Slanting Dots: non chiamateli jazz trio

Sono nati dal jazz, ma sono diventati qualcos’altro. Sparpagliati su 1200 chilometri di distanza, dopo il primo album del 2013 intitolato “Unfold”, continuano il loro sodalizio lavorando alla seconda uscita prevista nel 2017. Musicisti, compositori, ma anche amici: sono gli Slanting Dots, “power trio” per due terzi modenese, formato dalla chitarra di Luca Perciballi, dal contrabbasso di Alesso Bruno e dalla batteria di Gregorio Ferrarese.

Tutti e tre sono musicisti e compositori, con una lunga esperienza di palco nell’ambito di festival jazz nazionali e internazionali. Luca Perciballi, modenese, si è formato fra il Conservatorio di Parma, il Codarts di Rotterdam e il Conservatorio di Milano. Recentemente ha vinto il Premio Internazionale Gaslini e il 2 dicembre presenterà il suo ultimo lavoro solista al Teatro Čajka di Modena. Alessio Bruno è l’altra parte modenese del trio. Formatosi al Conservatorio di Modena, ha vinto diverse borse di studio jazz fino ad approdare al Royal Conservatory dell’Aja: tuttora vive e lavora in Olanda. Gregorio Ferrarese invece è di Parma. Laureato in jazz presso il Conservatorio della sua città è anche insegnante presso la Music Academy di Reggio Emilia.

Dal 2007 i loro percorsi musicali e professionali si intersecano nel progetto Slanting Dots. Qui, fondono basi jazz e incursioni elettroniche, improvvisazione totale e partitura articolata. “Io sono quello che ha sempre ha spinto di più sulla classica contemporanea. – Racconta Luca Perciballi – Il lato più ruspante è Gregorio. A metà c’è Alessio, forse quello che ha più radici jazz di tutti. Ci siamo chiamati Slanting Dots poco prima di entrare in studio. Prima ci chiamavamo in un altro modo. Abbiamo avuto quella cosa terribile da jazzisti di prendere le iniziali di nomi e cognomi e combinarle in un modo che avesse senso in una lingua qualunque.”

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Perché il jazz, come spiega Luca, non è che un punto di partenza: “Suoniamo tanto, – continua . suoniamo forte, suoniamo con molta energia”. Anche se nel mezzo ci corrono 1200 chilometri.

Luca, ciascun membro degli Slanting Dots è in un luogo diverso: come fate a gestire la distanza?
Grazie allo stesso motivo per cui gli Slanting Dots sono nati, cioè siamo amici. Io e Alessio ci conosciamo da sempre. Gregorio è stato mio compagno di studi al Conservatorio di Parma, quindi per anni ci siamo frequentati come marito e moglie. Sono due musicisti bravissimi, preparatissimi. Fortuna vuole che ci siamo trovati bene anche da un punto professionale e musicale, quindi riusciamo a tenere viva la cosa nonostante le difficoltà. Ci vediamo poco, ma avendo suonato insieme per anni recuperare l’intesa è come andare in bicicletta.

Gli Slanting Dots nascono dal jazz, un genere complesso e a volte non immediato all’ascolto…
A me dà fastidio il termine jazz per come viene comunemente inteso. Da musica vitale, estremamente interessante e piena di possibilità, si sta trasformando in qualcosa di stereotipato, tipo la jam session dove si fa finta di essere a Brooklyn negli anni ’50, e invece sei a Modena o dovunque tu voglia. È troppo scolarizzato, perché le scuole ormai stanno decollando, e c’è una standardizzazione dei metodi. È anche troppo abusato, se vuoi. Gli Slanting vengono dal jazz per gli studi e la passione iniziale, ma siamo da un’altra parte. Sono questioni formali quelle che ci avvicinano al jazz, come l’uso dell’improvvisazione all’interno di parti scritte e l’interplay, ossia l’interazione fra i musicisti, che è il succo della cosa. Slanting Dots si regge in piedi per l’intesa. Potremmo improvvisare concerti e suonare Slanting Dots.

Dove avete trovato maggiore riscontro di pubblico?
Quando si fa musica “difficile” per il senso comune, “pubblico” è un parolone. Nessuno è mai davvero preparato a quello che può sentire. Abbiamo suonato a Roma davanti a tre persone, numero reale compreso il giornalista che ci doveva intervistare dopo… e abbiamo suonato a Parma in una tana del jazz in cui abbiamo avuto un boato di pubblico. Per quello che dicevo prima sul jazz, i contesti sono molto particolari. Può andare malissimo, oppure quelle sere in cui pensi “Qua ci spellano vivi” trovi entusiasmo.

Pensi che l’Emilia-Romagna sia aperta a una musica di questo tipo, “difficile”, o si può fare di meglio?
La domanda è poca, ma è un problema a livello generale e si potrebbe estendere il discorso a tutto il Nord Italia. Sulle istituzioni ormai non ci puoi contare, si sforbicia dapperutto, sempre di più. Il pubblico e i locali, mah… c’è qualche realtà felice a Bologna, qualcosa di interessante anche a Modena. Per esempio il Node Festival è qualcosa di buono in questo senso. È un gran casino, ma non vale solo per noi. Siamo dei panda, ecco. Dei panda che si barcamenano in una riserva.

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Però se uno continua a farlo un motivo ci sarà… per voi qual è?
Posso parlare per me. Penso sia un momento per smontare il pensiero, trovare un pensiero vero, scardinato dalle cose di tutti i giorni. Suonare ha anche una valenza sociale: fai pensare, cerchi di provocare una reazione di qualche tipo. Il fatto che poi uno ci debba mangiare vizia un po’ la cosa, ma io per esempio non sono un tipo da grossi compromessi. E ogni volta si impara qualcosa, perché nella musica si studia sempre. Sempre. Non c’è scampo, se no sei poco onesto. Questo vale per tante cose, ma la musica te lo sbatte in faccia. È uno dei pensieri umani più ramificati che esistano.

L’Olanda: Alessio è rimasto e tu sei tornato. Che atmosfera avete trovato là dal punto di vista musicale?
Ci sono grandi mezzi, un investimento culturale che, per quanto si lamentino che viene tagliato, è epocale rispetto ai nostri standard. Io non mi posso lamentare: il Conservatorio di Parma è ottimo e ha buoni mezzi, però niente di paragonabile. Là c’è un’educazione di pubblico molto vasta, un ascolto di musica dal vivo che qui manca. Qui, nel locale, la musica live rompe le palle se non è contornata da un evento, cioè se non è un concerto ma un’altra cosa. D’altro canto in Olanda, essendoci una grande tradizione scolastica, c’è tanto accademismo, ma con un livello medio molto più alto. Nei conservatori italiani, per avere una mano sulle rette, ammettono anche gente che non sa suonare. Lì questo non succede. In più si suona molto nel circuito che gravita attorno alle scuole, come a Berlino, anche solo per 30,00 euro a sera, ma magari suoni tutte le sere. E questo è ottimo per uno studente che deve imparare o per chi ha bisogno di esperienza di palco: fai qualcosa per davvero e impari tanto. Però, a un certo punto, se si ha un’idea diversa, una proposta professionale chiara, ciascuno deve trovare i luoghi e i modi che permettano di svilupparla.

