A Gerusalemme, dove tutto è sacro

A Gerusalemme, dove tutto è sacro

Quarta e ultima parte del reportage di un viaggio tra Palestina e Israele al seguito di una piccola Ong di Spilamberto. Ultima tappa, Gerusalemme, al centro di molte polemiche in questi giorni per la decisione dell’Unesco di utilizzare solo il nome arabo per riferirsi alla spianata delle Moschee (per gli ebrei: Monte del Tempio), luogo di culto condiviso (e conteso) da ben tre religioni.

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È difficile scrivere di Gerusalemme senza precipitare nel gorgo dell’immaginario del sacro. È difficile raggiungerla e non ricondurre i muri e le lunghe scalinate di pietra lucida e bianca d’un bianco antico senza proiettarvi anni di religione a scuola, Calvari e processioni, simboli di fede, sandali di pelle logora e la patina di un Oriente in cui s’incrociano le culture del monoteismo. Gerusalemme, a volerla vedere con occhi puliti, è un limbo che confonde chi ci si perde. Ha aperto e chiuso il cerchio del nostro viaggio per conto di una piccola ong modenese. È stato il nostro primo sguardo sulla terra santa, la notte in cui siamo arrivati, e l’ultimo (per nessuno di noi, forse) saluto prima della partenza, quando i nostri occhi si erano ormai riempiti di tutto ciò che c’è oltre, dopo la stazione degli sherut – i taxi collettivi – che partono da Damascus Gate e portano altrove, in terra palestinese.

Abbiamo dormito su un tetto, a Gerusalemme, la prima notte. Non abbiamo visto altro che la città vecchia dall’alto, una trapunta di luci e gesso antico. Gerusalemme, di notte, è silenziosissima. Il vento è un giro di tromba che soffia su piccoli terrazzi di ferro battuto e cupole di chiese, tetti di sinagoghe, minareti di moschee. Per le strade, la notte, tutte le botteghe sono chiuse e la città vecchia è un dedalo di vie strette coperte da bassi portici di pietra chiara. È inutile dire che quel silenzio illuminato di luce fioca amplifica il rumore dei tuoi passi sino a darti l’impressione di camminare dentro un segreto, in una ruga d’espressione del mondo. È un enigma, Gerusalemme, che rimbalza come un respiro contro la limitatezza del tuo sguardo. In quel limbo, puoi solo assorbire un immenso mistero senza contenerlo, e continuare a seguirlo senza capirlo. Una seduzione perfetta.

L’ostello che ospita i viaggiatori sul tetto è nel centro della città vecchia, dove si diramano i quattro quartieri: cristiano, ebraico, musulmano e armeno. Durante il giorno, quel silenzio si riempie di voci, botteghe, mercati del sacro. Ci sono crocefissi e natività in ogni materiale, rosari per tutti i gusti. Anche di gomma e coi colori della Jamaica. Sandali di pelle fatti a mano, talmente tanti che ti chiedi dove li nascondano, tutti quegli artigiani di sandali. Stoffe, botteghe di spezie, portachiavi e calamite da frigo. È strano, che Gerusalemme riesca a essere nello stesso istante un pizzico inaspettato in corde che non pensavi neanche di possedere, nell’esatto confine tra le costole e i polmoni, e un immenso mercato del sacro. Gran parte della città vecchia è un enorme suq che ribolle sul fondo di quel che la notte tace. Da lì, si diramano lunghe dita di pietra, in salita, che arrivano sui confini più alti. Il Monte Sion, la cima del quartiere armeno, le quattro sinagoghe ebraiche. Lì, il fresco del suq coi suoi profumi dolci e speziati sparisce, e il sole ricomincia a bruciare.

Il primo giorno Gerusalemme ci ha accolto e stordito nel giro di una notte, e della mattina dopo, il tempo di vedere il sole luccicare sulla cupola della Moschea di Al Aqsa, sulla spianata. Quella al centro di molte polemiche, in questi giorni, dovute alla decisione dell’Unesco di utilizzare solo il nome arabo per riferirsi alla spianata, poiché situata a Gerusalemme Est, e negandone quindi il legame della comunità ebraica, che però vi riconosce il luogo dove nel decimo secolo avanti Cristo sorgeva il tempo di re Salomone. Il sito più sacro della religione ebraica da un lato, il terzo per l’Islam dopo La Mecca e Medina dall’altro. Lo status internazionale di Gerusalemme è perfettamente comprensibile, basta una camminata nel suq o intorno ai luoghi sacri, tutto è sacro a Gerusalemme, ed è fonte di polemiche dalla guerra dei sei giorni del ’67.

