Quando da Modena usciva il suono perfetto

Quando da Modena usciva il suono perfetto

Negli anni Ottanta il modenese Giovanni Mariani fondava la Graaf, azienda che produceva amplificatori valvolari di altissima qualità. Roba per palati fini che la musica volevano sentirla vibrare fin sotto la pelle. Prodotti d'eccellenza che partivano da qui per essere poi apprezzati e acquistati in mezzo mondo. Poi, con l'arrivo degli mp3 - file audio compressi che contengono poche informazioni, "come se ascoltassimo il riassunto del pezzo originale" - è arrivata la crisi.

0
CONDIVIDI

La prima sintonizzazione di Giovanni Mariani risale al secondo conflitto mondiale ed è una sintonizzazione clandestina. Radio Londra, biennio ’43-’45: un reato, una sfida. Giovanni aveva meno di dieci anni, ma è l’imprinting che conta: quarant’anni dopo la guerra era finita e Mariani fondava la Graaf, il Gruppo Ricerche Audio Alta Fedeltà. In qualche modo, si trattava di un’altra sfida. Erano gli anni Ottanta e gli amplificatori valvolari sembravano già morti e sepolti da un decennio. Per qualcuno, gli anni Ottanta equivalgono alla morte della musica. Non a torto, forse, ma questa è un’altra bagarre. Quella che ci interessa riguarda gli amplificatori: valvolare o transistor? Una discussione da passarci la nottata, un po’ come quella tra digitale e analogico, tra Beatles o Rolling Stones. È così, in fondo, che è nata l’idea di riesumare l’amplificatore valvolare. È una mattina del 1982 e a casa Mariani si discute tra amici. “Uno dei due era il direttore della ditta per cui lavoravo prima: – racconta Mariani – la Audio Consultans, acquistavamo dagli Stati Uniti apparecchi Hi-Fi e li distribuivamo in Italia”. Una ditta fallita da poco: cambiamento dei prezzi internazionali, nuove esigenze. Mariani aveva appena aperto un suo laboratorio dove già da un po’ sperimentava la tecnica del suono.

Un vizio antico, verrebbe da dire, visto che in tempo di guerra la radiotecnica lo aveva letteralmente conquistato. È alla scatola magica del suono che il giovane Giovanni dedica la sua attenzione sin dall’inizio, nell’immediato dopoguerra, girando per mercatini dell’usato alla ricerca dei pezzi necessari alla costruzione di una radio a galena. Dalla passione nasce la gavetta: le prime collaborazioni con un amico costruttore di ricevitori e con un tecnico professionista che ripara apparecchi radio, la conoscenza dell’amico Ermanno Vellani, nel cui laboratorio Mariani impara le basi del mestiere.

radio a galena
Radio a Galena

Fino al diploma di Perito Tecnico Industriale “Fermo Corni” di Modena, ottenuto dopo la vincita di due borse di studio nel corso del quinquennio. È a scuola che Mariani conosce l’amico Gaetano Cappi: “la nostra comune passione per la radiotecnica ci portò a sperimentare, conoscere e lavorare insieme fino agli anni Settanta”, ricorda Mariani. “Avviammo un’attività di vendita e riparazione di apparecchiature radiofoniche e televisive – racconta – con sede in corso Canalchiaro”. L’interesse per l’Hi-Fi arriva dopo una visita alla Philips, a Milano. “Si trattava di un ascolto completamente diverso: – ricorda Mariani – comincia subito a documentarmi e a sperimentare”.
Hi-Fi: un termine che sa di tecnologia e di “moquette stile”, come cantava Guccini in Eskimo. Hi-Fi: High Fidelity, Alta Fedeltà. Un termine americano: erano gli anni Trenta e la Radio Corporation of America realizzava una valvola destinata a cambiare la resa di innumerevoli apparati audio. Il termine si diffuse a macchia d’olio parallelamente agli amplificatori di potenza, sino a diventare quasi un marchio. In Italia, l’Hi-Fi arriva negli anni Cinquanta.

Poco dopo, negli anni Sessanta, Mariani e Cappi danno vita alla prima sala di ascolto di apparecchiature Alta Fedeltà a Modena. Immaginate la sala di un Mediaworld qualunque e la folla di persone che infilano cuffie, guardano schermi, toccano cellulari, perdono gli occhi sulle innumerevoli proposte della tecnologia. Immaginate tutto questo in centro a Modena, negli anni Sessanta. All’interno, i primi amplificatori Alta Fedeltà e un pubblico che entrando guardava, sceglieva, ascoltava. Sarà perché erano i primi, sarà perché non erano circondati da muri di lavatrici e pareti di cellulari, o sarà perché una novità negli anni Sessanta brillava come un futuro appena cominciato, ma quel suono doveva essere una meraviglia.