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Note da quel piccolissimo palco nella vasta arena cosmica

Secondo il calendario cosmico del grande astronomo Carl Sagan, con cui in un anno terrestre viene misurata tutta la cronologia dell’universo, il momento che occupiamo noi coincide con l’ultimo secondo dell’ultimo giorno dell’anno, ovvero il 31 dicembre. In questo secondo è compresa tutta la storia moderna, e verosimilmente, in qualche nano o picosecondo, ci siamo pure noi. Nei 12 mesi del calendario cosmico, che corrispondono ai 14 miliardi di anni circa dell’universo, noi facciamo parte dell’ultimo istante (insieme ad altri 5 secoli di storia). In questo tempo infinitesimale, in qualche punto dello spazio, precisamente a Modena, in un anno, il 2016, che non è nulla comparato ai 444 anni terrestri che corrispondono a un solo secondo del calendario cosmico, precisamente il 17 e il 24 novembre alle ore 21, il Planetario F. Martini di Modena propone due conferenze divulgative. Su cosa? Proprio sull’universo.

Il 17 novembre l’ingegnere Pier Paolo Lugli terrà una conferenza sulle costellazioni viste dai diversi continenti, “Giro del mondo con le stelle”, mentre il 24, il professor Vittorio Mascellani, parlerà della poesia dell’universo, con la conferenza “M’illumino d’immenso”, una citazione della celebre poesia Mattina di Giuseppe Ungaretti. Per assistere a questi due eventi è sufficiente prenotare tramite il sito del Planetario qualche ora prima dell’inizio. I biglietti interi costano 5 euro, mentre quelli ridotti 3. Entrambi gli oratori tratteranno argomenti di astronomia generale proprio nella cupola emisferica, in una chiave chiara e semplice, tanto che entrambe le conferenze possono essere seguite anche da bambini sopra i 12 anni.

Il Planetario modenese è una struttura di poco più di 40 anni, fondata da due fisici che avevano a cuore l’insegnamento dell’astronomia. Proprio con l’intento di creare un luogo “in cui potessero trovare stimolo ed alimento le didattiche di tutte quelle discipline che all’astronomia in qualche modo sono correlate” nasce il F.Martino, che prende il nome proprio in onore di uno dei suoi due fondatori, Francesco Martino. Modena, come abbiamo già dimostrato, ama guardare verso il cielo. D’altronde, lo sguardo aperto sull’universo che sta sopra, sotto (anche se sopra e sotto nello spazio non esistono) di noi, spesso muove l’animo umano e, dagli albori della civiltà lo induce a porsi delle domande, indagando il perché e percome ci troviamo su questa terra.

Fonte immagine: Moriah Hayes. 
Fonte immagine: Moriah Hayes

Nella nostra epoca, in cui internet e la tecnologia, per quanto gloriosi, danno un potere sempre maggiore alla specie umana, la cui prossima tappa è quella di sbarcare su Marte (Elon Musk, cofondatore di PayPal, amministratore delegato di Tesla Motors, e famoso per essere proprietario della società SpaceX – spacex.com – , che anche in questo momento sta cercando la maniera di rendere possibili i viaggi spaziali e studia un modo di ormeggiare l’uomo sul quarto pianeta del sistema solare, appunto), forse è tornato il momento di guardare alle stelle con uno spirito diverso, non solo con la volontà di conquistarle, ma anche di sentirci di nuovo piccoli di fronte all’immensità del cosmo.

Di nuovo Carl Sagan, uomo che ha dedicato tutta la propria vita allo studio dello spazio, infatti diceva: “Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. Siamo noi. Su di esso, tutti quelli che amate, tutti quelli di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di presuntuose religioni, ideologie e dottrine economiche, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e suddito, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni “comandante supremo”, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì su un granello di polvere sospeso dentro a un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica. Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria ed il trionfo, potessero diventare i signori momentanei di una frazione di un punto. Pensate alle crudeltà senza fine impartite dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti i loro malintesi, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto ferventi i loro odii. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l’illusione che abbiamo una qualche posizione privilegiata nell’Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c’è nessuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.”

Se torniamo al nostro calendario cosmico, l’uomo e tutte le sue aspirazioni, incluso andare su Marte, sembrano ridicolmente piccole di fronte all’incommensurabilità dell’universo. Solo il 14 settembre del calendario è nato il nostro pianeta, il 2 ottobre nasce la vita, il 24 dicembre i dinosauri, il 29 dicembre il primo primate, il 31 dicembre, alle 23:59:59, l’Europa viveva il Rinascimento. Ma è proprio grazie all’universo che possiamo capire la materia di cui siamo fatti che, sempre per citare Carl Sagan, non è altro che “polvere di stelle”.

Nonostante i tempi del cosmo siano immensamente lunghi, le conferenze al Planetario modenese però hanno entrambe una data e un orario precisi, quindi siate puntuali.

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Dalla parte dei bambini, sempre

Mentre l’elezione di Donald Trump dimostra – se ancora ce ne fosse bisogno – che nel mondo occidentale sta montando un’onda razzista e xenofoba evocatrice dei periodi più bui della nostra storia recente, Modena continua a procedere “in direzione ostinata e contraria” cercando di dare segnali positivi in fatto di accoglienza e di integrazione. Nel suo piccolo infatti, a partire dal 14 fino a domenica prossima, anche noi celebreremo la Giornata Internazionale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, che ogni anno si festeggia il 20 novembre, coinvolgendo anche i bambini e le bambine di origine straniera nella manifestazione “La città in gioco”. Per dare un segnale di apertura, il Sindaco Giancarlo Muzzarelli, consegnerà sabato 19 novembre alle ore 15.30 presso il Forum Monzani, la cittadinanza onoraria modenese a tutti i bambini privi di cittadinanza italiana residenti a Modena e nati in Italia nel 2006 da famiglie straniere.

Ogni bambino quindi, quali che siano le sue origini, dopo il 19 novembre vedrà riconosciuta, almeno dalle istituzioni locali, anche la sua “modenesità”. L’iniziativa è stata organizzata insieme alla professoressa Fiorella Balli dell’Unicef, ed onora la già citata Convenzione ONU, che 27 anni fa fu approvata proprio il 20 novembre dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Così recita parte del preambolo della Convenzione: “Le Nazioni Unite hanno proclamato che l’infanzia ha diritto a un aiuto e a un’assistenza particolari, convinti che la famiglia, unità fondamentale della società e ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei fanciulli, deve ricevere la protezione e l’assistenza di cui necessita per poter svolgere integralmente il suo ruolo nella collettività”. E continua: “Occorre preparare pienamente il fanciullo ad avere una sua vita individuale nella società, ed educarlo nello spirito degli ideali proclamati nella Carta delle Nazioni Unite, in particolare in uno spirito di pace, di dignità, di tolleranza, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà”. Al preambolo di circa due pagine, seguono 54 articoli volti appunto a tutelare la dignità di ogni bambino, al fine di consentirgli di diventare un adulto onesto e integro.

