Realizzarsi dopo i 50 anni: Paola Rossi Roberti, la pittrice dei cani

Tutte le migliori storie cominciano con un momento di rottura forte, un prima e un dopo, una svolta più o meno traumatica. Per Paola Rossi tutto è cominciato con la morte dell’amato Fritz, uno Zwergschnauzer nero che era tutto per lei, come un figlio. “Era molto speciale, gli ho dedicato una mostra, quando è spirato è stato molto doloroso”, dice emozionata e con gli occhi che le brillano.

Morto il cane, Paola Rossi cade in uno stato di prostrazione. Era il 2003, un periodo amaro per questa benestante signora bionda di 60 anni che mi accoglie nel suo studio, una mansarda al quarto piano di un elegante palazzo in stile Liberty in piazza Mazzini, a pochi passi dalla sinagoga monumentale e dal municipio. Un tempo questo atelier di 60 mq con vista sui tetti della città, finemente arredato e pieno di dipinti di cani, era un ambulatorio. Nella sua vita precedente la signora Rossi era infatti una nutrizionista. Ha esercitato fino al 2003, anno fatidico, in cui si frattura anche un perone.

Costretta all’immobilità, afflitta dalla scomparsa di Fritz, Paola Rossi prende una foto del cane e comincia a disegnare, a dipingere e non si ferma più. Scopre un talento nascosto e ogni creazione “è un piccolo miracolo” dice, una tela che si anima sotto i colpi di pennello in modo quasi magico, come la pagina bianca che si riempe di parole per uno scrittore.

Moglie di un avvocato, senza figli, la dottoressa Rossi si lascia convincere dalla sorella a iscriversi a un corso di pittura all’Università della Terza Età di Modena. Un modo per incanalare il suo dolore e esplorare una vena artistica che non sapeva di possedere.
I dolori di questa ricca signora diventano presto più di un hobby. Nel 2007 arriva la gratificazione della prima mostra personale intitolata “L’amico Fritz”, massimo omaggio cittadino per uno Zwergschnauzer. L’ultima esposizione, con dipinti provenienti da collezioni private, si è svolta nel mese di novembre presso la galleria d’arte Artesi ed è stato un successo, con molti clienti della signora arrivati per contemplare il loro cane immortalato su tela.

“Mi ritengo una donna fortunata ma non lo considero un lavoro, spesso dipingo gratis per i miei amici o parenti”, dice Paola Rossi. I suoi clienti sono conoscenti, facoltosi professionisti che spendono anche 800 euro per il ritratto del loro adorato e fedele quadrupede. L’ex dietologa si specializza in ritratti di cani e allarga i suoi orizzonti creativi aggiungendo ai soggetti canini anche i gatti e qualche neonato. La signora Rossi spiega il suo metodo di lavoro: “Parto sempre da una fotografia dell’animale, deve esprimermi dolcezza e emozioni, ricerco l’espressività nello sguardo dei cani, la loro anima più pura: comincio sempre con il dipingere gli occhi”. E gli occhi dei canidi, vivi e morti, sono dappertutto nell’atelier dell’artista.

L’atmosfera nello studio è intima e informale. Un universo a parte fra i tetti rossi della città, una bolla poetica lontana dalle tribolazioni dei mortali al piano terra. Sui muri sono appesi ritratti di labrador, collie, beagle, carlino, yorkshire e bassotti. Niente pittbull né rottweiler o altri cagnacci cattivi da combattimento: ”Non mi piacciono i cani aggressivi o troppo muscolosi”. A parte questo aspetto, nessuna discriminazione in quanto alla razza, la dottoressa Rossi infatti dipinge tutte le razze “anche i bastardi”, dice la pittrice.
E’ come se non avesse pregiudizi a livello canino, come se credesse nella società multirazziale canina, se solo esistesse questo concetto. Potrebbe essere la realizzazione di un’utopia, la scoperta che un mondo migliore è possibile, a livello canide. In quest’antirazzismo libertario di matrice canina trovano posto anche alcuni significativi gattini e qualche ritratto di infanti dai capelli biondi e gli occhi azzurri.

C’è qualcosa che stride in questo piccolo mondo antico, nell’universo poetico di questa pittrice sui generis. Ma prima ancora che ponga la domanda la signora Rossi precisa: ”Non sono affatto una fanatica animalista, non sono neppure vegetariana, da nutrizionista so bene quanto siano importanti nell’alimentazione le proteine animali, sono solo un’amante dei cani”.

Tuttavia l’amore per i cani di Paola Rossi Roberti supera quello per gli esseri umani: ”Gli uomini ti tradiscono, i cani mai”, dice mentre tiene fra le dita la foto di Fritz. Il dipinto squisitamente incorniciato dell’amato Zwergschnauzer troneggia al centro dell’atelier. Per un attimo penso alle immagini delle famiglie in lutto nei territori occupati con sul grembo i ritratti dei figli morti. Ma siamo Modena, e questa è una storia modenese emblematica, quella di una signora benestante che dipinge i cani e i gattini per i suoi amici benestanti e che, suo malgrado, si è inserita in un mercato sempre più redditizio.

Le bacheche dei social network sono un florilegio di cani&gattini teneri, le persone umanizzano la propria bestia fino a creare nelle loro menti un vincolo di parentela intraspecie, i concorsi internazionali di bellezza per cani proliferano e nelle nostre città è ormai normale osservare distinti signori che si chinano per raccogliere con gioia le deiezioni del proprio animale. Rossi a parte, mi pare ci sia stata una perdita di misura nelle relazioni occidentali fra uomo-animale di compagnia, un rapporto morboso che non è mai esistito in precedenza e che è sorto non a caso nella (non più così) opulenta Europa che si indigna più facilmente per un cane maltrattato che per un bambino massacrato ad Aleppo.

Violenza contro le donne: due documentari per raccontarla

In concomitanza della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, Modena e provincia si attrezzano per dare il proprio contributo. Nel 1999, l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha deciso di stabilire una ricorrenza al fine di sensibilizzare la collettività rispetto ai soprusi che le donne di ogni etnia e di ogni età sono costrette a subire ogni giorno. La data scelta cade il 25 novembre, e ogni anno i Paesi sono tenuti ad organizzare delle attività per mettere sotto l’occhio pubblico un argomento tanto delicato quanto troppo spesso ignorato.

Anche quest’anno il 25 novembre non è passato inosservato, almeno per le 100mila donne che sono scese in piazza a Roma il giorno successivo, per la manifestazione indetta da Non una di meno. Ancora una volta però, anche se le donne hanno alzato le loro voci per farsi sentire, in un paese apparentemente civilizzato come l’Italia, non è stato abbastanza. L’evento del 26 novembre infatti è stato pericolosamente ignorato dai maggiori canali di informazione, come Rai e La7, che l’hanno coperto frettolosamente senza dargli il giusto spazio.

Un’altra notizia fa riflettere: in uno stato in cui una donna su tre subisce abusi nel corso della propria vita le uniche realtà volte a offrire aiuto e sostegno alle vittime di violenza, i centri antiviolenza e le case rifugio, non sono sufficientemente finanziate per portare avanti le proprie attività, con il rischio di chiudere i battenti. All’oggi, le case rifugio hanno ospitato 14.000 donne. Nonostante l’impegno delle operatrici che lavorano 24 su 24 presso queste strutture, circa il 12% delle donne che sono vittime di violenze non sa nulla dell’esistenza di queste realtà, per via della rilevanza vicina allo zero che viene riservata a questi centri.

Un’inquietante sordità da parte da  parte delle istituzioni e degli organi di informazione, che sembra mettere il problema in secondo piano. Per fortuna non per tutti è così. La provincia modenese offre due date importanti per richiamare l’attenzione su una tematica così terribile e così tristemente negletta.

