dei Conti. Nel marzo scorso così ha risposto la Corte a un quesito posto dall’Amministrazione Comunale di Bologna, preoccupata che che l’eventuale adozione del baratto amministrativo non comportasse il rischio di vedersi contestato un danno erariale: rispetto ai contenuti previsti nello Sblocca Italia, secondo i giudici contabili bolognesi “servono precisi limiti e paletti, per non correre il pericolo di pesare sui bilanci pubblici: la riduzione delle imposte non si può applicare su debiti pregressi e ci deve essere una stretta corrispondenza tra il tipo di lavoro socialmente utile prestato e il tributo da tagliare. In altre parole, a chi toglie i mozziconi da un parco si può concedere un taglio sulla Tari, e non su altre imposte, perché il risparmio che il Comune ottiene è solo sui rifiuti. Lo stesso discorso vale per chi dà una mano a potare gli alberi o a togliere i graffiti dai muri.”

La strada del welfare futuro, pare comunque segnata.

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