La consegna delle cittadinanze onorarie nel novembre dell'anno scorso
La consegna delle cittadinanze onorarie nel novembre dell’anno scorso

Proprio partendo da questi presupposti si basa l’evento di 6 giorni organizzato dal Comune. Certo, consegnare la cittadinanza onoraria non può che avere una valenza simbolica, perché sulla carta non significa nulla. Ma in un paese in cui anche a bambini di famiglie originarie di altri paesi nati su suolo italiano sono barbaramente considerati “altro”, in una concezione che vede l’altro come un pericolo piuttosto che come un’opportunità di arricchimento reciproco, non possiamo che accontentarci di un gesto che, seppur piccolo, ha un significato importante.

In “La Città in gioco” sono coinvolti anche gli studenti del liceo Classico San Carlo di Modena, che il 18 novembre consegneranno al sindaco il Vademecum Unicef 2016. Decidere di includere nell’evento giovani studenti non è una scelta casuale. Proprio la scuola e l’istruzione in generale dovrebbero avere un ruolo di educazione alla tolleranza, per consentire di costruire una comunità fondata su un senso di giustizia e di accettazione anche per chi è diverso da sé. Sono proprio le aule scolastiche in cui i bambini muovono i primi passi nella società e cominciano a capire i meccanismi che regolano il sistema sociale. A scuola infatti non si dovrebbe imparare solo a leggere e a scrivere, ma soprattutto a relazionarsi con gli altri in una maniera sana e costruttiva, per costruire una collettività armonica e pacifica. La famiglia, anche se fondamentale, talvolta non è abbastanza. Ecco perché la scuola assume una rilevanza irrinunciabile, che prima dei precetti deve insegnare all’alunno a vivere socialmente e a sviluppare un senso critico, all’insegna del rispetto e della comprensione.

L’intera manifestazione consisterà in una serie di eventi organizzati in diversi spazi presenti sul territorio modenese, tutti volti a stimolare la creatività dei bambini. Ci saranno laboratori teatrali, laboratori artistici con materiali di recupero, maratone di lettura e attività creative. Il progetto quindi si propone di creare situazioni in cui i bambini possano sentirsi a loro agio nell’esprimersi in totale libertà. E’ importante che una città come Modena abbia avuto l’accortezza, almeno in questi pochi giorni, di dare la giusta importanza e attenzione a bambini e adolescenti, che saranno gli uomini e le donne popoleranno il mondo di domani. E proprio dall’infanzia e dalla sua educazione bisogna partire.

Fonte immagine di copertina: The United Nations Children’s Fund

La vittoria di Trump può essere l’occasione per una nuova Europa

Tutto in una notte: siamo andati a dormire (relativamente) tranquilli e ci siamo svegliati la mattina dopo in un mondo completamente diverso da quello che avevamo lasciato la sera prima. “10 motivi per dormire ragionevolmente tranquilli e svegliarsi senza Trump“, aveva fatto scrivere sul suo blog Gad Lerner poco prima della lunga notte del voto americano, convinto – come la stragrande maggioranza degli analisti di mezzo mondo – che a succedere a Obama sarebbe stata Hillary Rodham Clinton. Non è andata così. Indipendentemente da quanto Trump realizzerà effettivamente delle proposte lanciate in campagna elettorale, è chiaro che la stagione di grandi trasformazioni che stiamo vivendo, subirà un’accelerata.

Introdotto da Paolo Tomassone, presidente del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari, Fabrizio Maronta, giornalista, redattore e responsabile delle relazioni internazionali della rivista di geopolitica Limes, ha analizzato il risultato delle elezioni americane, a pochi giorni dall’esito che ha incoronato Donald Trump 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Nell’incredulità generale Il Trump impresentabile, il Trump sessista, omofobo, xenofobo e islamofobo del “Make America great again” è succeduto al presidente “black” Obama, l’uomo della speranza e del “yes, we can”.

Davanti a un pubblico preoccupato dal risultato delle urne e affamato di analisi, Maronta, con l’ausilio di mappe e dati, ha articolato il suo intervento intorno a tre grandi domande: “Come ha vinto Trump? Cosa dice di noi occidentali questo voto? Cosa è possibile e verosimile attendersi da questo risultato?”

Fabrizio Maronta
Fabrizio Maronta. Fonte immagine: Genova Reteluna

“E’ necessario prima di tutto fare un’autocritica e prendere atto che abbiamo valutato con superficialità, quasi dando per scontata la vittoria della Clinton”. Eppure il successo di Trump non era così imprevedibile: “Trump ha riportato i bianchi arrabbiati della classe media impoverita alle urne, un elettorato disilluso che tradizionalmente disertava le elezioni”, spiega Maronta. Il 58% dei bianchi ha votato per Trump, come con Obama anche il voto per Trump è stato un voto razziale:”Il nuovo presidente ha scavalcato i media e ha parlato alla pancia dell’elettorato bianco negletto nelle ultime elezioni presidenziali in cui l’attenzione della retorica dei candidati era incentrata sugli elettori ispanici, afro-americani, asiatici: delle minoranze da conquistare che in previsione sarebbero diventate maggioranze”.

In questo quadro, aggravato dalla crisi economica, Trump ha saputo parlare all’America profonda dei bianchi, all’America operaia del Mid-west di cui Bruce Springsteen è stato il cantore. “E’ stato un voto di rivalsa della componente bianca Wasp che ha votato compatta per The Donald”, dice Maronta.

Trump ha conquistato parti di elettorato tradizionalmente democratica. “Basti pensare che in Stati operai come l’Ohio, il Michigan, la Pennsylvania – la cosiddetta Rust Belt – Trump ha prevalso nei consensi. Il suo discorso ha galvanizzato quella classe media sconfitta dalla globalizzazione, reduce dalla crisi delle grandi industrie, una borghesia depressa e spaventata dalla concorrenza messicana e cinese: Trump si è presentato come il difensore della classe media, l’unico uomo in grado di invertire la tendenza, di occuparsi realmente degli interessi degli Americani”, spiega il giornalista.

Video dell’intervento integrale di Fabrizio Maronta.

nytMaronta sottolinea che se si ragiona con gli schemi classici destra Vs sinistra ebbene non è tanto il populismo aggressivo di Trump ad avere trionfato ma è la sinistra mainstream di Hillary, erede della famosa Terza Via di Blair e Bill Clinton, ad essere definitivamente fallita. “Dagli anni ’90 in poi la sinistre si sono allineate al liberismo, al pensiero dominante ma la democrazia si ingolfa se c’è un pensiero unico, se non c’è un controcanto: il partito democratico americano ha abdicato alla sua funzione liberal che nell’accezione americana significa progressista”, commenta Maronta secondo il quale la sconfitta della Clinton è anche legata all’alienazione dei voti del “socialista” Sanders, suo diretto concorrente alle primarie democratiche. “Punti percentuali, intorno al 6-7%, decisivi sulla bilancia”, dice il giornalista.

Il futuro è un’incognita ma Maronta propone alcuni scenari verosimili: “Per noi occidentali è un bagno di realismo ed è la fine delle velleità idealiste nelle relazioni internazionali. Trump non ha spiegato in dettaglio il suo programma in campagna elettorale ma la sua posizione in politica estera è isolazionista, ovvero gli Stati Uniti smetteranno di spendere miliardi di dollari in avventure militari dall’esito incerto se non fallimentare come in Afghanistan, in Iraq, in Libia e in Siria”. Toccherà quindi all’UE farsi carico, in quanto potenza regionale, di crisi in aree geografiche contigue al vecchio continente:”Ma l’Unione non è un’entità politica coerente, è priva di un esecutivo e sotto il profilo militare è completamente impreparata perché la Difesa è sempre stata delegata agli Stati Uniti negli ultimi 50 anni”, sostiene l’analista di Limes.