Il 30 novembre, presso la Galleria Europa in Piazza Grande, sarà proiettato il docu-film di Thierry Michel e Colette Braeckman, “L’uomo che ripara le donne – la collera d’Ippocrate”. Protagonista del documentario è il medico congolese Denis Mukwege, che ha dedicato la propria vita a curare e ad assistere le donne vittime di violenza sessuale. La guerra nella Repubblica Democratica del Congo è infatti la causa di brutalità di ogni tipo, non per ultimi i soprusi terribili subiti dalle donne africane. Mukwege stesso, nel 2012, è quasi rimasto ucciso in un attentato, proprio a causa delle sue attività di soccorso. I due registi belgi hanno voluto raccontare la vita di quest’uomo coraggioso, che oltre alle minacce alla sua vita, viene attaccato anche dal suo stesso Paese, che non perde occasione per boicottare il suo ospedale. Il medico congolese è vincitore del Premio Sacharov. Il Premio Sacharov è un progetto del Parlamento Europeo, volto a valorizzare i lavori di persone che hanno contribuito in modo straordinario alla lotta per i diritti umani in tutto il pianeta.

specchioIl 2 dicembre, l’Auditorium Biblioteca “A.Loria” di Carpi inaugura invece una rassegna di documentari, “Come in uno specchio”, condotta da Enza Negroni (già regista del documentario sulla squadra di rugby bolognese Giallo Dozza, formata dai detenuti del carcere di Bologna) e Antonia Mascioli. La sera del 2 dicembre, alle ore 21, i registi Nicola Nannavecchia e Manuela Pecorari presenteranno il loro documentario “Perché le donne non fanno la guerra”, girato nella ex-Jugoslavia. Nel film sono riportate le testimonianze di donne che hanno vissuto le bestialità della guerra dei Balcani dal 1991 al 1999. I due videomaker riflettono sulla natura della donna e, come suggerisce il titolo, si chiedono se, con le donne al potere, il mondo sarebbe diverso da com’è ora.

Una storia reggiana: la favola degli Sheepers

Si chiamano Philémon, Oumar, Abdoul, Sinaly, Lamin, Nasir e Masil. Vengono dal Mali, dalla Nigeria, dalla Costa d’Avorio, dal Gambia, dal Pakistan e dall’Afghanistan. In fuga dalla miseria hanno letteralmente attraversato il deserto, il Mediterraneo, o superato le montagne dell’Europa dell’Est, dei Carpazi e dei Balcani, lasciando famiglie e affetti dietro di loro. E’ l’esodo senza fine dei cosiddetti migranti economici, persone in marcia continua, in movimento, in cammino alla ricerca del benessere verso il ricco nord del mondo. “Smistati” a Bologna, vivono oggi nelle città emiliane: a Reggio e provincia sono circa 1400, in prevalenza uomini. Di questi, 140 (il 10% di tutta l’accoglienza reggiana) hanno trovato rifugio nelle strutture de L’Ovile, una cooperativa sociale di tipo misto A e B fondata nel 1993 che costruisce percorsi riabilitativi a persone in stato di bisogno attraverso l’accoglienza e l’inserimento.

L’Ovile si occupa della seconda accoglienza, quella che subentra dopo la prima fase in cui i migranti vengono sistemati in alberghi. In collaborazione con altri enti laici e cattolici, sia pubblici che privati del territorio, mette a disposizione piccole abitazioni ai migranti in attesa dello status di rifugiato che consentirebbe loro di rimettersi in cammino sempre più a Nord, sognando la Germania e la Scandinavia come gli Europei fantasticano di vacanze esotiche su lidi tropicali. Negli appartamenti vivono in 4, spesso di nazionalità, lingua e cultura molto diversa gli uni dagli altri e dividono gli spazi, la cucina e le stanze da letto.

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Sono tutti maggiorenni, la fascia di età più rappresentata è quella dei 20-30enni ma non mancano padri di famiglia quarantenni in cerca di redenzione. Sebbene spesso in queste abitazioni vivano africani cristiani a fianco di asiatici musulmani, di cortocircuiti culturali o altre diffidenze reciproche non ne esistono, alle reticenze personali prevale il senso del vivere in comune e la convinzione di essere sulla stessa barca. Come argent de poche percepiscono ogni giorno sei euro: ”Per le piccole spese, la ricarica telefonica, un panino, le sigarette”, dice Dario Rossi, 26 anni, educatore presso la cooperativa sociale.

Il 90% di loro non ottiene lo status di rifugiato e fa ricorso perché la posizione dei migranti economici è controversa. “Non scappano necessariamente da scenari di guerra anche se tutti vengono da paesi molto poveri a forte instabilità politica”, afferma Rossi. Quando arrivano nelle strutture de L’Ovile sono spaesati ma consapevoli di essere inseriti in un percorso che punta alla loro inclusione sociale. Alcuni parlano un po’ di italiano dopo appena poche settimane “soprattutto i migranti dai paesi francofoni come il Mali e la Mauritania che parlano una lingua neolatina come l’italiano”, osserva l’educatore che sottolinea quanto sia fasulla la storia dell’invasione islamica d’Europa “poiché una vasta maggioranza dei ragazzi che arrivano sono di fede cristiana”.

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La cooperativa L’Ovile organizza le giornate per i 140 ospiti temporanei. Molti migranti sanno leggere e scrivere ma non mancano sacche di analfabetismo: “Vanno a scuola 3 volte a settimana nei CPIA del Comune (Centro Provinciale Istruzione Adulti), gli istituti ex CTP. A scuola imparano l’italiano e la cultura italiana. Inoltre grazie alla collaborazione con altre associazioni e enti pubblici, ogni settimana svolgono un certo numero di attività pratiche, come laboratori di pittura e corsi di formazione professionale.
“Spesso ci chiedono di trovare loro un lavoro, spieghiamo loro che non è facile, che c’è la crisi economica in Italia e che ci sono 50enni italiani sul lastrico in cerca di impiego. ll nostro compito è quello di descrivere loro con realismo la situazione e fornire loro tutti gli strumenti necessari per cavarsela, là fuori”, spiega Dario Rossi. Così L’Ovile organizza corsi per diventare saldatori ma anche lezioni di cucina agli aspiranti chef. Infine alcuni migranti ospiti delle strutture reggiane si offrono volontari nei circoli sociali per anziani o disabili, fanno animazione e cucinano per loro, oppure si adoperano nella manutenzione delle aree verdi della città e in quelle delle società sportive per ripulire i campi da calcio o gli spogliatoi. Talvolta gli educatori li portano nelle scuole superiori della città affinché possano raccontare la loro storia.

Ma non basta. Per favorire una vera integrazione, una reale inclusione è necessario mescolarsi per davvero alla società ospitante. Così entra in scena Dario Rossi, insieme ad altri colleghi, che si inventa la prima squadra mista, profughi e italiani, a militare in un campionato amatoriale di Open a 7. “Oltre ad essere educatore sono dirigente dell’Us Santos 1948 che è una delle due principali società di Reggio e che conta 600 tesserati”, spiega Rossi. All’interno di questa società è nata appena il mese scorso la squadra mista, allenata dallo stesso Rossi, The Sheepers (i “pecorari”), nome autoironico per definire l’appartenenza alla cooperativa L’Ovile degli atleti e recuperare lo spirito semi-serio delle partitelle “scapogli contro ammogliati”.

sheepers03“E’ una squadra mista a tutti gli effetti, oltre ai prestanti ragazzi africani e a qualche educatore e allenatore di altre categorie del Santos, ci sono tanti italiani: alcuni sovrappeso altri negati per il calcio, scoordinati, che partecipano con entusiasmo alla competizione”. The Sheepers sono primi in classifica in un campionato a 12 squadre e sono reduci da due vittorie consecutive: la prima (con un secco 3-0) contro “Dura lex”, la squadra degli avvocati locali, e la seconda (in rimonta 3-2) contro la formazione dell’imam della moschea di Reggio”, dice con soddisfazione l’educatore.