Giovanni Mariani
Giovanni Mariani

Successivamente, i due si separano e Mariani prosegue con le sue attività e un paio di negozi fino al 1976: entra a far parte, come socio e responsabile tecnico, della Audio Consultans. Qui conosce i maggiori marchi Hi-Fi e le loro caratteristiche tecniche. Conosce anche Maurizio Rossi, allora presidente della società. È con lui e l’amico Giuseppe Tusini che Giovanni Mariani intavola quella discussione sulla resa degli amplificatori nel 1982, a un anno dalla chiusura della Audio Consultans, nei cui spazi Mariani aveva allestito il suo laboratorio di assistenza tecnica. “Ho sempre mantenuto vivo il mio interesse per la costruzione e il miglioramento di ciò che esisteva già: – racconta – qualche volta, se mentre riparavo un apparecchio, anche di marchi molto famosi, mi accorgevo che era fatto male o poteva essere migliorato, lo cambiavo con le mie mani perché rendesse meglio”. Un amore per la tecnica e per il suono: è questo che lo porta a tentare ciò che, fino a quel momento, non era stato altro che “una serie di prove insignificanti”.

“Era la prima volta – racconta – che provavo seriamente a costruire un amplificatore valvolare: volevo provare che, soprattutto con le tecnologie raggiunte, poteva suonare molto meglio di un classico transistor a stato solido”. “Conoscevo i pezzi e la tecnica che c’era dietro: – precisa – conoscevo il campo sin da bambino, avevo una lunga esperienza pratica e ho sempre avuto il piacere di assemblare e costruire per ottenere un risultato che fosse quello che avevo in mente”. “Inoltre – conclude – conoscendo la materia non ho mai copiato le tecniche di altri apparecchi”. È questo, forse, che ha reso gli amplificatori Graaf tra i più venduti al mondo, come ci ha raccontato William Maioli, il nipote di Mariani. La Graaf fu fondata nel 1985, dopo i primi esperimenti: “due modelli da 400 watt”.

Giovanni Mariani nel laboratorio della Graaf
Giovanni Mariani nel laboratorio della Graaf

Ma cosa significava, negli anni Ottanta, costruire un amplificatore valvolare? Che differenza c’è tra un amplificatore valvolare e un amplificatore transistor? “È una questione di suono: – spiega Maioli – è pulito, rotondo e di qualità”. “Di fatto – continua – un suono valvolare di qualità ricrea in casa ciò che senti dal vivo”. A quanto pare, oggi i migliori amplificatori per suonare dal vivo sono valvolari. La differenza fondamentale, comunque, risiede nel modo in cui il segnale che entra nell’amplificatore (in breve: il pezzo di musica da riprodurre) viene emesso. In poche parole: un amplificatore valvolare trasforma il suono attraverso le valvole. A guardarle, sembrano lampadine. Il transistor lo fa attraverso un circuito: si tratta di un tassellino di silicio e plastica con due dentini di metallo. La valvola ha una compressione del suono più naturale e può rendere il suono come è originariamente, enfatizzando le armoniche e le componenti del suono. Il transistor, invece, si comporta da circuito: blocca ciò che nel circuito non entra. Sarebbe sbagliato affermare che il transistor comprime il suono, ma in qualche modo non lo rende nella sua pienezza. Usando una metafora, è come se la valvola fosse una stanza dove possono entrare più persone che possono interagire tra loro. Il circuito equivale a una porta: si entra uno per volta, tutto insieme non passa. Se ascoltassimo, ad esempio, un brano eseguito da uno Stradivari su due amplificatori di questo tipo, quello valvolare ce ne restituirebbe le armoniche con una pulizia e una complessità che un transistor non possiede.

Tutto questo, naturalmente, tenendo conto del fatto che, negli anni Ottanta, si poteva costruire un amplificatore valvolare che, rispetto ai classici degli anni Settanta, poteva contare su vent’anni di tecnologia in più. Gli schemi elettrici e di circuitazione, con gli amplificatori transistor, avevano fatto passi da gigante. “A questo bisogna aggiungere che quello che rendeva gli amplificatori valvolari Graaf diversi dagli altri – spiega Maioli – era la tecnologia OTL”. Output Transformer Less, senza trasformatore d’uscita: significa che gli elementi dell’amplificatore sono collegati direttamente al carico, senza trasformatori audio. Fino a quel momento, si trattava di una possibilità che riguardava solo il transistor. Ma, applicata ai vantaggi sonori dell’amplificatore valvolare, è facile comprendere quale fosse il risultato. Perché non ci aveva pensato nessuno? “Per mettere a punto una tecnologia del genere – spiega Maioli – ci voleva quaranta o cinquanta volte il materiale che serviva per costruire un amplificatore classico: era molto più costoso”.

A cose fatte, a Rossi e Tusini toccò dar ragione a Mariani: il suono non era paragonabile. Le vendite esplosero ben oltre i confini modenesi: “Vendevamo in tutta Italia, ma anche in nord Europa, negli Stati Uniti e a Hong Kong”. E i prezzi? “L’amplificatore più scarso costava circa due milioni di lire, ma si arrivava fino ai venti milioni”. Nulla di diverso, di fatto, dai prezzi dei migliori amplificatori transistor. Ma esisteva davvero chi spendeva quelle cifre? Chi era il pubblico? Oggi, è inimmaginabile una somma di quel tipo per comprare un amplificatore da casa. O meglio, lo è su larga scala, come invece era in quegli anni. “Gli amatori, allora, erano molti di più: – risponde Maioli – oggi sei considerato un amatore se compri un home-theater della Bose, che in tutta la sua qualità non è neanche lontanamente comparabile a un apparecchio Hi-Fi come quelli di allora”. I clienti della Graaf spaziavano da persone molto importanti sul locale a tipi come Bartolomeo Aloia, celebre progettista Hi-Fi, e Ken Kessler, uno dei giornalisti sul campo più famosi degli anni Novanta (ma anche oggi), che oltre a possedere un Graaf aveva quotato la ditta come una delle migliori al mondo per la produzione di amplificatori.

graaf4
Vacuum tube phono/line di un preampliflicatore (Graaf)

Fino agli anni Zero, quelli dei barbari. Cioè noi. “La Graaf chiuse nel 2007: – racconta Maioli – il mercato Alta Fedeltà ha avuto una fortissima contrazione a seguito degli mp3 e delle nuove tecnologie”. Musica per tutti, musica subito, motivetti da radio, pezzi su iTunes, download e ancora download. “Non potevamo tenere in piedi un’azienda di produzione, con quei costi, per qualche amatore”, spiega Maioli, che oggi gestisce insieme a Davide Bigi la ditta Excel: si occupano di installazione di sistemi di diffusione sonora per case o piccoli ambienti.

Verrebbe da chiedersi quale possa essere la sfida di oggi. Di fatto il cd è morto e sepolto e la musica gira prevalentemente su file mp3. Sono file compressi e che contengono poche informazioni: ne risulta un suono sacrificato. Di fatto, è come se ogni mp3 che ascoltiamo fosse il riassunto del pezzo originale (quando questo non sia registrato già in forma compressa, direttamente per IPod e radio). Un po’ come il trailer per un film. Il problema, è che oggi ascoltiamo quasi del tutto file mp3. Ma non è questione di buon tempo andato e di soluzioni vintage. Anche i vinili che vediamo uscire a secchiate dai locali (proporzionalmente a quanto è indie il concerto), sono spesso qualitativamente diversi rispetto agli originali di qualche decennio fa, quando il vinile era l’unico supporto per la musica.

E anche se non se ne può più, di sentir parlare di barbari e buon tempo andato, viene da chiedersi se davvero ci sia spazio per recuperare qualcosa, fosse anche un suono come si deve, dal mondo prima che arrivasse la musica liquida. Oggi esistono i file ad alta definizione: sono file digitali tanto quanto gli mp3, ma pesano un po’ di più e contengono molte più informazioni. Parliamo di file Flac e Wav, ad esempio. Un impianto di lettura per file ad alta definizione costa dai mille ai duemila euro. Ma è per barbari raffinati.

In copertina, il logo della Graaf. Tutte le immagini sono tratte dalla pagina Flickr della Graaf.

CONDIVIDI
Nata a Genova, ma modenese da qualche anno dopo diversi pellegrinaggi. Laureata in Italianistica, è giornalista pubblicista e vive nel Regno Unito dove svolge un dottorato.

NESSUN COMMENTO

Rispondi