“Ecco, ora non sarà più così e forse dovremmo abituarci a scenari di guerra in cui i paesi europei saranno costretti a intervenire direttamente a prescindere dall’alleato americano”, conclude lo studioso. Un alleato che ha già annunciato di volere stabilire buone relazioni con la Russia delineando uno scacchiere internazionale inedito per le fragili potenze europee.

Fonte immagine di copertina: Gage Skidmore (Licenza CC)

Le reazioni degli americani di Modena all’indomani del voto presidenziale

“Gli Usa non sono pronti ad eleggere una donna alla presidenza”. “No, Trump ha parlato al popolo, Hillary alle elite. La Clinton ha perso perché rappresenta gli interessi dell’establishment”. Sono due visioni contrapposte quelle che si registrano fra gli americani di Modena, poco più di un centinaio di residenti nel nostro territorio. Sono manager e lavoratori nelle grandi aziende del modenese, ma anche religiosi, pastori evangelici e docenti nelle scuole di inglese della città.

Daniel Wiens, 45 anni, è un personaggio chiave nel mondo evangelico modenese, una fede che conta 2000 credenti gravitanti intorno a una ventina di strutture religiose fra città e provincia. Wiens è il titolare della libreria evangelica CEM, è nato a Modena ma ha la cittadinanza americana ed ha studiato all’università di Filadelfia prima di stabilirsi in città. E’ figlio di Arthur Wiens, missionario americano che nel secondo dopoguerra si è impegnato nella diffusione del Vangelo in Italia fondando la più antica chiesa protestante di Modena: la Chiesa Cristiana Evangelica dei Fratelli, in via Di Vittorio.

Daniel Wiens
Daniel Wiens

Make america great again. “E’ stata una sorpresa, piacevole o traumatica, per tutti gli americani residenti all’Estero: la storia della sua campagna elettorale resterà memorabile e ha dell’incredibile: si è battuto e ha vinto contro tutto e tutti, persino contro il suo stesso partito”, osserva Wiens. “Penso che Trump manterrà le sue promesse in ambito economico lavorerà per l’interesse del paese e credo che a modo suo raddrizzerà le sorti della nazione dopo la grave crisi economica”, dice il religioso.

Gli americani hanno voltato le spalle ai democratici ma in particolare hanno bocciato Hillary:”L’americano medio non si è fidato della Clinton, perché donna di potere, considerata troppo invischiata nell’establishment e legata alle elite finanziarie ritenute responsabili della crisi economica”, aggiunge Wiens. A votare Trump sono stati i Wasp (White Anglo-saxon Protestant), la minoranza silenziosa. “Certo il messaggio di Trump in campagna elettorale poteva sembrare “poco cristiano” ma le sue invettive contro migranti, minoranze e musulmani era più uno strumento, una forma retorica aggressiva per aggiudicarsi i consensi di una classe media impoverita e spaventata. In fondo, rispetto a Hillary, la sua visione sull’aborto e sui matrimoni omosessuali è una posizione conservatrice che mi conforta: per molti aspetti Trump si presenta come il difensore dei valori cristiani”, spiega Daniel Wiens.

Secondo il religioso ora l’America può tornare realmente ad occuparsi dei propri affari interni:”Con Trump torna il desiderio di isolazionismo in politica estera, punto cardine dei repubblicani di ieri: abbandonerà l’interventismo degli ultimi presidenti e cercherà nuovi equilibri con le grandi potenze per favorire l’instaurazione di un sistema politico internazionale multipolare. Credo che si concentrerà sugli interessi economici degli Usa probabilmente a scapito di alcuni paesi ma la sua non sarà una politica di guerra”, conclude Wiens dalla sua libreria.

Tinamaria Colaizzi
Tinamaria Colaizzi

“Io invece non so se tornare a Natale negli Usa, mi aspetto il peggio”, dice Tinamaria Colaizzi, 27 anni, docente di inglese alla My English School di Modena. Di origine abruzzesi, Tinamaria è nata e cresciuta a Pittsburgh in Pennsylvania. Ha una laurea in relazioni internazionali e un master in comunicazione ottenuti prima di trasferirsi in Emilia nel 2014. “Sono un’elettrice democratica, sostenitrice della prima ora di Hillary Clinton e sono ancora sotto shock”, si sfoga la giovane professoressa. “Credo che l’America non sia pronta per eleggere una donna alla presidenza, è una questione culturale prima che politica ed è umiliante che una donna così preparata come Hillary sia stata sconfitta da un miliardario senza alcuna esperienza politica. Credo che la Clinton abbia pagato caro la sua vicinanza all’establishment e in particolare una sua certa mancanza di empatia e di sentimento nella comunicazione”, osserva Tina.

Mai come in queste elezioni si è registrato una polarizzazione della società americana. Nelle piazze divampa la protesta anti Trump, partita dai campus della California al grido “Not my president”, come negli anni ’60 quando crebbe in maniera significativa il movimento anti-war. Intanto rispunta dall’oscurità il Ku Klux Klan che ha indetto una parata pro Trump:”Mi aspetto il peggio, le minoranze si rivolteranno contro il razzismo e il sessismo di Trump: ispanici, neri, mlitanti progressisti, attivisti dei diritti civili. Con Trump l’America diventerà un posto meno sicuro in cui vivere”, dice la docente.

Tina è originaria di Pittsburgh città operaia in cui la Clinton ha superato Trump: “Ma in Pennsilvanya hanno vinto i Repubblicani, si tratta di elettori che vivono nell’America profonda delle campagne e dei grandi spazi abitati dagli sconfitti della globalizzazione, reduci della crisi dell’industria pesante che hanno perso l’impiego, di una classe media impoverita che ha chiesto un cambiamento radicale che la Clinton non ha garantito”, sostiene Tinamaria. A posteriori, secondo la professoressa, Bernie Sanders, sconfitto alle primarie perché “troppo socialista”, sarebbe stato il candidato giusto:”Anche lui è antiestablishment ma da sinistra, e poi è un uomo bianco e questo particolare poteva fare la differenza”.