L’anitirazzismo si riflette anche nei colori delle divise dei Sheepers: bianco e nero, a rappresentare una società meticcia. “Esistono già squadre composte da richiedenti asilo ma noi siamo stati i primi a formare una squadra mista”, osserva Dario Rossi. Non è un semplice passatempo, quindi, ma un concreto tentativo di non separare, di non ghettizzare i migranti attraverso lo spirito di gruppo, il gioco di squadra, il calcio, quel linguaggio universale comune ai giovani di tutto il mondo.

Fonte immagine di copertina: Languagecaster.

Bosco85 ovvero parole e immagini destinate all’incontro, perché “c’era già tutto”

È tutto dentro di noi, solo occorre molto tempo per capirlo e tanto lavoro per farlo affiorare”. Questo è il filo conduttore della mostra “C’era già tutto” in corso fino al 1 dicembre a Modena nelle due gallerie MINA Studio (via Sant’Eufemia 88) e Hiro Proshu Gallery (via Sant’Eufemia 55): trent’anni di disegni di Andrea Chiesi accompagnati dalle poesie di Laura Solieri. ORARI di APERTURA: Lun-ven: ore 10-13/15-18. Sabato: ore 10-18. L’evento del 27 novembre, “Bosco85 : presentazione/letture/musiche” su Facebook.

cover“Guardando i primi disegni da adolescente ne ho avuta la conferma: c’era già tutto (ma non lo sapevo) tutto quello che avrei fatto negli anni successivi. Ho chiesto a Laura di scrivere per i miei disegni, lei che è nata negli anni ’80, quando questo viaggio è iniziato. I primi disegni fatti in classe, le figure femminili, la grafite che graffia la carta, gli inchiostri che si sciolgono nel nerobluviola, gli intrecci insistiti del pennarello, i taccuini, schizzi e scarabocchi (ma anche alcuni oli su tela), fino a cose recenti: 30 anni di lavoro insomma” afferma Chiesi.

Qui, alcuni lavori di Andrea Chiesi

“Accostarmi con le mie poesie alle opere di Andrea Chiesi è stata un’esperienza intensa e gratificante – racconta Laura – La collaborazione con Chiesi e Alessandro Formigoni che ha dato vita alla pubblicazione Bosco85, è il risultato di un bel percorso di ricerca interiore (in me, attraverso il mio sentimento del mondo) ed esteriore (attraverso il confronto con le opere di Andrea, le forme, i colori, il vissuto raccontato nei suoi dipinti). È la prima volta che lavoro con le immagini, e in questa raccolta il lavoro che è stato fatto non è mai didascalico. La maggior parte delle poesie le ho scritte dopo aver selezionato insieme ad Andrea e Alessandro i dipinti che sono finiti all’interno della pubblicazione; ci sono anche diversi miei lavori precedenti, che esistevano già ed è stato bello ritrovarli nella mano di Andrea: in alcuni casi, infatti, è stato fatto un lavoro di abbinamento di testo e immagini che sembravano destinati all’incontro, perché c’era già tutto. Ho ritrovato un vissuto potente nel lavoro di Andrea che non ho assolutamente voluto tradurre in parole, suggerendo una chiave di lettura ma che ho voluto accompagnare con il mio messaggio, la mia lettura, il mio vissuto per regalare al lettore suggestioni e visioni privi di qualsiasi condizionamento”.

Qui, alcune poesie di Laura Solieri.

9“Per me la poesia – ci spiega ancora Laura – è un modo per dire tanto in poco, uno strumento immediato e istintivo per capire meglio le cose che mi stanno intorno e capire meglio me stessa. Una volta che ho fermato sulla carta il mio frammento di momento, interessante è il lavoro di limatura che segue questo processo, un lavoro di essenzialità e pulizia per potermi incontrare con il testo al netto della sua portata, della sua potenza e concentrarmi al meglio sul messaggio che voglio trasmettere”.

Qui alcuni brani di Alessandro Formigoni

“Nelle mie poesie – continua – racconto il mio frammento di umanità, la mia impronta in questo mondo, le piccole cose che fanno una giornata, la mia come può essere quella di tante altre persone. Si dice spesso che la poesia è un genere bistrattato ma se in tanti continuano a scriverla evidentemente è una manifestazione fisiologica dell’uomo. E in un tempo in cui si è sempre di fretta, in cui si legge sempre meno, penso che la brevità della poesia, la sua incisività vada incontro a questa sete di immediatezza che c’è in giro, riempiendola di contenuto, fermo restando che la poesia è un genere che va esplorato ed assaporato con lentezza e in silenzio, e la sua magia, almeno per me, sta nel suo invito spesso accattivante a fermarsi e andare oltre la consueta soglia delle parole”.

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“La mia ispirazione va a folate, come il vento, e nei giorni di grande vento è veramente bello lasciarsi scompigliare senza preoccuparsi del disordine che esso crea perché ci pensa la poesia a fare sintesi e a mettere ordine, ed è sempre una sorpresa ritrovarmi sul foglio in un modo che fino a quel momento non potevo prevedere.
La poesia è una confessione impegnativa, è accettare di liberarsi dell’armatura che indossiamo tutti, tutti i giorni, per affrontare la quotidianità, per mostrarsi a chi ti legge per quello che sei, che pensi, che senti: è una prova – e non sono di certo io la prima a dirlo – di solitudine”.

Dov’è la mafia in Emilia-Romagna? Risponde il sito “Mafie sotto casa”.

Martedì 15 novembre è stato presentato ufficialmente a Bagnacavallo il progetto “Mafie sotto Casa“. Realizzato da una rete di singole persone e associazioni impegnate nella promozione della legalità e del contrasto alle mafie, si tratta di un sito dove vengono mappate tutte le attività di stampo mafioso in Emilia-Romagna. Il risultato è un quadro impietoso, nero su bianco, che arriva dritto al punto.

Nella mappa di “Mafie sotto casa“, infatti, i puntatori individuano il luogo e il tipo di avvenimento legato alle mafie sul territorio regionale. Si va dai roghi dolosi ai beni confiscati, dai fatti di sangue ai soggiornanti obbligati, dalle minacce fino ai comuni sciolti o commissariati. Le fonti sono nutrite: una lunga rassegna stampa, sentenze dei tribunali, studi di settore e documenti normativi. Lo scopo, “aiutare la comunità a comprendere meglio il fenomeno mafioso“, essere “uno strumento a disposizione di tutti” e contribuire alla definzione di un “contesto di insieme” utile a capire come si muovono le mafie sul territorio. E dunque, utile a contrastarle.

E a Modena, dove sono le mafie? Ad oggi “Mafie sotto casa” mette sul territorio modenese 23 puntatori. Contiamo sette espropri (due a Nonantola, gli altri a Maranello, Formigine, Castelfranco, Finale Emilia e Magreta); otto soggiornanti obbligati (due a Modena, due a Bastiglia, gli altri a Bomporto, Sorbara, Carpi e Cavezzo); due ex-soggiornanti (uno a Serramazzoni e uno a Sassuolo, quest’ultimo niente meno che Gaetano Badalamenti qui “confinato” a metà degli anni ’70 dove continuò a gestire traffici illeciti); tre fra intimidazioni e minacce (la prima a Vignola, le seconde a Modena); tre operazioni con arresti (“Point Break” e “Untouchables” a Sassuolo, e “Pressing San Cipriano” a Modena che portò all’arresto di una ventina di Casalesi tutti residenti in città e dintorni). La pronvincia di Modena sembra stretta fra i roghi dolosi che punteggiano Reggio Emilia e la pletora di aziende eliminate dalla white list che infesta Bologna. Ma è davvero così?

