Canone Rai, la sfida impossibile di rendere equo l’iniquo

Dopo circa dieci anni di sperimentazioni, il 3 gennaio 1954 hanno ufficialmente inizio le quotidiane trasmissioni televisive della Rai con il primo celebre annuncio della conduttrice Fulvia Colombo. Non proprio per tutti gli italiani a dire il vero: la ricezione del segnale è possibile solo in Piemonte, Lombardia, Liguria, Toscana, Umbria, Lazio e solo nei primi anni Sessanta raggiungerà la quasi totalità del territorio nazionale.

Su L’Unità di quello stesso giorno compare un inserto pubblicitario a mezza pagina che annuncia il grande evento: “Ogni settimana sul vostro schermo oltre 32 ore di trasmissione”. Nell’Italia dei primi anni Cinquanta – un paese ancora profondamente arretrato con poco più di 48 milioni di abitanti di cui 7 milioni e mezzo analfabeti, 13 milioni privi di qualsiasi titolo di studio ma più o meno in grado di leggere, e quasi 25 milioni in possesso della sola licenza elementare – il nuovo eccezionale apparecchio promette di aprire una finestra sul mondo: “Con la televisione ogni giorno un viaggio intorno al mondo dell’arte, della scienza e dell’attualità”.

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Gli abbonati sono subito 24 mila e diventano 88 mila alla fine di quel primo anno di trasmissioni. Come recita la Gazzetta ufficiale del 10 novembre 1954, “ogni abbonamento alle diffusioni televisive costa lire 3000 all’anno solare”. Una cifra alta ma non insostenibile, considerato che lo stipendio medio di un operaio è pari a 40 mila lire. A richiedere invece un investimento importante sono gli apparecchi televisivi. Tra i prodotti più economici presentati nel 1955 a Milano alla “Ventunesima edizione della mostra della radio e della televisione”, fa bella mostra di sé l’apparecchio di 12 valvole e uno schermo di 15 pollici realizzato dalla italiana Irradio, venduto a 119.000 lire. Ma, potendoselo permettere, si può arrivare anche a “gioiellini” da 500 mila lire, tipo il modello “Mammuth” della Antan, “comprendente televisore, radio e giradischi a tre velocità inseriti in un lussuoso mobile”.

Più che nei salotti, il televisore troneggia soprattutto nei bar. Intorno al trespolo sul quale viene solitamente posizionato, ci si trova tutti insieme per vedere celebri trasmissioni dell’epoca: da “Lascia o raddoppia” andata in onda per la prima volta il 26 novembre del 1955, alle partite di calcio, fino al programma che ha alfabetizzato un bel po’ d’italiani, “Non è mai troppo tardi” del maestro Alberto Manzi, sul piccolo schermo a partire dal 15 novembre 1960. Con il boom economico tra la fine degli anni Cinquanta e i Sessanta, la tv entra progressivamente in moltissime case: gli abbonati passano da 2 a 13 milioni.

A partire dal settembre 1954, Ugo Tognazzi insieme a Raimondo Vianello conduce la trasmissione cult "Un due tre"
A partire dal settembre 1954, Ugo Tognazzi insieme a Raimondo Vianello conduce la trasmissione cult “Un due tre”

E’ in questo periodo che comincia a porsi il problema dell’evasione del canone. La Stampa di Torino ne dà conto per la prima volta il 12 ottobre 1967 in una breve dal titolo: “Nel ’66 non pagati 155 milioni per i canoni della radio e tv”. Il pezzo segnala che “l’accertamento della morosità e il possesso di apparecchi abusivi sono divenuti, con il costante aumento degli utenti radiotelevisivi, un problema di vaste dimensioni”. Poco più di dieci anni dopo, riporta sempre La Stampa del 14 novembre 1978, “l’evasione ha raggiunto la cifra record di 40 miliardi di lire“. Saltando al decennio successivo, scrive ancora il quotidiano torinese il 1 febbraio 1988, è accertato che “il 25 per cento degli italiani non paga il canone“. Una percentuale cresciuta nel tempo che fa di questa imposta una delle più evase di sempre: nel 2010 il mancato adempimento di questo obbligo da parte delle famiglie si attestava intorno al 41%. A Modena città, in base a dati forniti dalla Rai che però danno per scontato che a una residenza corrisponda automaticamente un apparecchio televisivo – cosa non sempre vera (come ad esempio nel caso dell’autore di questo articolo) – l’evasione sarebbe pari al 25,04 per cento.