Ora Tinamaria, come molti americani progressisti, teme che le riforme sociali di Obama vengano smantellate:”Trump ha oggi il paese in mano: la presidenza, il Parlamento e la Corte Suprema saranno sotto il suo controllo e gli sarà facile cancellare il welfare state del periodo precedente, l’Obamacare”.
Sulla somiglianza fra Berlusconi e Trump sia Daniel Wiens che Tinamaria Colaizzi sono concordi:”E’ un paragone superficiale che regge fino a un certo punto: certo sono entrambe dei miliardari donnaioli “prestati” alla politica ma Berlusconi è sempre stato più legato alle elite di quanto non sia Trump”, dicono gli americani di Modena

“Cosmo” di Marino Neri: il viaggio di un ragazzo per salutare le stelle

“Uomo: trenta litri d’acqua, grasso per sette pezzi di sapone, ammoniaca sufficiente per pulire una casa, sale per un pranzo, zucchero per venti tazzine di caffè, fosforo per trentasei scatolette di fiammiferi, tanto ferro da fare un chiodo.”

cosmo-copertinaQuesta riduzione impietosa ai minimi termini dell’umano è una delle riflessioni pungenti e toccanti che percorrono “Cosmo”, graphic novel del modenese Marino Neri, edita da Cononino Press – Fandango. E’ la terza produzione dell’artista, classe 1979, pubblicata quest’anno dopo “Il re dei fiumi” (2008) e “La coda del lupo” (2011)

Il protagonista è un ragazzo di 15 anni, Cosimo, detto Cosmo. Appassionato di astronomia e poco predisposto al contatto umano, Cosmo vive in un centro di riabilitazione. Nel giorno del suo compleanno decide di scappare assieme al suo amico immaginario, il ragazzo ombra, per raggiungere il deserto di Atacama. Cosmo sa bene che è il punto migliore per vedere la Via Lattea e salutare le stelle che, per effetto dell’universo in espansione, si stanno allontanando.

marino-neri-2Del resto tutto si muove, e in “Cosmo” tutto è mosso da qualcosa che ci sembra grande e inafferrabile. Oppure, all’estremo opposto, privo di senso. Le balene per esempio, come racconta il ragazzo, percorrono in una vita tutti i chilometri che ci separano dalla luna. Le farfalle monarca invece hanno una specie di bussola interna che nell’arco di quattro generazioni le porta dal Canada al Messico. E gli uomini? “Gli uomini – dice Cosmo – sono sempre alla ricerca della felicità. Alcune persone la definiscono come la migliore condizione che si può vivere. Io penso però che gli uomini siano animali con molti problemi.” E mentre questi uomini si affannano sulla loro quotidianità, le stelle si allontanano e nessuno ci può fare niente.

Il tratto fluido di Marino Neri accompagna così Cosmo nel suo viaggio iniziatico. Colori pieni e opachi, alternati a larghe macchie scure, ci portano con lui attraverso una campagna piatta che ricorda certe distese emiliane dove il cielo si srotola all’infinito. E nella campagna, si nascondono i personaggi a cui Cosmo si aggrappa come se fossero liane per poi andare oltre. In certi casi, fuggire.

marino-neri-1La trama delle citazioni letterarie, volute o meno, scivola come un sottotesto. C’è un Ismael, come in “Moby Dick”, ma è un vagabondo tatuato più simile al polinesiano Queequeg (e come lui ha un debole per le teste). Ci sono i due bifolchi, Brano ed Ezio, che sembrano usciti dalla penna di Lansdale. C’è una volpe amica, come nel “Piccolo Principe”, e c’è una giovane Ofelia scollegata a sua volta da ciò che è la sua vita.

Il piglio cinematografico dei disegni di Neri ci fa immergere nelle esistenze di queste persone e richiama il dettaglio con pochi tratti. Un armadio un po’ datato, un pupazzo a forma di Stregatto, un poster di Harry Potter, un tappeto peloso, ed eccoci nella camera di Ofelia. Rassicurante quanto minacciosa. Proprio come gli interni incrostati della roulotte dell’uomo cieco, dove l’odore della discarica circostante esce dal foglio e arriva alle narici. Eppure, saranno proprio la generosità e il coraggio dell’uomo cieco (e dei suoi gatti) ad aiutare il ragazzo a proseguire per la sua strada.

Ce la farà Cosmo ad arrivare ad Atacama? Non ve lo diciamo, ma speriamo che a quel punto le stelle non siano già troppo lontane.

Il Via Emilia Doc Fest sbarca nei cinema

Anche questa edizione del Viaemiladocfest si avvia alla conclusione: dopo essere stati visionati e votati online, i 16 lavori in concorso quest’anno potranno essere visti – l’ingresso è gratuito – fino a domenica prossima 13 novembre presso la Sala Truffaut e il Cinema Astra (qui il programma completo delle proiezioni). Il titolo più votato dagli utenti sul portale sarà il vincitore del “Premio del Pubblico Web 2016”. Inoltre, una giuria composta dalla redazione di www.cinemaitaliano.info conferirà il “Premio cinemaitaliano.info”

Il Viaemiliadocfest è un’iniziativa che si è proposta di garantire la giusta visibilità a opere che ritiene meritevoli, discostandosi dai soliti meccanismi dei festival cinematografici, dove spesso il materiale proposto è fruibile soltanto dagli addetti ai lavori.

La direzione artistica del festival, in mano a Fabrizio Grosoli e Roberto Roversi, ha deciso di lasciare la parola a filmmaker che vogliono raccontare l’Italia e non solo, attraverso il proprio sguardo, riservando una particolare attenzione alla realtà sociale. “Questo festival – ha dichiarato l’assessore alla cultura Gianpietro Cavazza – sa mettere in gioco energie diverse e affrontare temi coraggiosi con la straordinaria capacità del cinema di raccontare storie e farci riflettere, sviluppando uno sguardo più attento e critico sulla realtà”, sottolineando come iniziative di questo genere siano assolutamente fondamentali per la crescita di un paese che troppo spesso ritiene la cultura una variabile di second’ordine.

Silvia Biagioni
Silvia Biagioni

Tra i partecipanti, l’unica modenese (ma residente a Londra) in concorso è Silvia Biagioni, con il suo mediometraggio “Nulla di essenziale avviene in assenza di rumore”, un documentario di ventitré minuti che racconta dell’etichetta discografica di musica noise Praxis, nata a Londra negli anni ’90. Come lascia intuire il titolo, una frase del saggista francese Jacques Attali, il documentario è una riflessione sul concetto di rumore in generale sull’attività del collettivo noise Praxis che usava il rumore proprio come pretesto per fare attivismo politico e per sviluppare nuove e radicali forme di produzione artistica. Girato principalmente in VHS e mixato con animazioni e materiali di vecchie pellicole, il film è un saggio sulle origini del breakcore, un genere musicale nato nella metà degli anni novanta, dalla combinazione di drum and bass (stile dark) e hardcore techno con il Noise, nelle sue forme più rumorose e caotiche. A Biagioni abbiamo fatto qualche domanda relativa alla sua attività di videomaker, sul suo lavoro presentato in questa occasione e sulla partecipazione al viaemiliadocfest.

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Come mai ha deciso di spostarsi da Modena e dall’Italia per andare a vivere a Londra?

Mi sono trasferita a Londra 5 anni fa per migliorare la mia posizione professionale; in Italia lavoravo nell’ambito di pubblicità ed eventi, ma io ero interessata al documentario, e qui non trovavo un ambiente adatto, non c’erano abbastanza opportunità. In Italia ho abitato a Roma, Firenze, Bologna, Milano e Torino, e quando ho capito che non c’era davvero spazio ho deciso di partire. Al tempo stesso ho sempre amato viaggiare e vivere in posti diversi, quindi spostarmi dall’Italia è stato in un certo senso naturale. Londra sembrava essere il posto che offriva più opportunità per quello che volevo e voglio fare. Non mi dispiacerebbe tornare e continuare a lavorare sul documentario in Italia, ma al momento non so se sia possibile.

Come sei venuta a conoscenza dell’attività di quest’etichetta noise, Praxis, di cui tratta il tuo documentario?

