“Bene, allora mi faccia parlare con il computer”

“Bene, allora mi faccia parlare con il computer”

Pare che di filosofia dell'hacking intesa come "uso di creatività e immaginazione nella soluzione di un problema" sarà sempre più necessaria in un mondo in cui i computer e la loro stupida logica binaria ci dominano sempre di più. Come insegna questa piccola odissea nello spazio di un grosso ospedale emiliano.

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Lunedì pomeriggio, centro prenotazioni di un grosso ospedale emiliano. Prima di una visita di controllo vado a uno sportello per risolvere quello che al momento mi sembra un piccolo problema, una cosa di poco conto. Non so ancora che finirò in una situazione complessa e apparentemente irrisolvibile che metterà in discussione le fondamenta stesse dell’intero sistema… cosa che in effetti può capitare ogni volta che varchiamo le porte di un edificio pubblico.

L’impiegata dietro il vetro parla attraverso un microfono, cosa che contribuisce subito a renderla più simile a un robot che a un essere umano. Le spiego il problema, che a me sembra risolvibile in pochi secondi: per errore devo pagare il ticket per la visita, ma in realtà io sono esente, dunque non devo pagare il ticket. Lei non mi fa nemmeno finire di parlare e dice subito che non c’è niente da fare. Cerco di controbattere alla sua risposta apocalittica dicendole che forse… “No” ripete “non c’è niente da fare”. Detto questo inizia a guardare dietro le mie spalle, tanto che io mi giro per vedere se c’è qualcuno, ma non c’è nessuno: è solo il suo modo di dirmi che ho già esaurito il mio tempo e che tocca a un altro. “Eheh” sorrido compiacente, “Ma guardi che c’è un errore, io non devo pagare”. “Sì che deve, mi dispiace” e indica lo schermo del computer.

Penso subito: oddio, mi trovo in una di quelle situazioni in cui bisogna fare scenate in un ufficio pubblico e prendersela con l’impiegata che in realtà non ha nessuna colpa e sta solo facendo il suo lavoro? Devo recitare questo ruolo? Decido di non farlo e di tentare la strada della ragionevolezza: “Scusi ma ci sarà qualche soluzione, io ho l’esenzione, non devo pagare il ticket, se c’è stato un errore…” “E’ il sistema che dice così” mi dice con voce robotica indicandomi ancora lo schermo del computer. Si riferisce al sistema informatico, presumo. “E non c’è modo di…” “No guardi, non c’è niente da fare, deve pagare, il sistema dice che deve pagare” e di nuovo guarda alle mie spalle, e io di nuovo mi giro e di nuovo mi ricordo che non c’è nessuno. “Ma quindi cosa faccio?” “Paga” “E se non pago?” “Le arriva a casa da pagare”. Un attimo di silenzio, ancora gli occhi oltre le spalle, e poi, vedendo che non mi schiodo, ribadisce: “Io non posso farci niente, è il computer che dice così”. Per un attimo penso di dirle “bene, allora mi faccia parlare con il computer”, poi capisco che sto finendo in quel ruolo in cui non volevo finire, cioè il cittadino frustrato dagli errori del sistema che impazzisce davanti a uno sportello. Non devo cedere.

E qua mi viene in mente l’hacking. Per la maggior parte delle persone l’hacking è solo distruggere siti internet e rubare dati, ma in realtà esiste un’etica hacker, una filosofia hacker, che si può applicare nella vita di tutti i giorni. Come si legge su Wikipedia, si può parlare di hacking “genericamente in ogni situazione in cui è necessario far uso di creatività e immaginazione nella soluzione di un problema”. E’ dunque anche un modo di pensare che comprende non arrendersi di fronte a un sistema che non funziona o che ha qualche falla ma anzi trovare il modo di superare l’ostacolo smontandolo, capendo come funziona e trovando il modo di farlo funzionare meglio. Steven Levy, nel suo saggio “Hackers: Gli eroi della rivoluzione informatica” del 1984, scrive appunto: “Gli hackers credono che gli insegnamenti fondamentali sui sistemi – e sul mondo – possano essere appresi smontando le cose, analizzandone il funzionamento e utilizzando la conoscenza per creare cose nuove e più interessanti”. Ora, citare questo passo all’impiegata del centro prenotazioni non mi sembra la cosa giusta; oltretutto dovrei prima cercarlo su Google col cellulare, ripetere varie volte “un attimo, un attimo” mentre lei mi dice che non c’è niente da fare perché il computer dice così, con la gente intorno che inizierebbe a lamentarsi e in pochi secondi finirei nella situazione che sto cercando di evitare. Mi viene in mente anche la scena di un bel film argentino in cui un uomo, esasperato dalle multe che gli vengono date per sbaglio, tenta di far saltare in aria l’ufficio delle multe con dell’esplosivo. Ecco, meglio evitare. Quindi sorrido, dico “va bene” e vado via non pagando il ticket.