Leggi anche: A scuola contro la mafia, per seminare legalità.

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Lo abbiamo chiesto a Gaetano Alessi, autore del libro “Mafie in Emilia-Romagna” e co-autore del dossier “Tra la Via Aemilia e il West“. Siciliano di origine e oggi residente a Bologna, Alessi è fra i promotori e realizzatori di “Mafie sotto casa”.

Innanzitutto, quanta consapevolezza c’è fra gli abitanti dell’Emilia-Romagna riguardo il fenomeno mafioso sul territorio?
C’è una consapevolezza molto bassa, purtroppo, e più gli anni passano più questo è inspiegabile perché sui media se ne parla. Ci sono zone dove la consapevolezza è quasi nulla, come Cesena, Forlì, Ferrara. C’è un’idea di mafia legata alle figure di Falcone e Borsellino, che fanno parte della Storia, non al fatto che oggi la mafia l’abbiamo sotto casa ed è inutile andarla a cercare da un’altra parte.

L’area di Modena come è messa in quanto a consapevolezza?
Modena è uno degli epicentri dei fatti di mafia. Dopo l’Operazione Aemilia la consapevolezza è che “la mafia c’è, ma è a Reggio”. Se ne parla, ma scaricando il peso sulla provincia di fianco. E’ una cosa che succede anche in Sicilia.

Eppure, guardando la vostra mappatura, i puntatori su Reggio Emilia sono molto più numerosi rispetto quelli su Modena…
Perché Reggio è caduta dentro l’Operazione Aemilia che ha già avuto sentenze con riti abbreviati, quindi abbiamo potuto inserire tutti i puntatori con certezza. Modena, per esempio, non ha ancora avuto la sentenza su CPL Concordia quindi bisogna essere cauti. Noi abbiamo raccolto tutta la documentazione, ma non abbiamo messo puntatori perché finché non c’è una sentenza che dica il contrario ciascuno è innocente.

Quindi, tra i fatti accertati, secondo lei quali sono le maggiori criticità a Modena?
La presenza fisica dei Casalesi, le bische, il riciclaggio dietro le sale bingo… a Modena manca la maxi operazione di polizia come è successo a Reggio. C’è però un meccanismo particolare, ossia il rapporto fra Casalesi e ‘Ndrangheta: qui non abbiamo una mafia che schiaccia l’altra, ma due mafie che si sono trovate e fanno affari insieme. E’ un fenomeno inquietante che non ha eguali nel resto della regione.

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Quella sporca prima meta

Il primo dicembre Il festival dei Popoli di Firenze, uno delle più importanti manifestazioni d’Italia sul documentario sociale, proietterà il lungometraggio di Enza Negroni, “La prima meta”, sulla squadra di Rugby Giallo Dozza di Bologna, fondata in seno al progetto educativo “Tornare in campo”. Composta da 40 detenuti della casa circondariale di Bologna, tutti i membri della squadra si sono avvicinati al gioco del rugby per la prima volta proprio in occasione dell’avvio di questo straordinario progetto.

La prima meta (First try) – Trailer

I Giallo Dozza, attualmente in C2, sono iscritti alla Federazione Italiana di Rugby, e proprio nel 2014 hanno partecipato al loro primo campionato. Il film di Negroni non testimonia solo le loro prodezze sportive, ma mette soprattutto in evidenza come lo sport in generale, e quello di squadra in particolare, costituisca uno strumento potente per dare sostanza a valori indispensabili per la convivenza civile – dentro o fuori da un carcere – come il rispetto dell’altro, la capacità di condividere obiettivi comuni, di instaurare dinamiche di gruppo positive, di saper affrontare con serenità sia le sconfitte che le vittorie.

Fonte immagine: "La prima meta", sito ufficiale.
Fonte immagine: “La prima meta”, sito ufficiale.

“Sì, il Rugby può…!! Può risvegliare sentimenti e unire le persone rendendole migliori!”. Così scrivono i Giallo Dozza sulla loro pagina Facebook, rimarcando lo spirito che ha guidato l’intero progetto dalla sua nascita. “Tornare in campo” è nato proprio con l’intento di favorire il riscatto sia morale che sociale dei carcerati, che nella dimensione del gioco hanno la possibilità di recuperare un’identità personale al di là delle motivazioni che li hanno portati alla punizione del carcere, con la “colpevolezza” come unico tratto comune e distintivo di persone altrimenti diversissime tra loro. Non a caso la squadra è costituita da giocatori provenienti da paesi diversi – una vera multinazionale – per cui giocare insieme diventa anche un’occasione per conoscersi e confrontarsi nelle proprie differenze. E non solo sul campo: la squadra cena insieme ogni sabato sera dopo la partita, a volte per festeggiare una vittoria o superare l’amarezza di una sconfitta.

Quest’anno il torneo è iniziato i primi di ottobre e attualmente, dopo sei giornate, il team bolognese occupa il terz’ultimo posto. Ma gli insuccessi non demoralizzano i Giallo Dozza, che sono mossi da vera passione, come non mancano di ricordare in un altro dei loro post, all’indomani di una partita persa a tavolino con il Romagna RFC: “Per i giocatori del Rugby Giallo Dozza è molto più importante giocare, anche se sconfitti, per fare esperienza ma soprattutto per vivere e respirare aria di rugby.”.

Fonte immagine: "La prima meta", sito ufficiale.
Fonte immagine: “La prima meta”, sito ufficiale.

Non è una novità quella di voler seguire i carcerati nei progetti rieducativi proposti dalle associazioni o dalle direzioni illuminate di qualche istituto di pena. Già i fratelli Taviani, nel 2012 hanno realizzato un docu-film – “Cesare deve morire” sulla messa in scena di Giulio Cesare di Shakespeare recitata dai detenuti del carcere di Rebibbia. Il film, pluripremiato, ha deciso di raccontare l’umanità usando il pretesto del teatro, per vivere insieme ai carcerati il percorso di crescita che proprio grazie a un capolavoro come quello di Shakespeare sono riusciti a fare, riconoscendo se stessi nelle storie dei personaggi dotati di una profonda quanto complessa umanità tratteggiati dal grande drammaturgo inglese. Anche a Modena per altro, lo scorso aprile è andato in scena all’interno della locale casa circondariale “Antigone. Variazioni sul mito” che ha visto salire sul palco detenuti e attori della compagnia del Teatro dei venti per interpretare il classico di Sofocle che affronta il contrasto tra la legge e la “pietas” umana, tra l’autorità maschile e la sensibilità femminile.

Non il teatro, ma lo sport diventa nel caso del film di Enza Negroni, un modo di raccontare l’attitudine naturale di ogni essere umano a trascendere gli istinti più bassi presenti in ognuno di noi quando c’è di mezzo qualcosa – che si tratti dell’arte o del gioco – che ne valorizzi le virtù, oltre le imperfezioni e debolezze. Friedrich Schiller, grande filosofo e poeta tedesco, proprio nel gioco vede l’opportunità dell’uomo di avvicinarsi alla bellezza. “L’uomo è completamente uomo soltanto quando gioca.”