Ho scoperto Praxis di recente. Volevo fare un film sul lato più politico della scena rave, e Praxis ne è stato l’esempio perfetto. Mi piace molto il noise, e ho frequentato i rave per molto tempo quando ero più giovane. E’ stata una parte importante della mia vita e volevo rappresentarla nel modo in cui l’ho vissuta. E’ stato molto facile approcciarli perché avevamo diversi amici in comune.

Il suo documentario è improntato interamente su un’estetica lo-fi. Perché?

Il film rappresenta il breakcore non solo nel tema, ma anche nell’estetica – questo non vuole essere tanto un documentario, quanto un manifesto. Per questo ho voluto rappresentare Praxis usando il suo stesso linguaggio – il collage, la riappropriazione, la distorsione, il rumore. C’è anche un interesse personale per il collage, il mescolare formati diversi, le immagini di bassa qualità, il processare e filtrare l’immagine originale. Io amo molto le vecchie tecnologie, la pellicola, il vhs e non mi trovo a mio agio con l’alta definizione. Amo il look amatoriale, l’immagine instabile e fuori fuoco. Dunque vi è anche un interesse personale, un’attitudine.

Quale pensa sia la soluzione economicamente sostenibile per produrre video in maniera indipendente?

Per quanto mi riguarda, non posso permettermi di lavorare a progetti personali a tempo pieno, ma vedo molte persone riuscirvi, seppur al prezzo di enormi sforzi in termini di produzione e stile di vita, dunque è una scelta soggettiva. Nulla di essenziale avviene in assenza di rumore, ad esempio, è stato autofinanziato e autoprodotto, che è un’idea ancora diversa dal film indipendente (che solitamente si appoggia a piccole case di produzione). Il mio lavoro principale è il montaggio e, quando ne ho le possibilità, cerco di lavorare a progetti personali che mi diano totale libertà.

Perché ha deciso di partecipare al Docfest? Lo ritiene un canale efficace per promuovere il suo lavoro?

Collaborai con la società promotrice del Doc Fest anni fa, dunque quando mi è passato tra le mani il bando, ho deciso di partecipare. Mi fa piacere che le cose che faccio abbiano visibilità in Italia, e nella mia regione. Più che come un canale promozionale, considero il Doc Fest come una piattaforma per far vedere film che altrimenti avrebbero difficoltà a circolare. Nel documentario, così come nel cinema indipendente, credo sia importante provare a creare una comunità di persone con interessi comuni, per conoscersi e supportarsi.

La crisi della rappresentanza genera mostri

L’“affaire Foodora” come cartina di tornasole dei nuovi conflitti (per usare un’espressione un po’ vetero e d’antan) tra capitale e lavoro.
Il mese scorso, i rider che fanno le consegne di cibo a Milano e Torino hanno deciso di incrociare le braccia, e di smettere di pedalare, per protestare contro una serie di condizioni contrattuali durissime (pagamento a cottimo – e tremendamente basso –, assenza di copertura sugli infortuni e i guasti al mezzo di trasporto-mezzo di produzione). In buona sostanza, il rischio di impresa scaricato in toto su questi “fattorini postmoderni”, i quali, per giunta, si sono sentiti dire dai manager italiani del colosso tecnologico del food delivery che si tratta di un lavoro per amanti della bicicletta e delle “scampagnate all’aria aperta” (aria non particolarmente pulita, peraltro…) sulle due ruote in città.

A tal punto, visto che il troppo stroppia, da avere indotto il ministro del Lavoro Giuliano Poletti a ordinare un’ispezione negli uffici della multinazionale tedesca. Una sorta di drammatico ritorno all’indietro (per citare un riferimento di immediata, tragica, suggestione: l’ottocentesca e fumosissima Londra dickensiana), e a un lavoro che non viene ricompensato nel modo dovuto – come accade anche in vari (e sempre più numerosi) settori – a dispetto di una certa (troppo) trionfalistica retorica sulle sorti magnifiche e progressive della sharing economy (che in questa, come in altre situazioni, non condivide in verità alcunché, a partire ovviamente dai profitti). In un contesto nel quale le nuove forme di indigenza colpiscono in modo particolarmente virulento proprio i giovani, come ha appena certificato il Rapporto sulla povertà 2016 della Caritas.

Foodora e le sue rivali nel campo della consegna del cibo a domicilio coincidono con uno dei settori fondamentali della gig economy (l’“economia dei lavoretti”), fondata su un’idea di estrema flessibilità per il lavoratore e per il consumatore consentita dalle applicazioni dello smartphone (gig economy, difatti, vale quasi come un sinonimo di app economy). Purissimo job on call (lavoro a chiamata), nel quale l’opportunità di scelta e la velocità di servizio a vantaggio dei consumatori finiscono per ricadere pesantemente sulle spalle (in questo caso, anche letteralmente, sulle gambe) dei lavoratori, mentre a massimizzare i benefici è l’esigua minoranza degli ex startupper che, evidentemente, si ispirano a una filosofia d’impresa che ben poco ha di moderno, e molto invece di antico. E i soggetti deboli di questo conflitto ricorrono a loro volta a un’arma antica del mondo del lavoro, lo sciopero, e lo fanno – ed è questo un altro elemento chiave di questa vicenda – spontaneamente e in assenza di un’organizzazione collettiva di riferimento.

A risultare palese – in questo come in alcuni altri casi – infatti è la debolezza dei sindacati rispetto alla rappresentanza delle giovani generazioni alle prese con la metamorfosi post-postfordista del lavoro; un aspetto problematico e critico sul quale varrebbe la pena fare delle riflessioni specialmente in terre come queste, che avevano visto lo sviluppo e il consolidamento del modello emiliano anche in virtù del buon funzionamento dei meccanismi sindacali e, più in generale, rappresentativi dell’universo lavorativo.
La solitudine dell’individuo postmoderno descritta da Zygmunt Bauman e da altri studiosi, infatti, viene anche (e assai significativamente) dai cambiamenti occorsi nel mondo del lavoro, e dal fatto che nell’epoca liquida i corpi intermedi sono stati piegati dalla spinta poderosa della disintermediazione, un processo ambivalente che ha generato positività, ma presenta anche forti criticità. Perché, appunto, anche di qui passa, e in maniera massiccia, la crisi della rappresentanza politica e sociale, e si misura l’importanza per la stabilità e l’equilibrio della società di quei corpi intermedi che i processi di disintermediazione hanno ultimamente (e drammaticamente) messo in crisi.

Fonte immagine di copertina: Startupitalia.

Quando Setti parole e musica secondo valori desiderati non necessariamente conformi agli standard richiesti

Il mare d’inverno sembra cemento, sembra di averlo avuto dentro, eravamo io e te e un gabbiano tremendo. A un dato momento nello spazio e nel tempo trattenendo a stento un pianto eravamo io e te. E un osso di seppia gigante. Una Rimini invernale, sospesa e reale allo stesso tempo, è lo sfondo di “Seppia”, uno dei pezzi più delicati e riusciti di Nicola Setti.

