Palloni gonfiati sopra Modena

VOLIAMOfestival, sei giorni di mongolfiere, cavalli e divertimento, è il nuovo evento organizzato da Modena Fiere e Ferrara Fiere Congressi, in collaborazione con la Società Modenese per Esposizioni Fiere e Corse di Cavalli, è cominciato sabato e proseguirà dal 2 al 5 giugno, all’Ippodromo Ghirlandina. Siamo saliti su uno di questi meravigliosi “palloni gonfiati” per provare l’ebrezza di un volo antico, ma dal fascino irripetibile.

Per gli anziani una casa tutta nostra. Anzi, tutta loro

In via Matilde di Canossa 17, non lontano dal centro di Modena, si sta sperimentando una forma di welfare innovativo, un’esperienza praticamente inedita in Italia, anche se adottata con successo in molte realtà del Nord Europa. Si tratta di un modello di coabitazione per anziani non-autosufficienti e persone con problematiche legate a demenza o a deficit cognitivi gestito dalle famiglie con il supporto di volontari e istituzioni, che coniuga la centralità della domiciliarità con la cura e il bisogno di socialità dell’ospite e dei familiari.

La coabitazione prende concretamente forma nell’appartamento in zona Buon Pastore messo a disposizione dal Comune di Modena, che è divenuto la casa di Etta, Adriana, Fernando, Carmelo e delle assistenti familiari ad oggi coinvolti nel progetto coordinato da Associazione Servizi per il Volontariato di Modena con il sostegno dell’Assessorato al Welfare del Comune di Modena e della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, promosso da Ausl Modena, Forum Terzo Settore e da numerose associazioni di volontariato locali a partire da un’idea dell’associazione G.P. Vecchi. Sono coinvolti Auser, ANCeSCAO, Amazzonia Sviluppo, ALICe, Centro Sportivo Italiano, Anteas, Csi Volontariato.

Taglio del nastro per Ca' Nostra
Taglio del nastro per Ca’ Nostra

“Le famiglie coinvolte – afferma l’assessora al Welfare Giuliana Urbelli – dividono le spese e possono entrare e uscire dall’appartamento quando vogliono, nella certezza che i propri cari sono sempre assistiti in un ambiente familiare. Ca’ nostra è quindi un modo per condividere risorse, a partire dall’alloggio e dalla badante, ma soprattutto per condividere problemi e soluzioni, dando valore alle relazioni di comunità”.

Nel 2030 gli anziani costituiranno un quarto della popolazione europea, ma già oggi gli ultrasessantacinquenni sono oltre 27 milioni. In provincia di Modena la popolazione anziana, è attualmente circa il 21 per cento del totale ed è destinata ad aumentare considerevolmente: tra 40 anni arriverà al 30,5 per cento. Inoltre, si assiste anche a un incremento degli anziani con demenza: nella provincia il tasso di incidenza annuale è di circa 1,8 per cento di nuovi casi.

“Con Cà Nostra – precisa Urbelli – si sperimenta una terza “via” tra struttura e domicilio, tentando di coniugare l’accoglienza dell’ambiente familiare e la presa in carico integrata; una forma di cohousing che consente di condividere risorse logistiche e di cura a partire dalle assistenti familiari, che saranno due per quattro ospiti. Fondamentale – aggiunge l’assessora – è stato il ricorso all’istituto della comunità familiare che consente l’assunzione delle “badanti” in capo al “gruppo” di famiglie. Un modo per promuovere la domiciliarizzazione dell’assistenza socio-sanitaria e per sperimentare forme di welfare evolutivo che prevedono un ruolo attivo di familiari e volontari, come gli alloggi protetti, capaci di garantire servizi più flessibili, coordinamento delle prestazioni, risposte individualizzate ai bisogni e contenimento dei costi”.

In copertina: volontari, ospiti, famigliari e promotori di Ca’ nostra insieme all’assessora Urbelli.

