Quando la retribuzione assomiglia più a una paghetta

Quando la retribuzione assomiglia più a una paghetta

Negli ultimi tre anni l’aumento delle retribuzioni attraverso i voucher è stato pari al 72,2%. Un boom che riguarda anche l'Emilia e Modena in particolare che, subito dopo Bologna, vanta il discutibile primato nel suo utilizzo. Nato teoricamente per contrastare il "nero" nelle attività occasionali, il voucher è invece diventato l'ennesimo strumento per allargare i confini del mare magnum del precariato (e dell'evasione). A riguardo, abbiamo sentito il parere di Domenico Chiatto, componente della Segreteria Cisl Emilia Centrale.

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Dopo quello bolognese, il territorio di Modena e provincia è quello più “voucherizzato” dell’Emilia-Romagna. Stando al rapporto dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps aggiornato ad aprile 2016, l’esplosione dei voucher ha interessato il territorio italiano nel passaggio tra il 2014 e il 2015, per stabilizzarsi (seppur in crescita) nel 2016. Mediamente, tra il 2014 e il 2015 l’aumento di voucher nelle regioni italiane è stato pari al 72,2%. Le prime della classe – si fa per dire – sono il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia con un aumento pari al 35,8% e 43%, mentre l’ultima è la Puglia con un aumento del 108,4%, seguita a ruota da Sardegna (97,4%), Liguria (94,1), Sicilia (91), Toscana (89), Lazio e Abruzzo (86,9) e Emilia Romagna con l’81,9%. Il quadro, insomma, è abbastanza sconfortante, anche se la variazione tra il 2015 e il 2016 (aggiornata ad aprile) per quanto riguarda la nostra regione è scesa al 40,3% in una media nazionale pari al 42,9%.

Tornando al 2015, solo a Modena e dintorni sono stati 2.560.685 i voucher utilizzati come strumento di retribuzione: nel 2014 erano stati 1.688.105, l’aumento è quindi pari al 51,7%. Per cosa sono stati utilizzati? Una buona percentuale è stata registrata come pagamento per “attività non classificate”, in cui, ci conferma Domenico Chiatto, componente della Segreteria Cisl Emilia Centrale, rientrano una grande varietà di settori, tra cui il manifatturiero e l’edilizia.

“È molto importante inquadrare lo strumento dei voucher all’interno della sua storia: – precisa Chiatto – per comprendere come questi dati siano preoccupanti”. “Lo strumento del lavoro accessorio è nato col decreto 276/03, la famosa riforma Biagi, e sono stati definitivamente introdotti nel 2008: la loro collocazione riguardava il settore della campagna e dell’agricoltura ed era rivolto a studenti e pensionati”. La ratio, insomma, che stava dietro all’introduzione dei voucher era quella di contrastare il lavoro in nero di studenti e pensionati, individui quindi non ancora o non più inseriti nel mercato del lavoro regolarmente normato. “L’idea era quella di regolamentare prestazioni di lavoro occasionali per chi non rientrava nel mondo dei contratti standard, con determinati tetti e specifiche norme. Lavori, insomma, che non potevano essere retribuiti per mezzo di contratti a tempo determinato o indeterminato. Il problema – è stato l’allargamento del raggio in cui la retribuzione avveniva per mezzo dei voucher: nel 2009 il settore si è allargato alle imprese familiari del commercio, del turismo e dei servizi”.

voucher

L’ultimo anello della catena è stato il decreto legislativo 81/15: ovvero il Jobs Act. Per mezzo della chicca renziana, infatti, la normativa sui voucher prevede che possano essere utilizzati come strumento retributivo “in tutti i settori produttivi”. Una virgola passata sottobanco e all’ombra dei riflettori che hanno illuminato la carrellata di assunzioni a tempo indeterminato. Anche in questo caso, com’è ovvio, vi è una ratio: allargare le modalità di accesso al lavoro, le possibilità e l’agibilità di assunzione in tempo di crisi, ma anche sbarrare la strada alle molte piste del lavoro in nero. Purtroppo, però, per costruire strade che non coprano solo le buche ma abbiano una direzione ci vuole un po’ di lungimiranza e visione d’insieme. I buchi contributivi, le sue conseguenze e la protezione dei lavoratori sono tutte cose che con “lungimiranza e visione d’insieme” fanno a cazzotti. Il boom di voucher che ha interessato l’Emilia-Romagna e l’Italia in generale, infatti, ha poco a che fare con i lavoretti occasionali di studenti e pensionati: piuttosto, è diventata una retribuzione regolarmente utilizzata. Infinitamente meno costosa da parte del datore di lavoro, con un risparmio sui contributi pari al 20% rispetto a un contratto regolare e continuativo.