Fonte immagine: "La prima meta", sito ufficiale.
Fonte immagine: “La prima meta”, sito ufficiale.

Così i Giallo Dozza di Bologna diventano un esempio virtuoso da emulare. Ma siamo ancora lontanissimi dal raggiungere in Italia una dimensione realmente civile anche per un’esperienza drammatica come quella carceraria che, come riporta l’articolo 27 della nostra Costituzione, deve essere volta non solo alla punizione ma anche al recupero sociale dell’individuo. Nonostante qualche miglioramento negli ultimi anni, segnalato in “Galere d’Italia, XII Rapporto sulle condizioni di detenzione“ realizzato dall’Associazione Antigone impegnata “per i diritti e le garanzie nel sistema penale”, le prigioni affollate, l’alto numero di suicidi, la difficile convivenza tra persone provenienti da varie parti del mondo, restano gravissimi i problemi che attendono ancora una risoluzione degna di questo nome.

Se quindi la realtà del carcere bolognese con i Giallo Dozza sembra dare un segnale positivo, non è abbastanza equiparato alla complessa situazione delle carceri in tutta Italia, troppe volte gestita male. Come dimostrano i Giallo Dozza, insieme al loro coach Massimiliano Zancuoghi, il modo di di realizzare questi progetti esiste. Si tratta solo di iniziare a farlo.

Modena leopardiana, tra il magnanimo vecchio e il giovane favoloso

Il desiderio di cambiamento, la politica, l’amore, il coraggio verso il nuovo e il mantenimento dello status quo, la voglia di indipendenza e la paura di un mondo che tenta di rimanere ancorato al passato. Oggi come 200 anni fa sono questi i sentimenti che continuano ad accompagnare la vita di tanti giovani. È questa tensione tra figli e padri che emerge dalla fitta corrispondenza intercorsa, nella prima metà dell’800, fra un gruppo di intellettuali modenesi, redattori del periodico “La Voce della Verità” (in cui si scrive e si discute di letteratura e di politica) e il padre di Giacomo Leopardi, Monaldo. Da qui parte il progetto “Il magnanimo vecchio e il giovane favoloso. Monaldo e Giacomo Leopardi a Modena” di cui il Centro culturale Francesco Luigi Ferrari è promotore assieme all’Associazione Terra e Identità e al Centro Nazionale di Studi Leopardiani: una mostra e un ciclo di incontri aperti al pubblico e agli studenti delle scuole superiori.

Il primo appuntamento è Venerdì 25 novembre 2016 alle ore 17 presso la sala del’Oratorio del Palazzo dei Musei di Modena con l’inaugurazione della mostra su Leopardi e il carteggio conservato a Modena. Siamo nel pieno di quel movimento culturale, politico e sociale che conosciamo come Risorgimento. La “Storia”, che emerge dalle lettere custodite nell’Archivio di Stato di Modena e quasi sconosciute ai modenesi, sembra essere di una attualità quasi “provocante”.

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Qual è dunque, e come si articola, il legame reale e storico tra la famiglia Leopardi e la città di Modena? Già ne aveva parlato Giuseppe Cavazzuti, studioso e storico modenese, che nel 1938 scrisse “Monaldo Leopardi e i redattori della la Voce della Verità”, il quale riprese una corrispondenza fitta e costante tra Monaldo Leopardi e Bartolomeo Veratti. Il primo fu il padre del poeta Giacomo, il secondo fu fondatore e redattore de “La Voce della Verità”, una rivista nata dopo i moti del 1831 a sostegno del Duca d’Este ed ispiratore dello stesso Monaldo, il quale anch’egli sostenitore dell’ordine costituito, fondò a Recanati “La Voce della Ragione”, con gli stessi obiettivi dell’amico modenese.

La corrispondenza tra questi due intellettuali è stata “rispolverata” ed organizzata da un discendente di Veratti e di Cavazzuti, l’avvocato Giovanni Gibellini, il quale possiede diversi carteggi originali, nonché diversi numeri della rivista filo-estense. Supportato da Gianni Braglia e dall’associazione Terra e Identità, l’avvocato Gibertini propone alla città di Modena di conoscere meglio il papà del grande poeta, rivalutandolo soprattutto nell’aspetto umano, di persona colta e brillante, legata al figlio e consapevole delle distanze che ci possono essere tra generazioni. “Può essere che io non abbia letto tutte le cose da lui stampate, e può essere che in esse vi siano delle espressioni che io non avrei approvate”, ma questo non tolse nulla nel profondo dolore che Monaldo patì per un figlio che aveva sempre amato e seguito nelle sue peregrinazioni geografiche e letterarie: “Per conoscere la profondità e l’acerbità di queste ferite non basta neppure il cuore di un padre, ma ci vuole il cuore di un padre il quale sia ugualmente ferito.”

Dalle lettere tra il 24enne Bartolomeo e il 56enne Monaldo nasce un’intesa intellettuale e relazionale che porta i due studiosi a parlare di tanti argomenti, facendo emergere le rispettive personalità, le idee, il carattere, i pensieri e i sentimenti, oltre che ad una forte stima reciproca. Inizialmente, fra l’altro, Monaldo non sospettava che il suo interlocutore fosse così giovane; venuto a saperlo gli dedica anche un lusinghiero complimento: “se in Modena i ragazzi scrivono così, convien dire che Modena sia la zona torrida dell’Italia, sotto cui gli ingegni maturano precocemente.”

La mostra ha due obiettivi principali. Portare alla conoscenza e alla curiosità dei modenesi l’attività culturale che ferveva in città, grazie al lavoro di un vero cittadino della Ghirlandina come l’avvocato Gibertini. E ha come obiettivo anche di rivalutare la figura di Monaldo Leopardi, un po’ troppo spesso descritta come grigia, severa e rigida, di idee ultra conservatrici e modi che avrebbero influenzato l’aspetto più ombroso del carattere del figlio Giacomo. In realtà l’esposizione curata da Gibertini e Braglia mette in evidenza molti filoni dai quali poi nascono spunti di riflessione divertenti e profondi.

Il più anziano Monaldo raccoglie le confidenza amorose di Bartolomeo, il quale chiede anche consigli riguardo l’opportunità di sposarsi. E il buon Leopardi senior offre una riflessione divertente e affatto banale: “Passando (…) al matrimonio, quanto al farlo o non farlo non ardisco di consigliarla, perché quantunque esso sia uno stato naturale può viversi molto bene anche fuori di quello; ma quanto al tempo, le dirò senza timore di errare che se ella vuol maritarsi lo faccia subito e quanto più subito tanto meglio. L’innesto deve farsi quando l’albero è giovane, altrimenti gli umori si associano difficilmente; e il matrimonio è tale e tanto strettissima religione che bisogna farne il noviziato quando le ossa sono ancora adatte a piegarsi. …..” E questa raccomandazione all’agire da giovani è rafforzata dalla perfetta conoscenza di sé e della propria età: “Se però dovessi oggi unirmi ad una donna che volesse vincerle tutte quante, e non lasciarmi fare a mio modo una volta sola, non passerebbe un mese che la avrei buttata dalla finestra.” Difficile pensare ad un uomo burbero ed ermetico, anche perché continua a rivelarsi un buon conoscitore del rapporto di coppia : “Orsù dunque cosa serve dimagrirsi e straziarsi con le stizze? Se la sua innamorata è una buona figliuola, vada subito a raccomandarsi e domandarle perdono; torto o ragione non importa, che alle spose bisogna lasciarne vincere qualcuna a conto di quelle tante che perdono le povere mogli.”