 

Vado su a fare la visita e scopro che la cosa più tragica che può avvenire in un ospedale a quanto pare è un paziente che non ha pagato il ticket. Spiego al medico cos’è successo, cioè che io sono ufficialmente (metto enfasi su questa parola) esente da ticket, tirando fuori dalla tasca i documenti che lo dimostrano e sventolando il mio libretto sanitario come fanno nei film americani gli agenti dell’FBI col distintivo. “Cioè lei è esente” “Sì” “Però le hanno fatto pagare il ticket?” “Sì” “Ma lei non l’ha pagato” “Esatto”. “Uhm”. Il medico con faccia torva dice: “Questo è un problema”. Poi fissa le mie carte a lungo, passa allo schermo del computer, torna ancora sulle mie carte e infine sulla mia faccia, come se la soluzione si potesse trovare là. Io, sentendomi chiamato in causa, avanzo timidamente un’ipotesi per hackerare il sistema: “Non si può fare un ticket da zero euro, come se avessi pagato?” Mmmmm, no. “Allora non si potrebbe inserire il codice dell’esenzione, retrodatato, qualcosa insomma per fare in modo che il sistema non se ne accorga?”. Il medico ci riflette e – giuro – chiama un collega in aiuto. In due riflettono sul da farsi, e durante questa fase – in cui mi guardano varie volte con la faccia di chi pensa “ma non poteva pagarlo e basta?” – noto una cosa: il motivo per cui sono venuto qua è quasi passato in secondo piano. Questo problema del ticket è diventato più importante, è il vero problema. Perfino io non penso più alla visita e penso solo a risolvere questo problema: poi posso anche andare a casa. I medici però devo ammettere che, rispetto all’impiegata, sono più propensi, come me, a trovare una soluzione che accontenti me e che non contrari troppo il sistema. Non vogliamo farlo arrabbiare. Ma non vogliamo nemmeno pagare, dato che è sempre il sistema ad avermi detto che ho un’esenzione e che non devo pagare.

Alla fine un po’ di arte dell’arrangiarsi all’italiana e filosofia hacker si vengono incontro e i due medici risolvono con un “trick” magico, inserendo la mia esenzione retrodatata come avevo proposto io. In teoria in questo modo il sistema non dovrebbe accorgersene. Noterà che io non ho pagato, eppure sono stato visitato, e a questo punto avrà due opzioni: o mandarmi a casa il ticket da pagare, o notare che io sono esente, solo che in questo secondo caso verrebbe fuori una specie di corto circuito (“deve pagare… ma non deve pagare”) e il sistema potrebbe esplodere. L’intero servizio sanitario nazionale dipende da me. Con questa consapevolezza, dopo la visita mi preparo a tornare a casa. Mentre esco penso di passare di nuovo dall’impiegata del centro prenotazioni per citarle il passo del saggio sull’hacking che nel frattempo ho trovato col cellulare e agitare il dito indice dicendole che avevo ragione io. Ma mi rendo conto che è una follia.

Se è vero che non si può correggere il sistema – ma “solo” aggirarlo e raggirarlo – è ancora più vero che non si può cambiare la mentalità di chi si sente deresponsabilizzato come individuo e indica lo schermo di un computer per dire “è il computer che dice così, non io”. Dunque la vera vittima di questa tragedia non sono io, e non lo sarei stato nemmeno se avessi dovuto pagare il ticket, ma la povera impiegata. Schiava di quello schermo che ha davanti a sé e di queste persone che intravede dietro un vetro spesso, che parlano attraverso un microfono con voce robotica, tutte uguali, tutte con le stesse richieste, gli stessi problemi, e allora ringrazio di poter tornare a casa mentre lei resta lì fino alle 18, in compagnia del sistema, giorno dopo giorno, col computer che le dice cosa fare e cosa non fare e con pazienti rompipalle che il ticket non lo vogliono proprio pagare.

L’immagine di copertina e le gif animate sono tratte da “2001, Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick.

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Nato a Oristano nel 1984. Scrive, fa video e cammina molto. Trova Modena più interessante di Bologna.

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