“Il voucher – spiega l’esponente CISL – è un buono del valore lordo di 10 euro: il 13% è pari ai contributi Inps, il 7% alla quota di assicurazione Inail e il 5% all’Inps per la gestione dei buoni: morale della favola, il 25% viene trattenuto dalla remunerazione e il 75% spetta al lavoratore, ovvero 7,50 euro”. I problemi, a detta di Chiatto, sono principalmente due: “innanzitutto il fatto che, nella maggior parte dei casi, un voucher venga equiparato alla retribuzione oraria, quando non è scritto da nessuna parte che sette euro e mezzo sia il prezzo di un’ora di lavoro”. “In secondo luogo, il fatto che oggi i voucher vengano utilizzati in mondi del lavoro strutturati che potrebbero offrire al lavoratore un rapporto di lavoro pieno e completo: i voucher, come è normale nell’idea originale di prestazione occasionale, non comprendono ferie, permessi, tredicesima, quattordicesima o malattia”. Inoltre, la quota contributiva del 13% è significativamente più bassa rispetto al 33% di un contratto da dipendente. Infine, i voucher utilizzati come strumento remunerativo in settori strutturati e completi non contrasta, ma incentiva, i pagamenti in nero: “nell’ottica dei voucher, un lavoratore può guadagnare un massimo annuale di 7000 euro: naturalmente, se ci troviamo all’interno di un impresa o di un’azienda in cui il lavoro è tutt’altro che occasionale, il tetto viene presto raggiunto, e il resto della retribuzione viene consegnata in nero”. Come risultato, la contribuzione è bassa, con effetti negativi sulle future condizioni di pensionamento, parte del lavoro viene retribuito in nero, con effetti contrari a quelli che avevano dato vita all’idea di voucher, e il rischio di frammentarietà della carriera lavorativa è più alto. Una ricetta perfetta, stando a quanto, poco tempo fa, sentivamo dire da Boeri in un’affollata conferenza all’Auditorium San Carlo sui rischi dei buchi contributivi nel mondo del lavoro.

"Il lavoro" di Francesco Carrani.
“Il lavoro” di Francesco Carrani.

Quali sono, attualmente, i settori più sensibili per quanto riguarda il boom dei voucher? “Come dicono i dati – ha risposto Chiatto – lavori domestici e ‘altre attività’, un macrosettore che comprende ambiti lavorativi assolutamente strutturati e che permetterebbero un altro e più solido trattamento lavorativo: attualmente nella nostra regione, la percentuale equivale al 43% del totale, quasi la metà”. Stando alle stime CISL, per gli altri settori le percentuali sono così suddivise: 3% settore agricoltura, 17% settore commercio, 3% giardinaggio e lavori domestici, 3% manifestazioni sportive e culturali 3%, turismo 16%. Per ambiti di questo tipo, è chiaro, è plausibile che le prestazioni lavorative siano singole o sporadiche: “pensiamo, ad esempio, al ruolo di arbitro in una partita: sono occasioni in cui non si può parlare di contratto vero e proprio”. La nostra regione ha recentemente assistito a denunce, invece, per quanto riguarda il settore edile. “Anche il settore della ristorazione, per il lavoro ad esempio di baristi, o le imprese di metalmeccanici si sono rivelate particolarmente sensibili”. Uno strumento, il voucher, cresciuto in modo straordinario e decisamente conveniente nel settore delle imprese, se abusato con un uso distorto. “I dati, insomma – ha commentato Chiatto – sono preoccupanti e la nostra regione, come la nostra città, sono perfettamente inserite nel quadro tutt’altro che idillico del territorio nazionale”.