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La corrispondenza prende anche via confidenziali e di vicinanza, tanto che Veratti, recensendo Monaldo, lo definisce “magnanimo vecchio”. La differenza d’età, è pur vero, è più che doppia, ma il sig. Leopardi non gradisce molto e con stile cerca di riportare l’amico ad un miglior senso di realtà: “Signor no che io non posso perdonarle di avere 24 anni soli, mentre io ne ho 56, e vuol dire che peso per due Bartolomei e mezzo all’incirca. Ma ci vorrà pazienza e a poco a poco anderò prendendo quel tono di superiorità che si compete ad un magnanimo vecchio.

Insomma, lo scambio epistolare varia davvero tra tanti argomenti. I due parleranno di Manzoni e Pellico, dei contesti politici del tempo; Monaldo consola l’amico Veratti che si ritrova ad avere un fratello carbonaro, arrestato e poi rifugiato all’estero (forse con il silente assenso del Duca che non vuole infierire sulla famiglia), mostrando di comprendere le distanze che ci possono essere all’interno di una famiglia.
In questo contesto torna in evidenza il rapporto padre e figlio, tanto che i curatori di questa iniziativa culturale ottengono l’interesse di realtà della città che si legano alla mostra per dar vita ad eventi collaterali di grande rilevanza. Ne è un esempio il Convegno “Il disagio giovanile e il difficile rapporto genitori e figli” che avrà le conclusioni del vescovo di Modena don Erio Castellucci.

Non sembri, dunque, un allargamento immotivato, perché lo spunto di ampliare le riflessioni e gli argomenti viene proprio dallo studio delle lettere tra Veratti e Leopardi, i quali mostrano come gli intellettuali possano avere menti aperte al confronto, pur nella fiera appartenenza ad idee consolidate.
E che le idee siano espresse anche da Modena è la sottolineatura di Braglia: “Nella prima metà dell’800 Modena era un centro culturale di rilievo nazionale e anche internazionale – ci spiega il presidente di Terra e Identità – tanto che si riferivano a quanto succedeva tra le nostre mura molti intellettuali italiani”
Il lavoro preparato dagli organizzatori, che sono stati coadiuvati anche dal centro Ferrari di Modena e dal Centro Nazionale di Studi Leopardiani di Recanati, con il sostegno del Comune di Modena, sarà esposto a Palazzo dei Musei fino al 25 febbraio.

In copertina, Elio Germano interpreta Giacomo Leopardi nel film del 2014 diretto da Mario Martone “Il giovane favoloso“. 

Riordino delle istituzioni locali/2: le Terre di Castelli

«E dire che, tutt’ora, non sono convinto fino in fondo della fusione tra comuni!». Sorride, Marco Ranuzzini, mentre rivela un’opinione che a molti sembrerà quantomeno singolare, considerando il ruolo che ha ricoperto nell’ultimo anno: presidente della commissione consultiva paritetica per lo studio di fattibilità sul riordino istituzionale dell’Unione Terre di Castelli. «Detta così, sembra un incarico molto pomposo» ci dice Marco, «ma in realtà mi sono limitato a coordinare un gruppo di consiglieri dei vari comuni coinvolti nel progetto, che avevano l’incarico di affiancare la società responsabile dello studio nelle varie fasi di elaborazione e redazione dei documenti». 29 anni, capogruppo del centrosinistra in consiglio comunale a Castelnuovo Rangone, Marco ha seguito passo passo lo sviluppo dello studio, forte anche della sua competenza professionale (svolge ricerche sulle politiche pubbliche all’Università di Modena e Reggio Emilia), e nessuno meglio di lui può raccontarci come sono stati questi ultimi mesi di lavoro sul fronte del riordino istituzionale nelle Terre di Castelli.

Marco Ranuzzini
Marco Ranuzzini

«Come percorso ci distinguiamo un po’ da quanto accade nel resto della regione, perché abbiamo deciso di avviare questa commissione, parallelamente alle delibere dei consigli comunali che stabilivano di commissionare uno studio di fattibilità sulla fusione tra comuni e la riorganizzazione dell’attuale unione, chiedendo contestualmente i finanziamenti alla regione. Non è un passaggio obbligato, anzi. Ma credo che abbia rappresentato un valore aggiunto nel nostro percorso». La commissione è composta da due consiglieri per ogni comune partecipante (con l’esclusione di Savignano sul Panaro e Guiglia, che hanno deciso di non avviare lo studio), uno di maggioranza e uno di minoranza, in modo che fosse realmente paritetica e consultiva, e non si riproducessero al suo interno le dinamiche tipiche di organi come i consigli comunali. «I compiti della commissione sono stati sostanzialmente due» prosegue Marco, «elaborare un documento di mandato, da consegnare alla società incaricata, che esplicitasse i contenuti e le richieste elencate nel bandi di gara, e seguire successivamente i responsabili dello studio, proponendo se necessario integrazioni e approfondimenti alle varie analisi». Un’attività suddivisa quindi in due fasi ben distinte. «Secondo me la commissione ha lavorato molto bene nella prima fase, da settembre a novembre 2015, quando ha dovuto elaborare il documento di mandato da consegnare a Nomisma e al Consorzio Mipa, le società che avevano vinto, in un raggruppamento temporaneo di imprese, la gara per l’affidamento dello studio. Ci siamo trovati praticamente tutte le settimane, in cui tutti quanti, dal Movimento 5 stelle alla Lega Nord al Pd si sono seduti intorno a un tavolo, alla pari, e hanno cominciato a evidenziare delle questioni, osservazioni, punti di vista diversi da considerare eventualmente nello studio».

Leggi la prima parte del servizio sul riordino delle istituzioni locali.

Il risultato è un documento di sei pagine, che ha lo scopo di mettere in risalto spunti e richieste che si chiede allo studio di affrontare, partendo dalle domande elaborate dai consiglieri della commissione che hanno evidenziato elementi di forza e di debolezza della situazione del territorio. Gli spunti vanno dall’analisi dell’esistente, ovvero l’Unione Terre di Castelli e i singoli comuni che la compongono, con focus mirati sulla realtà territoriale, i servizi erogati, la situazione finanziaria, alla disamina dei vari scenari possibili, ovvero la fusione tra i comuni e il potenziamento della governance dell’attuale unione. «È stato un percorso molto bello, che ha prodotto secondo me un ottimo risultato», dice Marco, con un certo orgoglio. Quando si è trattato di seguire il lavoro di Nomisma, invece, il rendimento della commissione non è stato allo stesso livello. «Secondo me il lavoro della società non poteva essere affiancato molto di più di quanto si è fatto», confessa Marco. «Però la commissione poteva fare altro. Poteva per esempio iniziare a parlare dei temi di governance di Unione, o della riorganizzazione e potenziamento della sua struttura e dei suoi servizi. Il problema è che la commissione, per fare questo, avrebbe dovuto essere integrata con i componenti di Savignano e Guiglia, che non hanno partecipato allo studio». L’attività è proseguita, dunque, per certi versi “zoppa”.