Quella mattina, dirigendoci verso la stazione degli sherut, una signora israeliana cui abbiamo chiesto indicazioni ci ha domandato dove fossimo diretti. Quando le abbiamo detto che andavamo a Betlemme, sembrava che le avessimo detto che andavamo in Siria. L’immaginario israeliano di quel che c’è oltre la Linea Verde, spesso, è fonte di propaganda. La Palestina, per l’israeliano medio, è terra di terrorismo, sempre e solo.
Quando siamo tornati, un paio di giorni prima di tornare a casa, Gerusalemme ci è riapparsa in tutta quella sua confusione che non assomiglia a nessun’altra confusione. Non è solo un grande suq il suo mercato, non è solo folla la sua folla, non è solo odore di spezie il suo profumo. È impossibile, dire cos’è Gerusalemme. Si può solo camminarla, assorbirla, ricevere le sue voci di giorno e il suo silenzio di notte. Continuare a sentirsi, appunto, dentro un segreto e sospendere la presunzione di svelarlo. In qualsiasi modo, Gerusalemme è un’esperienza di per sé. E non è, ancora una volta, una questione d’immaginario. Arriva troppo netta, quella sensazione, per essere solo figlia di un racconto.

Personalmente, quel che ha lasciato questo viaggio è il desiderio di farlo al contrario, un viaggio solo in Israele, parlando solo con israeliani, foss’anche per la volontà di confermare tutto quel che la Palestina ha significato. Alcune cose a prova di bomba, a prova di viaggio al contrario. Gli unici israeliani con cui abbiamo parlato li abbiamo incontrati a Gerusalemme. Sul Monte Sion, la nostra penultima mattina. Un’altura a sud-est della città, la città di David. Un assolatissimo borgo silenzioso sulla cima della città. C’è la Basilica della Dormizione, con la tomba di Maria. Un sepolcro coperto da una statua di legno e avorio di una donna che dorme composta. Contornata di candele e colonne che sorreggono una cupola di mosaico dorato. Al centro, Gesù che sembra chiamarla, contornato da sei donne dell’Antico Testamento. Poco lontano, c’è il Cenacolo. Poco più su, la tomba di David: luogo di preghiera ebraica, con uno spazio per gli uomini e uno per le donne. Gerusalemme, prima di tutto, è preghiera. Massiva, fervente, isterica, collettiva.

Quella mattina, sul Monte Sion, un israeliano ci ha fermato per chiederci da dove venissimo. Era anziano, con la barba grigia molto lunga, la kippah e i riccioli che scendevano dalle tempie. Portava un lungo cappotto e nonostante il sole, bollente lassù, restava fermo a guardare chi passava. Quando ha scoperto che eravamo italiani ci ha detto che aveva sempre amato scrivere poesie, che viveva a Gerusalemme da dodici anni. Gli ho chiesto come mai si fosse spostato, se per lavoro, per famiglia, sapendo benissimo che ci trovavamo davanti a un israeliano nel bel mezzo del Monte Sion, e che questa stessa parola spiegava il suo trovarsi lì, ma era la sua storia che ci interessava. “Sì, mi sono spostato per motivi familiari: – ha risposto – perché la mia famiglia è il popolo ebraico”. “Quando sono arrivato qui, ricordo con precisione come mi si è riempito il cuore di gioia guardando la terra promessa dal finestrino dell’aereo, come non vedevo l’ora di atterrare”. Gli ho chiesto se ci fosse già stato, vista la reazione. “No, mai: – ha risposto – vengo dalla Lituania, la mia famiglia ha subito le persecuzioni sovietiche, molti sono morti, per me questa era la terra in cui finalmente potevo vivere da ebreo e in pace”. Solo la prima delle due sembra essersi avverata. E aldilà delle conseguenze sulla diaspora di riflesso che questa, la prima, ha provocato e continua a provocare, quel suo singolo racconto aveva una sua logica. Quello dell’altro israeliano con cui abbiamo parlato, invece, ne era completamente estraneo.

Le precedenti puntate:
1. Nel turbine della storia: i miei giorni in Palestina.
2. A Betlemme, il Vangelo di pietra.
3. Vivere a Hebron, essere di Hebron.

L’ultima sera, noi e le nostre facce sfatte ce ne stavamo in una piazza vicino a Jaffa Gate. Seduti per terra, parlavamo del viaggio, di come migliorarlo l’anno successivo, di come mettere in piedi un blog, di chi avrebbe fatto cosa. Dopo qualche minuto, si è avvicinato un signore distinto, gioviale e paffuto. Anche lui, una piccola kippah sulla testa tonda e pelata. Niente cappotti e niente riccioli. Discretamente ebraico. Ci ha chiesto, anche lui, da dove venissimo, dove andassimo. E noi, a lui come all’aeroporto, abbiamo raccontato che eravamo italiani venuti a vedere Israele. Una terra meravigliosa e piena di storia. Lui ci ha raccontato che vive a Gerusalemme da quattro anni, è americano, ha un master in economia in una delle università più prestigiose, ha voluto sapere cosa studiamo, cosa facciamo. Ha ironizzato sulle differenze tra chi studia ingegneria e chi studia storia dell’arte, ha fatto il simpatico e ci è riuscito bene. Poi ha cominciato il suo sermone. In chiacchiera e con calma, dicendo che capiva perfettamente cosa potesse spingere un turista a vedere Israele. “E’ una terra meravigliosa, nessuno viene qui per caso, neanche voi”, ha detto. “Israele tocca le corde più profonde del cuore di chi la visita, è come se ognuno venisse qui per cercare la sua verità”, ha continuato.

