Ogni uomo è più grande del suo errore

Secondo quanto riporta il quotidiano online ModenaToday, nel carcere modenese di Sant’Anna anche nel periodo di Ferragosto si sono susseguiti episodi di violenza e di autolesionismo da parte dei carcerati. Tanto da trasformare la struttura in un luogo ad altissimo rischio, sia per la salute degli agenti di Polizia Penitenziaria, sia per l’incolumità stessa dei detenuti. “La confusione che attualmente regna all’interno della struttura modenese è rappresentata anche da alcune dinamiche che investono procedure di ubicazione al reparto “accoglienza” – hanno spiegato i vari sindacati di Polizia Penitenziaria – con tutta una serie di provvedimenti che riflettono una discutibilissima gestione della popolazione detenuta”. Gestione non facile, possiamo immaginare, anche a fronte di una popolazione carceraria di 362 effettivi, in una struttura teoricamente dotata di 372 posti regolamentari, di cui però ben 109 attualmente non disponibili (dati del Ministero della Giustizia).

Immagine dalla mostra "Dall’amore nessuno fugge" ospitata al Meeting di Rimini 2016. Fonte: AVSI
Immagine dalla mostra “Dall’amore nessuno fugge” ospitata al Meeting di Rimini 2016. Fonte: AVSI

Guardando al quadro generale  emiliano-romagnolo, come già segnalavamo nell’articolo “Conviene a tutti un carcere più umano“, al 31 dicembre 2014, negli 11 istituti penitenziari dell’Emilia-Romagna erano 2.884 i detenuti reclusi (compresi quelli in semilibertà), a fronte di una capienza regolamentare di 2.795 posti. In termini di sovraffollamento, la nostra regione è passata dal 188.4 del 2009 al 109.1% di oggi. Un drastico calo che non può che essere salutato positivamente. Ma bisogna ancora migliorare, evidentemente: apparteniamo alla schiera di regioni con un tasso superiore al 100%.

Sovraffollamento a parte, quello che è emerge nella situazione modenese (ed italiana in generale) è il forte squilibrio tra la componente punitiva propria di ogni detenzione, che dovrebbe scoraggiare chi delinque dal commettere altri reati, rispetto alla parallela azione rieducativa, operata per mezzo della pena, che può e deve tendere ad una “trasformazione” della personalità del reo in vista di un pieno reinserimento sociale. Un obiettivo quest’ultimo, che in Italia rimane al più una dichiarazione d’intenti, per altro ribadita appena un paio di mesi fa dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “La funzione rieducativa della pena, il senso di umanità restano l’obiettivo primario. Bisogna proseguire sulla strada che sappia unire sicurezza alla comunità e relazioni sociali, opportunità di istruzione e lavoro per offrire ai detenuti la scelta del recupero e dell’integrazione”. Per il Presidente, è necessario un profondo rinnovamento del modello di detenzione. Un modello che attualmente ci costa 2,7 miliardi euro. Una somma di cui però solo l’8% è destinato al mantenimento detenuti.

Attività nel Centro APAC di Perdões, nello Stato di Minas Gerais
Attività nel Centro APAC di Perdões, nello Stato di Minas Gerais

Qualche spunto – e anche qualcosa di più, volendo – l’ha data ieri al Meeting di CL in corso a Rimini la presentazione dell’esperienza brasiliana di APAC (acronimo di Amando o Próximo Amarás a Cristo), che gestisce attualmente 147 centri di recupero in tutto il paese per una popolazione complessiva di 3500 “ospiti”. Creata nei primi anni Settanta dall’avvocato cattolico di origini italiane, Mario Ottoboni, i centri APAC – spiega Vita.it – “stravolgono il concetto stesso di prigione: si basano infatti sul riconoscimento di aver commesso un errore e sulla decisione di cambiare”. Da quarant’anni prosegue questa sperimentazione di “carceri” senza sbarre e senza guardie, senza armi né corruzione, con un tasso di recidiva per chi conclude la pena intorno al 15%, in un paese che conta 600 mila detenuti e una recidiva tra le più alte al mondo, vicino l’85%, venti punti in più della media mondiale. Per entrare in un centro APAC – racconta la Stampa – il detenuto deve essere condannato in via definitiva, deve aver fatto un periodo di detenzione nel carcere tradizionale, in seguito al quale può inoltrare la richiesta di entrare in un’APAC. La vita in queste carceri dove non ci sono né guardie né agenti penitenziari, dove i “recuperandi” hanno le chiavi della prigione e spesso sui muri si legge “l’uomo non è il suo errore”, dove tutto si basa sull’autodisciplina, sulla fiducia e sul rispetto, dove i colori predominanti sono il bianco e l’azzurro che richiama il cielo, è scandita da ferree regole: sveglia, preghiera, lavoro.

Attività nel Centro APAC di Perdões, nello Stato di Minas Gerais
Attività nel Centro APAC di Perdões, nello Stato di Minas Gerais

Un modello importabile anche da noi? Sì, afferma Valeci Antonio Ferreira, esponente di APAC in questi giorni a Rimini, che spiega a Vita.it: «La cosa più difficile è convincere le autorità», ammette, «ma i risultati parlano per noi. Nessuna rivolta in 44 anni, nessun caso di corruzione o spaccio di droga, tentativi di fuga che si contano sulle dita di una mano. Perché – come recita il titolo della mostra dedicata alle Apac qui al Meeting – «dall’amore nessuno fugge».

No, secondo il Sappe, sindacato autonomo di polizia penitenziaria, che sulla propria rivista “Polizia Penitenziaria” pubblica un articolo dal titolo “La bufala dell’APAC, la sorveglianza dinamica in chiave brasiliana” rimarcando come i numeri vantati da APAC riguardino “lo 0,4% della popolazione detenuta brasiliana”, mentre il rimanente 99,6% dei 600 mila carcerati vive in condizioni di degrado ben peggiori di quelle italiane.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *