Adozioni in Italia, un labirinto tra burocrazia e business

In Italia si stima che i “figli di nessuno” siano 20 mila tra ragazzi, neonati e bambini ospitati presso istituti di accoglienza. Ma si tratta appunto di stime: un database comune nazionale non esiste. Come noto, da noi le coppie che intendono adottare devono affrontare un tour de force di anni. In teoria per evitare problematiche legate ad eventuali abusi dei minori. Giustissimo, ci mancherebbe. Ma se l’intenzione è ottima, in mezzo ci si infila come sempre in Italia una burocrazia lenta e nebulosa che induce i futuri genitori allo sfinimento. Demotivati e impauriti, molti decideranno di rinunciare in partenza all’adozione anziché affrontare una simile via crucis di coppia. Ingiusto e paradossale che tanti bambini in cerca di famiglia ed affetto e coppie pronte ad accoglierli ed amarli come figli naturali non possano incontrarsi. Per complicazioni burocratico-giudiziarie o, come vedremo tra poco, per precisi interessi economici.

Grazie alla legge 149 dal 2001 gli orfanotrofi non esistono più, sostituiti dalle cosiddette case-famiglia: cooperative, istituti religiosi o laici, comunità terapeutiche o educative, strutture riservate a minori che sono stati allontanati o non riconosciuti dai genitori naturali. Ogni bambino “costa” al proprio Comune una retta, che può variare dai 40 ai 400 euro al giorno (non esiste un tariffario di riferimento), erogati sino a quando il minore resta all’interno della struttura, con un giro d’affari pari o superiore al miliardo di euro l’anno. Il risultato di un’adozione o un affido ad una coppia, significa concretamente una retta in meno per la struttura ospitante. Solo un ragazzo su cinque viene assegnato ad una delle 10 mila famiglie che ne fanno richiesta nel nostro Paese. Uno dei dati più bassi di tutta Europa. E’ comunque doveroso ricordare che molti istituti di accoglienza sono strutture affidabili che svolgono ogni giorno un lavoro di oggettiva protezione nei confronti di minori in forte pregiudizio, ma la permanenza di un bambino va gestita con consapevolezza e deve rispondere ad un solo criterio: trovare il prima possibile una collocazione familiare.

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Photo credit: PSA: don’t try this at home via photopin (license)

Modena sono in tutto 19 le comunità residenziali che ospitano poco più di 100 tra bambini e ragazzi: 5 casa famiglia, 2 case per madri con bambini, 6 comunità educative che ospitano minori generalmente sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria, 6 comunità o gruppi appartamento per l’alta autonomia, dove i ragazzi prossimi al raggiungimento della maggiore età sperimentano una responsabilità diretta nella convivenza e nel percorso di crescita affiancati da un educatore professionale.

Le comunità che accolgono minori presenti nel nostro territorio sono tutte autorizzate in base ad una specifica normativa regionale che prevede, in relazione alle tipologie di strutture, precisi parametri edilizi, organizzativi e di personale. Il Comune rilascia l’autorizzazione al funzionamento e presiede i compiti di verifica e controllo circa la permanenza dei requisiti. Periodicamente presso le strutture vengono effettuati sopralluoghi su mandato della Procura minorile e in collaborazione con la Polizia municipale. L’inserimento in comunità è attivato solo quando non è possibile l’inserimento in una famiglia affidataria, solitamente per i bambini più grandi, e tenendo conto delle caratteristiche e dello stato di salute del minore, oltre che della gravità delle circostanze che ne hanno fatto disporre dal Tribunale l’allontanamento dalla famiglia.

L’amministrazione comunale ha poi attivi diversi contratti con soggetti gestori presenti sul territorio; il dirigente competente può stipulare contratti con i gestori per l’acquisto di pacchetti di posti qualora sia più conveniente rispetto al singolo posto. I soggetti con cui l’amministrazione ha in essere contratti sono generalmente cooperative sociali, fondazioni, istituti religiosi e aziende pubbliche di servizi. Le rette delle strutture variano notevolmente a seconda dei servizi offerti e dei rapporti operatori/minori; in quanto oltre 80% della retta è costituito da costi del personale. A titolo esemplificativo, e non esaustivo, le rette delle comunità che il Comune utilizza sono le seguenti: per le comunità famigliari si attestano intorno ai 60/80 euro al giorno , per le comunità per l’autonomia intorno ai 55/70 euro al giorno, per le comunità educative dai 80 ai 130 euro al giorno (per minori con particolari esigenze terapeutiche è prevista un ulteriore quota aggiuntiva a carico della Asl, quindi Regione).

Photo credit: Cousins via photopin (license)
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Cristina Franceschini
Cristina Franceschini

Abbiamo intervistato l’avvocato veronese (ma laureata all’Unimore) Cristina Franceschini, Presidente dell’associazione Finalmente Liberi Onlus”, per capire insieme la situazione adozioni ed affidi in Italia e lo scandalo da loro denunciato, relativo a 211 giudici minorili onorari, che attualmente hanno rapporti professionali ed economici con le “case-famiglia”. Come fanno tali giudici onorari minorili a decidere in modo imparziale se tenere o meno i bambini nelle strutture di accoglienza, se hanno interessi in questi stessi istituti? Una circolare del Csm ha stabilito nuovi criteri d’incompatibilità.