Lo abbiamo ascoltato, e il discorso è andato avanti cangiante, con una semplicità inaudita. Cangiante perché, nelle sue parole che scorrevano come il racconto di un pazzo, la giovialità si trasformava nella socialità di un autoctono orgoglioso della propria terra santa. L’orgoglio per la propria terra santa in un’invadenza spirituale leggermente troppo ostentata per suonare, almeno del tutto, comprensibile: “ognuno viene qui per cercare la propria verità, – ha continuato – ognuno, quando vede Israele, o solo Gerusalemme, sente pungere qualcosa di intimo nel proprio cuore, come se la verità esistesse solo qui”. L’invadenza spirituale in qualcosa di tangenziale al fondamentalismo: “e voi sentite questo movimento, questo intimo qualcosa, quando visitate Israele, anche solo Gerusalemme, perché Israele è la terra della verità, e Dio ce lo ha rivelato: è la terra della verità e quindi è nostra, perché noi siamo il popolo eletto”. Qualcosa di tangenziale al fondamentalismo in fondamentalismo vero e proprio: “quindi noi faremo di tutto per prenderci questa terra, Dio ci ha rivelato che dobbiamo farlo, e ce lo ha rivelato dandoci le armi nucleari, con cui noi faremo fuori chiunque ci impedisca di prenderci la nostra terra, la terra promessa, santa, la terra della verità”. Questione di gesti, toni, parole nette e messe una in fila all’altra senz’altra logica che quella di una dottrina impartita e pericolosamente interiorizzata. Che i pazzi s’incontrano ovunque, è una classica e comoda obiezione, senz’altro vera. È un volto fra tanti, quello del gioviale israelo-americano che ci ha dato la sua versione della storia, e anche del futuro, di questa terra. Personalmente, aspetto l’altra campana perché non posso considerare questa, almeno, come la sua parte preponderante.

Nel frattempo, abbiamo lasciato Gerusalemme al suo viavai di fedeli. Davanti al Muro del Pianto, affollati e impegnati in una preghiera che lascia le tracce di tantissimi, minuscoli foglietti, moderni ex-voto, nelle crepe della parete. Nel Santo Sepolcro, nel bel mezzo di Gerusalemme, dove la pietra dove Gesù sarebbe stato preparato per la sepoltura è accarezzato febbrilmente da miliardi di mani, accompagnate da preghiere velocissime e piene di parole incomprensibili. Così come il punto del Calvario, e la tomba da cui Gesù sarebbe risorto. Si può entrare solo per qualche minuto. È una stanza minuscola e illuminata solo da candele. C’è da sentirsi quasi fuori luogo, quando di fianco a te una signora si china sulla pietra e prega forsennatamente, velocissimamente, sottovoce, lasciando con le mani i segni dei suoi come di miliardi di altri dolori e preghiere, privati e radicati nelle esistenze di una folla senza nome, sulla pietra chiara che Sant’Elena ha eletto a luogo di culto per tutti i fedeli a venire, dopo il suo pellegrinaggio in Terra Santa. Ci si sente quasi stupidi, proiettati nel grido di una fede che sembra concentrare a Gerusalemme tutto l’ardore che il nostro presente affida solo alla Ragione, alla pura scienza, ai miti di un mondo civile. John Lennon e la sua “Imagine” sembrano, a Gerusalemme, la più grande idiozia che qualcuno abbia mai potuto scrivere. Come si fa, a “imagine no religions”?

Il conflitto israelo-palestinese è una delle guerre più complicate che siano mai esistite. Studiandolo, è un conflitto più politico che religioso, di due popoli alla ricerca di una, o nel tentativo di conservare la propria, terra. La grande domanda continua a riguardare l’ebraismo. Come fa una religione a identificarsi con una terra? Come è possibile che un ebreo non possa sentirsi francese, inglese, italiano o polacco? Sarà questa la ragione di tutte le persecuzioni? Per questo, un viaggio in Palestina è solo un inizio. Scatta qualcosa di più immenso da cominciare a capire, dopo un primo viaggio di questo tipo.
Quando abbiamo lasciato Gerusalemme, dal tetto del solito ostello, tutti gli imam invitavano i fedeli alla preghiera. Tutti i minareti emanavano voci quasi arrabbiate nel richiamo a una collettiva preghiera. Al tramonto, quelle voci sovrastavano tutti i mercati, tutte le terrazze. E finito il loro turno, è toccato alle campane.

Foto di Alessandra Pellegrini De Luca. 

 

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Nata a Genova, ma modenese da qualche anno dopo diversi pellegrinaggi. Laureata in Italianistica, è giornalista pubblicista e vive nel Regno Unito dove svolge un dottorato.

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