Setti è modenese, classe 1985. Da collezionista di musica appassionato di letteratura e cinema, si è fatto apprezzare negli ultimi anni come cantautore, cominciando con registrazioni totalmente fatte in casa. “Astrid contro la ciminiera” (2008) è uno dei primi frutti: un EP “un po’ pop un po’ boh” dove le immagini sono immediate, diventano tenere e fanno sorridere come in “Solvente” (se avessi un solvente mi scollerei da te e probabilmente apprezzerei l’hip hop). Seguono “Le mirabolanti avventure di Siepe Frangivento” nel 2009, che contiene la filastrocca psichedelica “Oh Caposala” (oggi mia nonna mi ha dato del bastardo, è un buon inizio per un pomeriggio seppellito in una pelle di ghepardo, impiccato fra il cielo e l’affitto), e, per anni, altre produzioni home made in fitta successione.

Immagine di fotofoglia da Il sito di Setti.
Immagine di fotofoglia da Il sito di Setti.

La svolta è nel 2013 con l’uscita di “Ahilui”, primo cd inciso con la Barberia Records che gli frutta anche una menzione positiva su Rolling Stones. Qui trovano spazio il mare d’inverno di “Seppia”, le atmosfere riverberate di “Deserto”, l’essenzialità di “Zoo”: gli stralci di realtà e le immagini vivide sono portate decisamente a un livello superiore.

Ma Setti è anche noto per iniziative particolari a livello di live show. Nel 2012, sulla scia dell’EP “Biscotti” inaugura il “Setti fa Biscotti home tour”, una mini tournée a chiamata nelle case delle persone durante la colazione. Quest’anno, invece, con la partecipazione di Alessandro “Fox” Formigoni ha lanciato la due giorni “Setti nel frigo” presso la Galleria Hiro Proshu di Modena. “Una volta era un macelleria – spiega, – e c’è ancora un frigo. Quindi io stavo nel frigo e facevo entrare a turno una persona a cui cantavo una delle mie canzoni. Ne sono venute 80.”

Setti, quanti cd hai?
A-ah…! Non li ho mai contati, ne avrò duemila, tremila… Adesso ho ridotto parecchio. Per un paio di gruppi era legato ad avere il singolo, l’edizione limitata. Per gli altri era proprio cercare dei cd che mi interessavano e che facevo fatica a trovare, alla Fiera del Disco e così via. Mi piaceva proprio la ricerca.

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Quando hai iniziato a collezionare cd avevi già in mente di diventare un compositore a tua volta, oppure è successo per caso?
Non ho esattamente la percezione di quello che ho fatto. Mi piaceva molto ascoltare musica, mi ha aiutato in certi periodi della vita. Poi ho cominciato un po’ a suonare, ho fatto un corso di avviamento alla chitarra classica flamenco, però ho capito che mi piaceva di più scrivere, sia musica che testi. Mi divertiva di più. Ho cominciato pensando di fare in italiano delle cose che mi piacevano molto all’estero, e che non vedevo fatte in Italia o comunque molto poco… intendo un certo tipo di approccio ai testi e alla musica, un’attitudine.

Fra le interviste che ti hanno fatto ce n’è una pubblicata su DLSO.it dove dici che in “Ahilui” racconti “storie vere di persone inesistenti”: spiegaci meglio che cosa c’è nel mondo di Setti.
Setti è nato perché… che poi sono io Setti, è il mio cognome… è nato perché volevo fare quello che mi pareva, non mi sono posto tanti problemi del tipo “mi creo un immaginario”. Mi piaceva un certo tipo di indie pop in quel periodo e quindi ero più orientato verso quell’atmosfera più dolce, più surreale, che ha definito – tra virgolette – il mio target. Mi piace giocare, scardinare a livello musicale e testuale. Mi diverto a creare mondi alternativi, però non saprei dire che mondi siano. Parlo di cose che per me sono vere. Il concetto, l’idea o il sentimento lo prendo dalla realtà, però i personaggi no… come qualsiasi opera di fiction, credo.

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E l’America che compare ogni tanto nei titoli? Kentucky, Tennesse, Vermont…
L’America è un discorso interessante, prima o poi sfocerà in qualcosa. Mi ero innamorato di un disco anni fa che si chiama “Illinois”, di Sufjan Stevens, uscito dopo “Michigan”. Stevens voleva fare un disco per ogni stato degli Stati Uniti, in realtà ne ha fatti solo due, poi altri dischi meravigliosi. Lui faceva proprio il disco parlando dello stato e di sé, io ho cominciato facendo la prima, “Tennessee”, poi “Vermont”… ed è diventato un gioco mio. È un giocare con parole che hanno suoni belli, come quelli di alcuni stati, ma parlando di storie fittizie, inventate. È la mia visione di quegli stati, a volte non so neanche dove siano esattamente sulla cartina e non lo voglio sapere… è un esercizio mio di geografia interna.

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Dai primi EP fatti in casa fino a un secondo disco che stai registrando in questi giorni, cosa ti ha fatto crescere di più come cantautore e musicista?
Il progetto Setti è stato molto naturale e molto lento. Le prime cose sono uscite nel 2007: non ero andato in vacanza e così ho fatto un EP a casa invitando un po’ di amici a darmi una mano. Poi l’ho messo su MySpace, così, e hanno cominciato a chiamarmi per suonare. Non tanto, ma qualcuno. Ho continuato a farne uno all’anno e mi continuavano a chiamare. Fondamentale è stata La Barberia Records, questo step mi ha aiutato tantissimo a portare in giro le mie cose. Io ero fan della Barberia, di loro come persone, ma non ho mai chiesto niente: è venuto tutto da sé, e adesso sono come una famiglia. Un’altra cosa che mi ha fatto crescere è stato andare per tentativi. A livello di scrittura sono uno che scrive tanto: per dieci pezzi che faccio uscire ne avrò fatti cinquanta e ne butto via quaranta. Quindi fare tentativi fino a trovare uno stile che mi piace e poi sbattersene totalmente! Ho capito che le cose che mi piacciono di più sono quelle che faccio quando non penso alle conseguenze. A livello artistico, eh!

Per finire, che cosa puoi dirci in anteprima sul prossimo album?
Sarà un disco molto diverso dall’altro, come atmosfere. Sarà un po’ più cupo, forse, più minimale per alcuni aspetti. Mi sono concentrato molto sui testi che spero possano avere più livelli di lettura: anche quando do un’impronta ironica vorrei che ci fosse un aspetto su cui pensare. Ci sarà “Barbecue”: un duetto con Avocadoz, una cantautrice geniale, giovanissima, della zona. Ci sarà un pezzo che si chiama “Il concerto dei Woods”, che è una cosa diversa a livello di testo rispetto quello che faccio. Parla del fatto che non sono riuscito ad andare a vedere i Woods perché c’era la fila in autostrada, ed è proprio quello che è successo pari pari… E poi ci saranno “Iowa” e “Wisconsin”!

Riordino delle istituzioni locali: le fusioni tra comuni

Il referendum costituzionale si avvicina e, a prescindere dalle posizioni espresse dai sostenitori o detrattori della riforma, schierati sui fronti contrapposti (e agguerriti) del Sì e del No, è innegabile che l’appuntamento con le urne del prossimo 4 dicembre segnerà un passaggio decisivo nella storia dell’Italia repubblicana. Mai prima d’ora, infatti, era stata proposta una revisione tanto importante della nostra carta fondamentale (con l’eccezione della devolution approvata dal governo Berlusconi e respinta dagli elettori nel referendum del giugno 2006), che coinvolge quasi un terzo degli articoli della Costituzione e incide profondamente sull’ordinamento della Repubblica e sulle sue istituzioni.