L’avvocato Franceschini commenta a Note Modenesi:“è un dato di fatto che i bambini ospiti delle strutture di accoglienza, vi rimangono per tempi biblici. Anche negli affidamenti temporanei, dove il tempo massimo di permanenza dovrebbe essere 24 mesi, in realtà vengono prorogati anche per 3 o 4 anni. Stiamo parlando di migliaia di bambini, gli ultimi dati aggiornati dal garante dell’infanzia stimano circa 20 mila minori nelle comunità, ma manca il dato relativo agli affidamenti familiari che nei report precedenti ufficiali del Governo si aggirava attorno ai 15 mila. Oggi invece si può ipotizzare addirittura siano arrivati a 40 mila gli affidamenti di minori, fuori famiglia”.

“Le rette pagate dai Comune alle strutture che ospitano i bambini – continua l’avvocato – possono variare molto, le più modeste si aggirano attorno ai 40 euro al giorno le più onerose oltre 400, quindi il Comune (e per alcune comunità terapeutiche anche la ASL della Regione di appartenenza) paga la retta alla struttura di accoglienza del minore. L’istituto però non presenta all’ente né un progetto puntuale con l’indicazione specifica delle varie spese che verranno anche in linea di massima impiegate sulla base del progetto generale del servizio sociale affidatario, né una rendicontazione finale che attesti le attività effettivamente sostenute ed i relativi costi”.

“Non sappiamo quindi, a retta erogata ed in vista del successivo accantonamento per l’ulteriore periodo, come siano stati investiti effettivamente nel dettaglio tutti quei soldi. Se è rimasta liquidità (che in quel caso dovrebbe esser per legge reinvestita nella cooperativa e non spartita tra i soci), o se siano stati investiti tutti per il bambino in questione. Per quanto riguarda le verifiche, le strutture dovrebbero essere soggette a controlli in base alle varie normative riservate alle Regioni, almeno ogni 6 mesi. Però questo non sempre avviene per mancanza di risorse di personale o risorse economiche. Spesso tali controlli avvengono su segnalazione, allora si attiva la procura ed i funzionari del ministero e pare, su segnalazione pervenutami da ex collocati in comunità oggi rientrati, che a volte il personale sapesse il giorno dell’ ispezione in anticipo e vi si adeguasse per tempo”.

Photo credit: The future via photopin (license)

Prosegue Franceschini: “io mi occupo prevalentemente di diritto di famiglia, in particolare di minori, quindi vengo molto spesso a contatto con realtà in cui i ragazzi sono già provati psicologicamente, per grave inadeguatezza familiare o perché vittime di maltrattamento e abusi. E’ giusto che gli stessi vengano, in assenza di parenti entro il quarto grado come previsto dalla legge, portati nelle case famiglia ove possano esser quindi seguiti adeguatamente, aiutati e protetti per poi essere pronti per l’affido o l’adozione, ma ci sono anche non pochi minori che invece vengono allontanati per motivi che potrebbero esser superati con percorsi alternativi alla comunità, senza il trauma dell’allontanamento coatto dai loro affetti. Anche nel caso di conflittualità dei genitori il bambino ha desiderio di tornare a casa da papà e mamma o da uno dei due, non cerca protezione nella comunità e quindi il danno in questi casi è enorme e con effetti permanenti”.

“Il consiglio superiore della magistratura – conclude – aveva già nel 2010 emanato una circolare che vietava a coloro che volessero assumere la nomina di giudice onorario, di avere una carica rappresentativa all’interno di strutture dedicate all’accoglienza di minori. In realtà però molti giudici onorari risultavano incompatibili, perché non avrebbero potuto operare come giudici onorari nei tribunali e come collaboratori delle case famiglia (presidenti, soci fondatori, psicologi, educatori). Sull’onda di numerose segnalazioni che l’associazione “Finalmente Liberi Onlus” da due anni sta effettuando (raccolte anche da varie interrogazioni parlamentari), il Csm il 26 ottobre 2015 ha emanato una nuova circolare in base alla quale ha previsto che non possono essere giudici onorari chi lavora a qualsiasi titolo presso le tali strutture, con procedimento esteso anche ai parenti entro il secondo grado, e gli affini di primo grado, convivente o coniuge del giudice onorario minorile”.

“Un segnale forte che indica, almeno come linea di massima, controlli più serrati. Tale circolare riguarda le nomine per il triennio 2017-2019 ma è già operativa per le relative candidature e per quelle di rinnovo di chi già esercita attualmente. Adesso anche il genitore di un bambino coinvolto nelle case famiglia, potrà almeno contare – salvo i casi dei soliti furbi – sul fatto che il anche il giudice onorario, componente del collegio giudicante e ritenuto qualificato per l’ascolto del minore e per le udienze di audizione dei genitori con ruolo fondamentale per i Tribunale per i minorenni, sia totalmente ed assolutamente terzo, come previsto dalla legge e in regola con le norme previste dal loro organo superiore, ossia il Csm”.

Immagine di copertina, photo credit: Dia Disappointed via photopin (license)

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