Net Generation, i giovani e le ricorrenze storiche

La Resistenza? “Ma a me, che me ne frega a me? Tanto c’è il viagra”, dice Luca, 17 anni, pensando di fare il simpatico provocatore. Il primo maggio? “E’ da finocchi, conta solo la gnocca”, chiarisce Francesco, 16 anni, andandogli in scia. Il 2 giugno? “E’ il compleanno di mio fratello”, puntualizza Chiara, 17 anni. E poi, il cambiamento climatico? “E’ colpa del buco dello zoto”, sostiene Riccardo, 18 anni. Ma il terrorismo in Italia? “Facciamo così schifo che non ci cagano neanche i terroristi”, spara Filippo, 19 anni.

Queste sono solo alcune fucilate ai confini della realtà giovanile che abbiamo raccolto nei locali frequentati dai medesimi (di cui Note Modenesi si è già occupata), un bestiario perfetto per raccontare l’asimmetria fra ricordo del passato e tensione del presente. Oltre, c’è il buco nero che tutto annulla, le colonne d’Ercole della cultura passano da qui, da Modena.

Il 2 giugno chiude un periodo di importanti ricorrenze laiche per il nostro paese. Con il 25 aprile, il 2 giugno segna una data fondamentale della storia d’Italia con la scelta della Repubblica dopo l’incubo fascista e le connivenze della monarchia sabauda, una scelta sancita attraverso referendum. Note Modenesi ha deciso di soffrire, e di andate alla ricerca della verità, ancora una volta. La verità dei giovani. Una verità che indica che ogni generazione ha le sue idiosincrasie, i suoi interessi morbosi, le sue priorità sconosciute.

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Parla Mara D., giovane insegnante di liceo:” Se negli anni ’90, quando eravamo adolescenti noi, c’era il terrore dell’Aids, i giovani di oggi sono stimolati da fatti “forti” e documentabili, da atrocità di massa, dagli olocausti, dal terrorismo islamico”. Sono la generazione nata alla vigilia dell’11 settembre, una gioventù per cui al Qaeda e Isis sono tragiche normalità. “Sono avidi di curiosità e particolari, più che di cultura – dice Rosa, un’altra insegnante – assetati di gossip e di sangue”.

Mai come in questo tempo le differenze generazionali sono state così acute, con un mondo che cambia velocemente solo i giovanissimi riescono a stare veramente al passo, il mondo dei social è oggi un labirinto di chat aperte e intenzioni dichiarate. E’ un mondo virtuale e anti-storico che sembra costruito contro la memoria e gli anziani che non conoscono internet e che non possono stare al ritmo delle mille app create quotidianamente per nuove e oscure impellenze comunicative. Cosi è l’algoritmo che scandisce l’attimo. Non il futuro, né tanto meno il passato:”Noi non sappiamo niente di storia contemporanea, è vero, ma viviamo appieno il nostro tempo e la nostra società ipertecnologica”, si difende Camilla, 18enne. “La nostra cultura può apparire piatta – continua la giovane – ma è molto più diversificata rispetto al passato: le informazioni le reperiamo tramite internet, Youtube ci serve per prepararci agli esami con i documentari e i tutorial”. Un giorno non avremo più bisogno di insegnanti materiali.

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Chi scrive nel 2001 aveva 23 anni, prima degli aerei contro le torri gemelle c’è stato il crollo del muro di Berlino, l’alcolismo di Boris Eltsin, la disgregazione dell’Urss e degli stati multinazionali, Srebrenica, la fine della Storia, il vuoto di potere, di ideali, e Kurt Cobain ad aggravare il quadro. I giovani che abbiamo sentito sono nati fra il 1999 e il 2002, non hanno consapevolezza della crisi economica e sono obnubilati dalla potenza delle immagini: al ricordo del processo e dell’esecuzione di Ceaucescu live on tv nel natale del 1989 hanno sostituito l’immaginario jihadista di distruzione totale e nichilista di una Palmyra o di una Mossul. “Per me l’11 settembre è più importante del 25 aprile, del 1 maggio e del 2 giugno messi insieme perché queste date non ci spiegano l’attualità”, ammette Stefania, iscritta al primo anno di università.