«Dopo la consegna del documento di mandato c’è un stato un incontro pubblico con l’assessore regionale al riordino istituzionale, Emma Petitti, che è venuta a parlarci delle politiche regionali di aggregazione, e soprattutto del referendum consultivo in caso di progetto di fusione tra i comuni. Poi abbiamo avuto il grosso problema che il comune di Guiglia non ha fornito i dati richiesti. Avevamo infatti concordato che, sebbene fuori dallo studio, le due amministrazioni (Savignano e Guiglia, ndr) fornissero comunque i dati per poter elaborare ipotesi e scenari realistici, ma mentre con Savignano non ci sono stati problemi, la giunta di Guiglia ha cambiato idea. Questo ha comportato un rallentamento del lavoro di Nomisma e Mipa, che sono state in grado di fornire i primi risultati a giugno-luglio. Per cui c’è stato un buco di lavoro abbastanza ampio per la commissione, che è andato da marzo a luglio. Ci siamo poi ritrovati per esaminare i documenti preliminari ai primi di agosto, abbiamo formulato delle osservazioni e poi si è deciso di andare verso i consigli comunali, perché iniziassero a esprimersi». Passaggi nei consigli comunali che stanno avvenendo tutt’ora. «Ormai direi che quasi tutti i consigli hanno preso atto dello studio. La convenzione è stata prorogata fino a fine novembre, data entro cui dovrà essere consegnato l’elaborato definitivo. Dopodiché la commissione consultiva avrà esaurito il suo compito e la palla passerà in mano ai vari comuni». Un anno lungo, e di intenso lavoro, su cui non è agevole esprimere un giudizio complessivo. «È difficile da valutare, perché si è trattato di un percorso davvero a due facce: molto bene nella prima parte, quando abbiamo elaborato il documento di mandato; peggio nella seconda, quando si è trattato di affiancare Nomisma e Mipa. Faccio fatica a trovare un punto di sintesi per valutare l’attività della commissione. In ogni caso, credo che l’esperienza, come metodo, sia stata più che positiva e penso che ne dovrebbero tenere conto anche altri comuni che volessero procedere su un percorso simile al nostro. Avevamo però ulteriori margini di potenzialità che non siamo riusciti a esprimere pienamente».

Il lavoro si è quasi concluso: benché non ancora definitivo, il percorso di studio ha restituito una serie di documenti relativi all’analisi socio-economica del territorio, alla mappatura dei servizi e delle funzioni, allo stock di regolamenti e modalità organizzative, fino alla formulazione di alcune ipotesi e proposte di futuro assetto organizzativo (tutti disponibili sul sito dell’Unione Terre di Castelli, nella sezione “Studio di fattibilità fusione”). In sintesi, in base all’analisi del rendimento istituzionale e dei principali indicatori comparativi, vengono considerati tre possibili ipotesi: due fusioni, che coinvolgono tutti i comuni della pianura e tutti i comuni della montagna; oppure tre fusioni, due in pianura e una in montagna. Possibilità su cui dovranno ora esprimersi i comuni.

«Gli scenari possibili, secondo me, sono tre» ragiona Marco. «Le amministrazioni possono, sulla base dello studio, oppure a prescindere dalle indicazioni contenute in esso, decidere di fondersi “con geometrie variabili”; possono prendere il documento definitivo, metterlo in un cassetto, e riparlarne fra qualche anno, quando le condizioni politiche lo permetteranno; oppure, ed è secondo me l’opzione più saggia, iniziare a discutere tra di loro per capire quali sono le ipotesi migliori, le più convenienti e praticabili». L’asse, quindi, dal lato tecnico si sposta decisamente su quello politico. «Ma in realtà è sempre stata una questione prettamente politica. Considera che la legge non prevede nemmeno l’obbligo di stendere uno studio di fattibilità. È chiaro che adesso i decisori politici hanno in mano più elementi per poter compiere una scelta informata e ponderata. Vedremo in futuro che cosa sceglieranno».

Ciao, ti andrebbe di leggere il mio romanzo? Si intitola “Due voci un sogno”

Correva l’anno 1993 quando cinque ragazzine in un pomeriggio afoso di agosto si riunivano, approfittando dell’assenza dei genitori, per farsi scompigliare i capelli dal Live at Wembley dei Take That. Avevano tredici anni e il biondino Mark Owen, che ondeggiava ritmicamente sul palco, sapeva come farle restare in silenzio, senza incrociare gli sguardi, per non scoprirsi a ridere delle loro comuni emozioni. 40mila lire per una videocassetta: avercene di pomeriggi così.

"Due voci un sogno" di Elisa Calovi. Nel romanzo lei e la sua amica Erika si trasferiscono a Modena per incontrare i loro idoli.
Due voci un sogno” di Elisa Calovi. Nel romanzo lei e la sua amica Erika si trasferiscono a Modena per incontrare i loro idoli.

Oggi Benji e Fede, alias Benjamin Mascolo e Federico Rossi, i noti componenti del duo modenese idolatrato da migliaia di adolescenti italiane compaiono alle loro spalle e le baciano, sono i loro migliori amici o le tradiscono con l’amica che non avevano considerato; le invitano a dormire a casa loro e le consolano per la separazione dei genitori sfiorando loro dolcemente la vita taglia 38.

In che mondo ci troviamo? Ma nella fanfiction, la scrittura di romanzi e racconti ad opera delle fan, in cui i protagonisti sono i loro idoli. Quali sono le differenze col lontano ’93? Tante, tantissime ma una su tutte: la condivisione pubblica a tutte le latitudini con milioni di altre adolescenti di tutto il mondo, l’interazione virtuale e la solitudine reale della propria stanzetta e del proprio smartphone. Si chiama Wattpad il luogo d’incontro virtuale, in cui impazza la Fanfiction e la New Adult, dove le adolescenti di tutto il mondo si raccontano per iscritto, in larga parte, dai tasti del cellulare, tra euforia tecnologica e sconcerto grammaticale (ai nostri occhi).

Promette “Stories you’ll love” questa Reading App da 45 milioni di utenti, 80 milioni di storie e oltre 50 lingue, in maggioranza assoluta adolescenti di sesso femminile, con base in Canada. Si diventa scrittori del proprio romanzo pubblicato a puntate, e si diventa lettori, in barba agli sforzi scolastici di Renzo e Lucia. L’interazione tra autore e fruitore, azionata dagli appelli degli scrittori, che oscillano tra la captatio followers, le scuse per gli errori grammaticali addebitati al correttore automatico, e la richiesta di suggerimenti e di eventuali modifiche di personaggi ed eventi della storia, sfocia nella scrittura collettiva grazie alla possibilità di commentare rigo per rigo offerta ai lettori. Il successo è enorme e a beneficiarne è prima di tutto l’imperativo spesso intimato invano agli adolescenti:”dovete leggere!”. Laddove falliscono miseramente Manzoni, Pirandello e finanche Fabio Volo, vincono Fenji (fusione gossippara e allusiva a una presunta coppia segreta Fede-Benji) e vince Wattpad.

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“Chi odia Wattpad non capisce che c’è gente come me, che ha bisogno di uno spazio in cui raccontare la sua storia che magari, nella vita di tutti i giorni, nessuno si caga”, risponde un’autrice, in un blog, alle accuse di trash letterario rivolte alla comunità di scrittori. Essere “cagati” come unità di misura dell’esistenza: ecco le nuove adolescenti cresciute a social network, in un tripudio di jeans neri strappati, felpone grigie, Nike, poco trucco e piastre per capelli; cuffiette che passano Paramore, Selena Gomez e One Direction; genitori separati o assenti per lavoro, che non si accorgono se il figlio torna a dormire la notte; voglia di non fare niente e faccine whatsapp; soft-hot, sogno americano e friendzone level.

after_Non solo amori adolescenziali, tuttavia, ma bullismo, omosessualità, violenza e dipendenze attirano i giovani lettori. In “After” di Anna Todd, tra i primi successi mondiali da circa un miliardo di visualizzazioni su Wattpad, una saga di cinque romanzi tradotta in trenta lingue e con i diritti cinematografici già assicurati alla Paramount, gli ingredienti sono l’eterno ragazzo ribelle del college pieno di tatuaggi e piercing, stupro, violenza domestica e una dose di alcolismo, trattati con la profondità di un’autrice che dichiara di aver letto “Cinquanta sfumature di grigio” e poco altro. Eppure la Sperling&Kupfer, che lo ha pubblicato in Italia, lo ha visto piazzarsi al vertice delle classifiche (anche al di sopra di Camilleri) e non solo: ispirandosi al suo successo, ha ripubblicato una collana di classici come Anna Karenina, Cime Tempestose, Orgoglio e pregiudizio, con il suo marchio e il nome “I classici di After”.

