Dentro la casa occupata di via Bonacorsa

Dentro la casa occupata di via Bonacorsa

Prima puntata di un reportage sul problema abitativo a Modena, tra case sfitte e sfratti. In questa prima parte, siamo entrati in via Bonacorsa, dentro il palazzo occupato da un gruppo di nuclei famigliari sostenuti dai militanti e gli attivisti del centro sociale “Guernica”.

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Sono quasi le 19 quando il laboratorio Scossa comincia a riempirsi di “compagni”. Fuori è buio, il vento di gennaio spazza le strade di Modena, dentro c’è un clima di attesa. Il “doposcuola popolare” è appena finito, le educatrici dello Spazio Guernica rimangono a chiacchierare a mezza voce nell’adiacente “Ex Deposito Carcerario”. Sui banchi all’entrata, volantini di antichi cortei, manifesti di protesta, simboli di appartenenza politica, riferimenti a altri territori e a lotte condivise.

E’ giovedì 21 gennaio, ho appuntamento con Luca. I militanti del “Guernica” aspettano la sentenza del tribunale di Modena nei confronti di un loro compagno arrestato e processato per direttissima per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Il giorno prima, durante un controllo della polizia municipale all’edificio occupato di via Bonacorsa 20, c’è stata una colluttazione fra vigili e attivisti del Guernica. Nel tafferuglio che secondo il centro sociale “è stato cercato e ingigantito dalla municipale”, una vigilessa sarebbe rimasta ferita. Un “compagno” di 20 anni è stato arrestato. “Obbligo di dimora”, dicono alcune voci dentro al centro sociale.

Siamo nel quartier generale del Guernica, in pieno centro storico. Per arrivarci, dalla stazione ferroviaria, basta seguire le “indicazioni”. I segnali sono le scritte sui muri:”Nervi tesi, fasci appesi”, “Odia il padrone non l’immigrato”, “Il lusso è una provocazione”, “Casa, reddito, dignità”. Invece della falce e martello ci sono i graffiti con la “N” stilizzata a saetta con la freccia rivolta in alto, a rappresentare un movimento che nasce e agisce dal basso. Non si tratta di “anarchici” come li ha definiti un giornale locale modenese. Una volta li chiamavano “sinistra extraparlamentare” e sono quello che rimane dell’Autonomia Operaia e dei movimenti originati dal 1977.

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I militanti del Guernica hanno occupato una palazzina di proprietà demaniale lo scorso 30 maggio, rendendo pubblica l’occupazione e rivendicandone la natura politica. Si tratta di un edificio abbandonato da più di dieci anni in cui prima risiedevano i funzionari e il personale della polizia penitenziaria responsabile dell’ex carcere di Sant’Eufemia.

“L’emergenza abitativa che colpisce il nostro territorio non sembra essere nelle priorità dell’amministrazione – dice Luca, militante del Guernica -. Noi abbiamo solo agito. Davanti a situazioni estreme di indigenza non è possibile rimanere passivi e indifferenti: non si tratta di una sollevazione popolare, noi lottiamo per i diritti di base, per la dignità perduta, per un futuro da ricostruire, per una comunità meticcia”.

E’ in questa zona della città, nello spazio di pochi metri, che il collettivo Guernica vuole metter in pratica il suo progetto di “comunità meticcia”. E’ fra questi vicoli che troviamo tutte le strutture del movimento. Emanuele, un attivista, mi guida nella ricostruzione dell’impianto territoriale degli Autonomi. “La sede politica del Guernica, fondato nel 2009, è il laboratorio Scossa, c’è poi la “Palestra Popolare” dove organizziamo corsi di autodifesa e arti marziali, l’ex Deposito Carcerario all’interno del quale trova sede il “Doposcuola popolare” per le famiglie del quartiere, il cineforum 51, il mercatino biologico e lo sportello “La Rage” che si occupa solo di problematiche abitative”.

Emanuele mi spiega che il Guernica ha praticato numerosi picchetti anti-sfratto in città e provincia sotto il nome di sportello “La Rage” e che le sue ramificazioni arrivano anche alla scuola e all’università con il “Collettivo Autonomo Studentesco”. Nato nel 2014 lo sportello “La Rage” rivendica l’occupazione della palazzina di via Bonacorsa, un’azione illegale agli occhi dello Stato italiano. Ma a detta degli attivisti, la legalità decade davanti alla lotta quotidiana alla povertà. I trenta occupanti dell’edificio lo confermano: “meglio illegali che dormire all’addiaccio sotto un viadotto”.

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In via Carteria i vecchi e i nuovi migranti si mescolano agli abitanti storici. E’ una zona del centro che rappresenta un modello di riqualificazione riuscito a metà: fra gallerie post-moderne dall’odore berlinese e laboratori creativi vintage talvolta forzatamente alternativi, troviamo molti palazzi malridotti e lasciati all’incuria. E’ da questi vicoli che si è mossa la protesta contro la manifestazione dei neofascisti di Forza Nuova del 23 gennaio. E’ in questo quartiere che si trova la casa occupata, un edificio di due piani e mezzo dove vivono sei famiglie e una decina di lavoratori precari o disoccupati, colpiti in pieno dalla crisi economica. Ben sotto la soglia di povertà, gli occupanti vivono senza riscaldamento e acqua calda con la luce che salta ogni mezz’ora e con i bagni in comune.