Sulla politica i giovani non hanno nessuna opinione, il tempo della “partecipazione” è morto quando loro prendevano il latte dal seno delle loro madri. L’ultra destra sdoganata di Casa Pound attrae perché ribelle, Renzi è considerato positivamente perché giovane e perché “è simpatico”. Berlusconi, meno social, è visto con indulgenza, comunque senza ombra di scandalo:”Alla fine è un uomo vincente, come Fabrizio Corona”. Una confusione che lascia sorpresi e senza fiato.

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“Ai giovani non frega niente di qualsiasi cosa sia successo prima del 2000, il nuovo millennio ha tagliato la storia in due creando nuove incatalogabili sotto-fratture in cui si sovrappongono più immagini di sangue e di apocalisse che conoscenza della realtà storica”, riflette Rosa, insegnante trentacinquenne. I giovani di oggi speculano poi sul passato incantati dalle teorie del complotto e si dimostrano particolarmente insofferenti nei confronti degli stranieri visti come “polacchi” se bianchi e originari dell’est Europa, o “terroristi” se scuri e provenienti da sud. E tanti auguri all’antifascismo:”Mica ci sono i soldati che marciano al passo dell’oca sotto casa mia”, si ribella Paolo, 21 anni.

Se il 25 aprile ha comunque una risonanza locale molto forte a Modena, città medaglia d’oro della Resistenza, il 1 maggio è totalmente ignorato dai giovani, mentre il 2 giugno è proprio un mistero. Rosa sostiene che sia un problema di programma di studio. “Nelle materie umanistiche non si riesce mai a completarlo, i ragazzi arrivano all’università senza aver studiato la guerra fredda, rimanendo sospesi in un’attualità di frivolezze e violenza così diversa dall’immobilismo nucleare degli anni della nostra gioventù.”

Con la primavera, la città si anima spontaneamente, mentre le istituzioni rincorrono la realtà cercando di dare un senso pubblico a queste ricorrenze che tanto hanno segnato il nostro paese e, in parte, il mondo. Erano proprio i giovani e giovanissimi ad affollare le piazze durante le celebrazioni, sempre in bilico fra onore e noiosa retorica. Giovani che hanno la testa altrove, giovani che sognano, nonostante tutto, di emergere o morire, nel gossip o in una guerra.

Immagini tratte dal videogioco, “The tomorrow children”.

Qualità dell’aria: pessima pagella per Modena

Dal rapporto dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale (ARPA) sulla qualità dell’aria emiliano-romagnola per l’anno 2015 emergono pochi punti e abbastanza chiari. Polveri fini entro la norma anche se in aumento, biossido di azoto oltre la norma con una situazione critica per l’ozono e popolazione interamente esposta all’inquinamento dell’aria. Al di sotto dei limiti, invece, gli inquinanti primari: monossido di carbonio, benzene e biossido di zolfo. Secondo Arpa, il 2015 ha rivelato un generale aumento della concentrazione degli inquinanti. Causa? Le condizioni atmosferiche avverse dell’ultimo decennio. Ma, sul fronte del meteo, questo significa tutt’altro rispetto a quello che ci aspetteremmo. Il rapporto, infatti, recita così: “la persistenza dell’alta pressione, con stabilità e temperature molto al di sopra della media, assenza di precipitazioni, scarso rimescolamento atmosferico e ricambio di massa d’aria, ha incrementato considerevolmente il numero dei giorni meteorologicamente favorevoli all’accumulo di inquinanti: ben 123 su 365, record del decennio”. Il bel tempo, insomma,è un concetto relativo. Entriamo nel dettaglio.