dilemma“Mi sembrava uno schifo di storia all’inizio – scrive Cristina Chiperi, diciassettenne autrice dell’altro best seller del momento “My dilemma is you” su Wattpad – ho pensato che non sarebbe piaciuta a nessuno, ma poi ho cominciato a ricevere commenti e visualizzazioni e ho pensato chissenefrega, vado avanti. E se piace bene, se non piace non importa. Quindi ho continuato a scrivere perché c’erano ragazze che mi seguivano e apprezzavano la mia storia”. Ebbene, non solo le ragazze apprezzavano la trilogia ispirata alla canzone “My Dilemma” di Selena Gomez, ma dichiaravano in fiumi di commenti e tweet che sarebbero morte se Cristina, studentessa dalla sufficienza in italiano, non avesse continuato o che la loro vita non aveva più senso da che avevano finito. Anche in questo caso una fanfiction, ma stavolta il bellone ventenne di turno è uno youtuber americano, Cameron Dallas, che vanta la tanto agognata professione di “celebrità su internet”. Ora in libreria, la risposta italiana ad After è “Over. Un’overdose di te“, altro fenomeno da oltre due milioni di visualizzazioni su Wattpad della sedicenne Sabrynex, il cui protagonista ha le sembianze del cantante dei One Direction, e promette amore ugualmente tormentato al grido di “tutti abbiamo bisogno di qualcosa da cui dipendere, per cui impazzire”.

overAl di là delle trame trite e ritrite, che fanno rimpiangere i cento colpi di Melissa P., e della modalità di pubblicazione, che ricorda quella del feuilleton, il romanzo d’appendice ottocentesco pubblicato a puntate, che, tuttavia, vantava la presenza costante del filtro editoriale e del reale talento di autori immortali quali (per citarne alcuni) Alexander Dumas, Honorè de Balzac e il nostro Emilio Salgari, la vera innovazione di Wattpad sta nello stile di scrittura adattato al mezzo, ovvero allo smartphone. Ogni capitolo deve essere fruibile nel tempo che si dedica, contemporaneamente, al controllo della bacheca di Facebook, alla veloce risposta al messaggino Whatsapp negli attimi di distrazione dell’insegnante intento a scrivere alla lavagna, alla pubblicazione di una foto su Instagram, alla sigaretta alla fermata dell’autobus.

Il contenuto non deve richiedere più attenzione di quella residuale e intermittente del momento prima di addormentarsi: le storie sono quasi sempre in prima persona e al tempo presente; le frasi sono brevissime e brevi i capitoli; ad ogni nuovo capitolo deve esserci un colpo di scena in un ritmo frenetico di accumulazione d’azione senza approfondimento. Gli errori ortografici e sintattici sono parte del nuovo linguaggio da smartphone, tutto è fluido e veloce.

A farne le spese, per un pubblico adulto, è dunque la qualità, ma per i grandi editori si tratta, invece, di un vero affare. Sollevati dal talent scouting e dall’editing, che interviene solo nella fase finale di pubblicazione, gli editori si godono il mercato esteso e pronto all’acquisto che le opere scelte sono state capaci di crearsi autonomamente e, talvolta, il prolifico bacino di raccolta per le pubblicazioni a pagamento che, si sa, intercettano i sogni di giovani e meno giovani trasformandoli in business.

D’altra parte, come scriveva J. G. Ballard: “Qualunque idiota può scrivere un romanzo, ma ci vuole un vero talento per riuscire a venderlo.”

La seconda rivoluzione americana

Le recentissime elezioni presidenziali statunitensi presentano tratti “rivoluzionari”? Si tratta di un interrogativo che vale decisamente la pena porsi, al netto del fatto che Donald Trump ha preso oltre 1 milione voti popolari in meno di Hillary Clinton, beneficiato da un sistema elettorale con elementi piuttosto “barocchi” e farraginosi, un dato quindi che non dovrebbe essere trascurato nel dibattito pubblico. Ma quella del tycoon e imprenditore edile newyorkese rappresenta giustappunto la “rivoluzionaria” elezione alla presidenza degli Stati Uniti di un non politico di professione che aveva contro di sé l’establishment del Partito repubblicano, poi letteralmente sbaragliato.

Trump appare come il presidente dell’affermazione trionfale della disintermediazione, ottenuta all’insegna di uno stile comunicativo (e argomentativo) quintessenzialmente populistico, che non a caso scatena la golosità dei leader e partiti nostrani e internazionali che al vasto e frastagliato ombrello del populismo si richiamano. “The Donald” ha terremotato i partiti americani, “portando al potere” e dando voce (e un’ugola urlante e strepitante…) a una maggioranza silenziosa che lui stesso denomina, in maniera alquanto significativa, “movimento” – un’espressione che palesa tutta la sua dimensione antipartitica (e identifica una prototipica manifestazione dello spirito dei tempi). Trump costituisce, difatti, l’esito – fortissimo, ben al di là delle consapevolezze di numerosi gruppi dirigenti (politici, mediatici e culturali) progressisti – dell’introduzione di nuove fratture che stanno riscrivendo le caratteristiche e le fondamenta dei sistemi politici liberal-rappresentativi occidentali.

Al posto della divaricazione e contrapposizione sinistra-destra (secondo la derivazione fondativa post-Rivoluzione francese e post-Illuminismo), con Trump troviamo l’applicazione della disintermediazione alla politica e al campaigning elettorale (che in questo riprende e reinventa vari tratti del reaganismo, anche dal punto di vista delle piattaforme di politica economica). E ritroviamo quel nuovo (e decisivo) cleavage (sfaldamento) che il politologo svizzero Hanspeter Kriesi ha codificato in termini di “perdenti” contro “vincenti” dei processi di mondializzazione economico-finanziaria (winners and losers of globalization), come pure quello tra le forze di sistema e quelle anti-establishment (che infatti assumono la doppia cifra di singoli leaders e uomini politici-antipolitici e di “movimenti” che si identificano nel loro messaggio e nella loro proposta anziché nelle organizzazioni politiche e negli istituti della democrazia rappresentativa).

Nuove tendenze verosimilmente destinate a riscrivere nel profondo (e, in certi casi, in maniera inquietante) l’offerta politica di questi nostri anni, che si affiancano a dinamiche politiche ampiamente consolidate, e divenute via via strutturali a partire dall’inizio degli anni Settanta del Novecento: la personalizzazione (di cui il trumpismo è l’ultimo, esagitato, capitolo) e la mediatizzazione: ovviamente non quella veicolata da vari mezzi di comunicazione mainstream (e con marcate componenti liberal) della East e della West Coast, ma quella, comunque generalista, di Fox news e di vari circuiti radiofonici ampiamente ascoltati nella Deep America, insieme al web, perfetto terreno di coltura delle subculture del complottismo e del cospirazionismo che, in maniera complessiva, tanto hanno contribuito alla radicalizzazione dell’elettorato di destra (dagli evangelici ai “Tea party”) statunitense e alla disgregazione del paradigma del politicamente corretto. Quest’ultimo l’altra grande vittima della rivoluzione politica trumpista, le cui promesse acchiappavoti andranno attentamente osservate al vaglio della realtà e alla prova dei fatti.

Fonte immagine di copertina: Gage Skidmore (Licenza CC).