Arrivano Luca e Andrea che ci accompagnano all’edificio occupato. Il primo è un dottorando in sociologia, il secondo un lavoratore in una ferramenta. Entrambi sono attivisti del Guernica, mi spiegano che la loro è, prima di tutto, una risposta morale ad una situazione di indigenza, intollerabile per una città come Modena nel 2016. Non sembrano voler fare “la rivoluzione con il culo degli altri”. Entrambi evitano di distinguersi se non è proprio necessario farlo. “Sappiamo che possiamo essere sgomberati domani mattina ma sentiamo di dover difendere queste famiglie e queste persone”. Secondo i più recenti dati del Comune di Modena la stima è che circa il 5,5% degli alloggi modenesi siano vuoti o inutilizzati. Ovvero circa 5.600 unità. A questo dato, denunciano quelli del Guernica, vanno aggiunti i quasi 2200 sfratti eseguiti nel 2014.

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Al primo piano dell’edificio occupato ci apre la porta Carlo (nome di fantasia richiesto dall’interessato), un signore di una cinquantina d’anni di origine molisana. La sua è una storia di caduta verticale verso l’inferno sociale in una manciata di anni. Ex agente di commercio perde il lavoro nel 2010 poi nel 2012 si trova senza casa. “Tutte le persone e le famiglie che seguiamo sono state sfrattate per morosità incolpevole”, dice Luca. Carlo era sposato con una figlia, a seguito delle difficoltà economiche sua moglie chiese e ottenne il divorzio. Dopo un periodo in cui ha potuto contare sulle amicizie non è più riuscito a garantirsi un tetto. Dopo vani tentativi di reinserirsi come uomo di fatica in fabbriche e magazzini della provincia si è ammalato e poco dopo si è ritrovato davvero per la strada, da solo. Ad aiutarlo, i “compagni” del Guernica.

E’ strano parlare di persone che rischiano di morire di fame e di freddo, della più estrema indigenza, nel 2016, a Modena. Al secondo piano della palazzina vive Aziz con la moglie incinta e le due figlie. C’è troppo freddo per distinguere gli odori. A scaldare gli ambienti spogli del suo appartamento c’è una stufetta elettrica. Le bambine sono sommerse di coperte di lana grezza, sopra due materassi che si incrociano. La donna è accucciata all’estremità di un materasso con le mani protese in avanti sopra il calore della stufa. Alì rimane in piedi, il viso pallido, scavato e emaciato:“Vengo da un paesino fra Marakesh e Casablanca, sono arrivato 20 anni fa con un regolare permesso di soggiorno ancora valido, mi sono ammalato di cancro e ho perso il lavoro. Ero un operaio specializzato, guadagnavo 1700 euro al mese. Ho poi perso la casa, non potevo più pagare l’affitto e mi hanno sfrattato: con i ragazzi del Guernica ho un rapporto personale più che politico, mi hanno aiutato quando nessuno era disposto a farlo e io sarò loro per sempre grato”.

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Aziz guarda le figlie rannicchiate in un angolo della stanza:”Sono il mio orgoglio, sono bravissime a scuola: come posso lasciarle per strada sotto un ponte?”. Aziz guarda anche la moglie, una donna più giovane di lui, incinta. Aziz ha di nuovo il cancro, prendendo commiato, mi abbraccia e mi saluta come un parente.

E’ una povertà vergognosa quanto sommersa. Probabilmente la maggioranza dei vicini non immagina neanche che possa esistere una situazione così estrema accanto alla loro porta. Senza riscaldamento, nel gelo dell’inverno, con la luce che salta ogni mezz’ora, nell’atrio, intorno al quadrante, si ritrovano infreddoliti gli occupanti intenti a riattaccare la luce della propria abitazione . E’ lì che incontriamo Amin che ci porta al secondo piano dove abita. Ha 26 anni, viene da Fèz e ha ancora una vita davanti. Si dichiara militante del “Guernica”, presente a tutte le manifestazioni del movimento. Sul muro è affisso un tessuto con i primi versetti del Corano, intorno l’intonaco bianco che cede.

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Nella casa occupata non ci sono regole scritte, “vige il buonsenso, c’è una distribuzione dei compiti di pulizia e un servizio di vedetta notturno interno per avvertire gli occupanti in caso di sgombero, dobbiamo tutelare soprattutto le famiglie con bimbi piccoli da ogni azione muscolare della forza pubblica”, dice Luca spiegandoci che la priorità sono i poveri più che la dittatura del proletariato ma che un vero dibattito sulla questione abitativa è sempre stato evitato dall’amministrazione.

In questo quadro l’occupazione di via Bonacorsa, pur illegale, non appare come un gesto dimostrativo ma “come un’azione concreta per casi estremi di indigenza”. Non è un capriccio di visibilità, anzi, gli occupanti sono incoraggiati “a mantenere un profilo basso”, come ricorda Carlo, uno dei dieci “single” occupanti lo stabile.

Foto di Antonio Tomeo.

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Gaetano Josè Gasparini è nato e cresciuto a Bruxelles da padre italiano e da madre peruviana. Consegue la laurea a Trieste, specializzandosi in studi islamici che approfondisce viaggiando a lungo in Medio Oriente. Parla e scrive fluentemente in cinque lingue. Viene dal mondo delle radio comunitarie e del giornalismo online. Dal 2015 gestisce il sito internet di informazione http://comislamicapc.it/ legato alla Comunità Islamica di Piacenza con cui ha realizzato tre documentari sull'Islam in Italia.

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