Imprese. Normali, piccole e medie: qualcosa che ci riporta alla retorica della crisi, a fare gli avvocati del diavolo. Pagare coi voucher può essere considerata una necessità? Chiatto, su questo, non transige. “È chiaro – dice – che la crisi su tutto questo ha influito, ma giustificare questa via non è ammissibile, soprattutto se si tratta di finalità di lucro o di guadagno”. Leggi: troppo spesso non si tratta di collaborazioni domestiche o di scorciatoie fiscali per risparmiare, ma di strumenti per stare a galla nella competizione del mercato a scapito dei lavoratori. Oppure di pura speculazione.

Statistiche alla mano, dopo il boom del biennio 2014-2015, il 2016 registra una stabilizzazione in lieve aumento. La remunerazione in voucher è dunque la normalità o è destinata a diventarlo? “Nel 2015 sono entrate in vigore, con il Jobs Act, le agevolazioni fiscali per chi assume: ed è stato proprio l’anno in cui in Emilia Romagna abbiamo assistito all’aumento esponenziale nell’uso dei voucher”. “È un dato che fa riflettere – continua – e non lascia ben sperare, soprattutto se pensiamo che questi sgravi contributivi sono in diminuzione: sono curioso di vedere quali saranno i dati a 2016 concluso”. A Jobs Act neonato, infatti, “le agevolazioni corrispondevano al 100% con un massimo di 8000 euro, mentre quest’anno la percentuale è scesa al 40% con un massimo di 3850 euro: le risorse sono diminuite e il rischio dell’abuso dei voucher è molto alto”. Chiatto sottolinea un altro dato interessante, per quanto riguarda l’età media di chi usufruisce di questo tipo di pagamento: “si è notevolmente ridotta, dato che nel 2008 corrispondeva a 60 anni per gli uomini e 56 per le donne (età che, prima della Fornero, era già più facilmente pensionabile): oggi siamo a 37 e 34, cioè in pieno mercato del lavoro, per così dire, regolare”.

Fonte immagine: Roberto Gimmi
Fonte immagine: Roberto Gimmi

Che fare, allora? Qui, Chiatto mette in campo i sindacati. “Come CISL, il 5 maggio scorso abbiamo presentato un audizione in Senato, elencando i punti a nostro parere fondamentali per far fronte al problema”. Tracciabilità, innanzitutto, dei voucher. Ma anche il riportare l’utilizzo di questo strumento alle attività davvero accessorie e occasionali: “la legge deve stabilire in modo chiaro un perimetro entro cui farne uso”. All’interno del quale entrerebbe la contrattazione collettiva col sindacato: “si tratta di dare dei parametri generali, che il sindacato deve poter perfezionare con l’obiettivo di aumentare i benefici dei lavoratori”. Accento anche su formazione alla sicurezza: “l’elusione di questa misura va pesantemente sanzionata, ed è molto frequente nell’universo dei pagamenti a voucher: di fatto, un lavoratore a parità di orario costa circa un terzo, con forti svantaggi a suo danno”.

Infine, il costo dei voucher: “il lavoro accessorio deve costare complessivamente di più: l’obiettivo è diminuire quello iato contributivo del 20%”. “Questo tipo di lavoro va meglio remunerato e deve avere garanzie in più”, continua. L’ultimo voto va ai controlli ispettivi: “abbiamo delle palesi carenze nei controlli: l’organico è fortemente contratto a discapito delle verifiche necessarie sul mondo del lavoro”.
Un modello di voucher come opportunità per accedere più facilmente al mondo del lavoro e combattere l’evasione fiscale, insomma, dovrebbe essere ristretto a determinati ambiti e a determinati destinatari come studenti o pensionati: “bisognerebbe evitare che questo pagamento sia utilizzato per remunerare la fascia centrale della popolazione e togliere la possibilità di pagare con i voucher ad ambiti come quello artigianale o industriale, o in attività di carattere economico strutturate di qualsiasi tipo”.

Solo in questo modo, secondo Chiatto, l’Emilia Romagna potrà muovere i primi passi verso una regolamentazione del lavoro che sia in linea con i principi che, come terra, la contraddistinguono: “A Modena, in particolare, – conclude – siamo abbastanza maturi per fare un salto di qualità e occuparci di questo problema”.

Immagine di copertina: Cartello esposto presso un cantiere edile a Sassuolo. Fonte: Roberto Ferrari.

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Nata a Genova, ma modenese da qualche anno dopo diversi pellegrinaggi. Laureata in Italianistica, è giornalista pubblicista e vive nel Regno Unito dove svolge un dottorato.

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