Come noto, dopo quasi mezzo secolo di inutili tentativi per contrastarlo, nella legge di Stabilità 2016 è stata inserita dal Governo Renzi una norma che ha il chiaro obiettivo di dare un giro di vite al fenomeno: per costringere tutti a pagarlo, il canone scende da 113 a 100 euro riportandosi ai livelli di una decina d’anni fa, ma sarà inserito nella bolletta della luce in base alla presunzione che a un contratto di fornitura elettrica automaticamente corrisponda il possesso di un apparecchio atto alla ricezione del segnale televisivo (sono esclusi smartphone, tablet e computer privi di apposito decoder). Contrariamente al passato in cui, se “beccati” in possesso di un televisore, non accadeva niente e si cominciava a pagare dall’anno in corso, la legge prevede che l’evasione comporti pesanti sanzioni pecuniarie e anche penali (fino a due anni di reclusione in caso di false dichiarazioni).

I vecchi bollettini per pagare il canone vanno in pensione. Da luglio ce lo troveremo nella bolletta della luce
I vecchi bollettini per pagare il canone vanno in pensione. Da luglio ce lo troveremo nella bolletta della luce

In teoria si tratta di un principio giusto: pagare meno, pagare tutti. Canone Rai a parte, un principio ineccepibile in un paese come il nostro con un’evasione fiscale che raggiunge una cifra stimata intorno ai 180 miliardi di euro. Peccato che, volendo dar credito a questo sondaggio online che al momento in cui scriviamo ha raggiunto quasi 25 mila voti, siano pochissimi gli italiani che considerano il canone Rai qualcosa di diverso da una tassa del tutto iniqua che non avrebbe motivo di esistere. Non solo perché la Rai lottizzata più che un “servizio pubblico” anche lontanamente paragonabile a sanità e scuola, è considerata nulla più che terreno di conquista delle maggioranze politiche di volta in volta al potere, ma anche perché il referendum del 1995 in cui il 55 per cento degli italiani aveva votato a favore della sua privatizzazione, viene sistematicamente eluso da vent’anni. Tralasciando per un attimo il livello complessivo delle produzioni Rai che, se formalmente non hanno nulla a che fare col canone, di certo incidono sulla percezione della qualità del servizio e dunque sulla propensione a pagare per fruirne, esiste anche un problema di concorrenza coi soggetti privati, rispetto ai quali la Rai può vantare oltre agli introiti derivanti dalla pubblicità anche quelli garantiti, appunto, dal canone.

Insomma, se il principio promosso dal governo Renzi è giusto, il terreno sul quale si è scelto di forzarne l’applicazione lo troviamo sbagliato. In considerazione del fatto che tentare di rendere equo l’iniquo è una contraddizione in termini: questa imposta, è ferma opinione di chi scrive, andrebbe semplicemente abolita, la televisione “pubblica” privatizzata rispettando l’esito del referendum, il carrozzone Rai costretto a stare sul mercato esclusivamente in virtù degli introiti che è in grado di generare senza l’attuale “obbligo d’acquisto” da parte del cittadino. Il quale, piuttosto, potrebbe liberamente scegliere di aderire a una Rai trasformata in società ad azionariato diffuso: una public company. Scenari fantascientifici: la politica non ha alcuna intenzione di perdere il controllo diretto su uno strumento così potente per la creazione di consenso.

Fonte: Zuppa d'icone
Immagine tratta dall’articolo: Zuppa d’icone

Rispetto al canone in bolletta, esiste inoltre un altro aspetto che infastidisce particolarmente chi, come il sottoscritto, nemmeno lo dovrà pagare: ed è la presunzione che chiunque disponga di un contratto di fornitura di energia elettrica sia per forza in possesso di un televisore. Chi ha dimestichezza con l’uso della rete, sa benissimo che ormai la tv – con la sua programmazione che per lo più risponde a logiche appartenenti all’era pre-Internet – è uno strumento del tutto superfluo. Non serve più a niente: né per l’intrattenimento né per l’informazione. Perché Internet ormai non è solo “alternativo” alla tv, ma è infinitamente più ricco di contenuti e possibilità di scelta. Ecco allora che quando questa “presunzione di possesso”, che per lo Stato è una “certezza”, si traduce nell’obbligo di una dichiarazione annuale (presumibilmente all’Agenzia delle Entrate, secondo modalità che a distanza di quasi due mesi dall’approvazione della legge non sono state ancora definite) la sensazione di trovarsi di fronte all’ennesimo adempimento burocratico nel paese che ne è campione mondiale, fa letteralmente cadere le braccia.

Anzi, di più e peggio ancora, al momento “l’impressione – scrive Davide Mazzocco su Blogo – è che si voglia spingere a pagare non solo gli evasori, ma anche tutti quelli che la televisione non ce l’hanno. Come? Prendendoli per sfinimento. Non dando informazioni. Ostacolandone i procedimenti per mettersi in regola, perché questo vuol dire dichiarare di non avere il televisore quando non lo si ha: mettersi in regola”. Nella convinzione che tu, per definizione, non lo sia.

Immagine di copertina, Sigla di chiusura RAI 1954.

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