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PM10 e PM2,5: Concentrazione media annua (microgrammi per metro cubo), mediana dei dati da stazioni di fondo urbano e suburbano per PM10 e PM2,5 negli anni 2005-2016

Primo capitolo del rapporto: polveri fini. Nello specifico, PM10 e PM2,5: si tratta di due sigle che identificano due tipologie diverse di particolato (particulate matter o materia particolata), ovvero l’insieme di sostanze sospese nell’aria che spaziano da fibre, a particelle carboniose a inquinanti sia liquidi che solidi. Con PM10 si identifica una polvere sottile inalabile formata da particelle inferiori al centesimo di millimetro, mentre le particelle di PM2,5 sono inferiori al quarto di centesimo di millimetro e sono considerate polveri toraciche grazie alla loro capacità di penetrare profondamente nei polmoni, soprattutto durante la respirazione dalla bocca. Stando ai dati emiliano-romagnoli, la polvere PM10 ha sempre presentato un tasso nettamente superiore a quello della polvere PM2,5. Il 2015, in questo senso, non si smentisce: ma Arpa lo definisce un anno “in controtendenza”. Rispetto alla media degli ultimi due anni, infatti, l’aumento di PM10 si presenta come una novità.

Tra il 2013 e il 2014, PM10 era passato dai 31 ai 24 microgrammi/metro cubo. Nel 2015, i dati parlano di 29 microgrammi per metro cubo. Si tratta comunque di un valore al di sotto della soglia limite, leggermente superata solo nel 2005 con 42 microgrammi al metro cubo. Anche PM2,5 è in leggero aumento ma sempre al di sotto della soglia limite, che stando ai dati 2005-2015 non è mai stata superata in Emilia Romagna. Stando al rapporto, quello della PM2,5 non è un problema specifico delle aree urbane, come ci si aspetterebbe dall’inquinamento, quanto una questione legata ad altri fattori di inquinamento tipici della Pianura Padana e non solo, quali i trasporto merci su gomma, le attività agricole e zootecniche, il trasporto di persone su strada, il riscaldamento domestico e le industrie. Un dato, insomma, al di sotto dei limiti di legge, ma che spinge a riconsiderare una serie di abitudini potenzialmente molto dannose. Infine, Arpa fa un distinguo tra i limiti annuali e quelli giornalieri della polvere sottile PM10.

In termini annuali, infatti, negli ultimi tre anni la percentuale di superamenti dei limiti di legge è risultata tra le più basse: 26%, poco più rispetto al 2014, l’anno migliore con il 23,5%. Per avere un termine di paragone, pensiamo al triennio 2010/2012 (superiore al 40%) oppure al 50% del 2006. Per quanto riguarda i limi giornalieri, invece, ben 23 su 43 stazioni urbane hanno raggiunto il numero massimo consentito di 35 superamenti annui. Stando ai dati, Modena ha accumulato il numero maggiore di stazioni, per un totale di cinque: Carpi (55 giorni), Mirandola (49), Modena-Giardini (55), Modena-Parco Ferrari (44) e Fiorano Modenese (45). Le altre province emiliano-romagnole variano infatti da una a quattro stazioni urbane oltre il limite giornaliero.

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Popolazione esposta alle polveri

Secondo capitolo: popolazione esposta alle polveri. La percentuale, in questo caso, viene stimata calcolando il numero dei residente nelle aree in cui la concentrazione degli inquinanti risulta superiore ai limiti di legge. Nel 2015, la popolazione esposta a più di 35 superamenti annui del limite giornaliero di PM10, pari a 50 microgrammi/metro cubo, è stata pari al 30% del totale. Anche in questo caso, i dati in lieve aumento rispetto al 2013 e al 2014 sono comunque molto più positivi rispetto al triennio 2010-2012, in cui la soglia aveva superato il 50% (56% nel 2010 e 2012, 53% nel 2011). Eppure, la strada per raggiungere l’obiettivo del Piano Aria Integrato Regionale è ancora lunga. Il Piano prevede infatti di ridurre a zero la popolazione esposta alle polveri inquinanti. Anche in questo caso, la lettura per provincia piazza Modena tra gli ultimi della classe: insieme a Ferrara, Piacenza e Parma, la città della Ghirladina presenta più del 50% della popolazione esposta all’inquinamento. Ma basta una birra su qualche collina del Parco Ferrari per vedere nettamente i confini dell’inquinamento: Modena, infatti, appare coperta da uno strato grigio. La prima della classe, invece, è Bologna: 1,5% di popolazione esposta.