Ma la riforma della seconda parte della Costituzione è solo il vertice di un processo di riordino e riorganizzazione istituzionale che ha coinvolto nel corso degli ultimi anni tutti i livelli di governo del Paese, in vari modi e forme. Una tappa fondamentale di questo percorso è rappresentata sicuramente dalla legge n. 56 del 2014, la cd. «legge Delrio», dal nome del ministro che l’ha firmata, e che ridisegna confini e competenze dell’amministrazione locale: in attesa della riforma del titolo V della Costituzione (inserita nella recente riforma), le province diventano «enti territoriali di area vasta». La legge prevede inoltre l’istituzione delle Città metropolitane (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria, più Roma Capitale con disciplina speciale), al posto delle relative provincie, a cui sono conferiti compiti di programmazione e sviluppo strategico dei rispettivi territori, e dispone nuove misure per incentivare e rafforzare le unioni e fusioni di comuni.

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Il ministro delle infrastrutture e dei trasporti Graziano Delrio. Fonte immagine: Governo.it

La Regione Emilia-Romagna ha provveduto a dare attuazione alla legge Delrio con proprie norme, contenute nella legge regionale n. 13 del 2015, «Riforma del sistema di governo regionale e locale e disposizioni su Città metropolitana di Bologna, province, comuni e loro unioni». Il testo normativo configura un nuovo modello di governo territoriale, che pone le basi per la realizzazione di aree vaste interprovinciali fondate sull’aggregazione funzionale tra province. I territori provinciali potranno fare sistema per sviluppare al meglio nuove strategie territoriali e gestire i servizi in modo unitario (ad esempio in materia di turismo, trasporti o protezione civile). In questo quadro, oltre al nuovo ruolo giocato dalla Città metropolitana di Bologna, vengono valorizzate anche le unioni di comuni, come perno dell’organizzazione dei servizi di prossimità al cittadino, e si imprime una forte spinta alle fusioni di comuni.

Ovviamente, anche la provincia di Modena è stata interessata da questi cambiamenti. Nel 2014, alla scadenza del mandato elettorale, gli organi provinciali sono stati rinnovati secondo quanto previsto dalla legge Del Rio. I nuovi organi della provincia sono quindi oggi il presidente, il consiglio provinciale e l’assemblea dei sindaci. Ma come vengono eletti i nuovi rappresentanti, e quali sono le loro funzioni? Il presidente della provincia è eletto dai sindaci e dai consiglieri dei comuni della provincia e dura in carica quattro anni. Sono eleggibili a presidente della provincia i sindaci del territorio, il cui mandato scada non prima di diciotto mesi dalla data di svolgimento delle elezioni. Il presidente della provincia è eletto con voto diretto, libero e segreto, e ciascun elettore vota per un solo candidato alla carica di presidente della provincia. Il presidente della provincia rappresenta l’ente, convoca e presiede il consiglio provinciale e l’assemblea dei sindaci, sovrintende al funzionamento dei servizi e degli uffici e all’esecuzione degli atti. Il consiglio provinciale è composto dal presidente della provincia e da sedici componenti, dura in carica due anni ed è eletto dai sindaci e dai consiglieri comunali dei comuni della provincia. Sono eleggibili a consigliere provinciale i sindaci e i consiglieri comunali in carica. L’elezione avviene sulla base di liste: ciascun elettore esprime un voto, e inoltre, nell’apposita riga della scheda, una preferenza per un candidato alla carica di consigliere provinciale compreso nella lista. Il consiglio è l’organo di indirizzo e controllo, propone all’assemblea lo statuto, approva regolamenti, piani, programmi. Un elemento interessante da tenere in considerazione per le elezioni degli organi provinciali è che esse si svolgono con il metodo del «voto ponderato»: il voto di ogni elettore «pesa» in maniera differente a seconda della taglia demografica del comune in cui esercita la carica. Infine, è prevista anche l’assemblea dei sindaci, costituita da tutti i primi cittadini dei comuni appartenenti alla provincia, che ha poteri propositivi, consultivi e di controllo. Gli attuali organi elettivi della provincia, presidente e consiglio, sono stati eletti il 4 ottobre 2014; il consiglio provinciale dovrà essere quindi rinnovato entro la fine del 2016.

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A Modena sono in corso anche altre sperimentazioni di riordino istituzionale, sempre nel solco della normativa delineata sia a livello nazionale sia regionale: si tratta de processi di fusione dei comuni dell’Unione Terre di Castelli e dell’Area Nord. Lo strumento delle fusioni è parte integrante della strategia di governo del territorio messa in campo dalla giunta regionale, che definito i procedimenti e gli incentivi per i comuni che intendono percorrere questa strada. In base alla normativa vigente, possono fondersi, con legge regionale, solo i comuni tra loro contigui e appartenenti alla stessa provincia. Il processo di fusione si avvia con la presentazione di un progetto di legge, ma finora la giunta regionale ha presentato leggi di fusione solo su istanza dei consigli comunali interessati. I consigli comunali devono approvare l’istanza di fusione con una deliberazione adottata con la maggioranza qualificata dei due terzi dei consiglieri assegnati o, nel caso in cui tale maggioranza non venga raggiunta, con due sedute a maggioranza assoluta dei consiglieri assegnati. Le norme prevedono inoltre che per poter approvare la legge di fusione è obbligatorio svolgere un referendum consultivo per sondare la volontà delle popolazioni interessate dal processo di fusione. Con la legge regionale n. 15 del 29 luglio 2016 si prevede esplicitamente che il progetto di legge di fusione tra più comuni non possa essere approvato dall’Assemblea legislativa regionale qualora il «no» prevalga sia fra la maggioranza complessiva dei votanti dei territori interessati sia in almeno la metà dei singoli comuni, mentre si stabilisce che debbano esprimersi preventivamente i consigli comunali nel caso, invece, siano discordanti: a) la volontà favorevole espressa dalla maggioranza complessiva dei votanti e quella contraria espressa da almeno la metà dei comuni; b) la volontà contraria espressa dalla maggioranza complessiva dei votanti e quella favorevole espressa dalla maggioranza dei comuni. Sempre la normativa, infine, prevede che i comuni interessati alla fusione, pur non essendo obbligati, possano redigere uno studio di fattibilità per acquisire dati ed elementi di valutazione sul territorio, la popolazione e l’assetto economico-produttivo idoneo a comprendere la fattibilità tecnico-organizzativa, economico-finanziaria e politico-istituzionale della fusione.

Attualmente, i comuni dell’Unione Terre di Castelli stanno completando lo studio di fattibilità, che è ormai giunto alle sue battute finali e dovrebbe essere presentato nelle prossime settimane ai vari consigli comunali, mentre nei comuni dell’Area Nord sono stati approvati, nel corso dell’estate, vari ordini del giorno che impegnano la giunta a dare avvio a un percorso condiviso di pianificazione strategica per il riordino istituzionale e organizzativo. È ancora presto per sapere dove porteranno questi progetti, ma, al di là del referendum, qualcosa si muove negli assetti istituzionali e organizzativi del territorio di Modena. Vedremo, in futuro, se da questi movimenti nascerà qualcosa di nuovo o se la montagna avrà partorito il più classico dei topolini.

Immagine di copertina: Fusionedeicomuni.it.