Esposizione al PM10 della popolazione residente nel 2015 per provincia.
Esposizione al PM10 della popolazione residente nel 2015 per provincia.

Un altro dato riguarda il biossido di azoto (NO2). Le concentrazioni risultano molto basse nelle aree rurali e entro i limiti nelle stazioni di fondo urbane. A sforare i limiti normativi di concentrazione annua (40 microgrammi/metro cubo) sono solo 5 di 47 stazioni, tutte stazioni urbane di traffico a bordo strada: Piacenza, Modena, Fiorano, Bologna e Rimini. Nel quadro generale, Modena è ancora la peggiore, con due stazioni delle cinque oltre i limiti sull’intero territorio regionale. Inoltre, insieme a Piacenza, Modena ha superato quest’anno addirittura il limite orario nelle giornata dell’11 e 12 febbraio e del 27 novembre.

All’interno del rapporto, il dato più inquietante riguarda sicuramente l’ozono. L’obiettivo di rimanere al di sotto dei 25 superamenti del massimo giornaliero è ancora un miraggio. L’estate 2015, molto calda, ha presentato episodi acuti che hanno messo in pericolo anziani, bambini e soggetti sensibili. Le concentrazioni più alte hanno interessato la zona collinare parmense e il mese più critico è stato quello di luglio: con solo tre giorni di eccezione, dall’1 al 24 del mese la soglia giornaliera è stata quotidianamente superata. Inoltre, per la prima volta dal 2009, nel 2015 il 100% della popolazione è stata esposta a valori elevati di ozono. Le percentuali, con due eccezioni per il 2010 e il 2014, sono andate in crescendo: 77% nel 2009, 62% nel 2010, 92% nel 2011, 95% nel 2012, 94% nel 2013, 60% nel 2014.
Il limite è considerato infatti 25 giorni annuali di superamento giornaliero di 120 microgrammi/metro cubo di ozono per 8 ore consecutive. Se pensiamo alla percentuale del 2015, abbiamo oggettivamente di che preoccuparci. Stavolta, Modena rientra in un quadro generale abbastanza disastroso e senza eccezioni, in cui l’ozono risulta l’inquinante più diffuso sul territorio.

Il rapporto, che firma una pessima pagella per il territorio modenese, si conclude con un dato positivo sulla mancanza di criticità per quanto riguarda gli inquinanti primari, che in passato avevano costituito il principale problema di inquinamento delle aree urbane e industriali. In Emilia Romagna, per il 2015, sono risultate infatti ampiamente al di sotto dei limiti consentiti.

Fonte grafici: ARPA ER
Fonte immagine di copertina: TGcom

Un fiore sulla Preda Ringadora

Un appello che parte da Modena, da un gruppo di associazioni e prima ancora di cittadini italiani ed europei, indignati per la situazione in cui sono costrette migliaia di persone bloccate dai tanti confini d’Europa, uomini, donne, bambini, anziani che soffrono la fame, la sete, il freddo.

Per protestare contro questo stato di cose, Porta Aperta, Azione Cattolica di Modena, Unione Giuristi Cattolici di Modena, Agesci Zona di Modena, IntegriaMo, Arte Migrante di Modena, Centro Sportivo Italiano Modena, Csi Modena Volontariato, Avvocato di Strada Modena invitano la cittadinanza domenica 22 maggio 2016 ore 19 a portare un fiore in Piazza Grande a Modena, da depositare sulla Preda Ringadora e invitano tutti i cittadini italiani a fare lo stesso nella piazza della propria città.

L’iniziativa è volta a sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sul tema dell’accoglienza e integrazione dei migranti: sul sito unfiorecomeunuomo.it e su change.org alla voce “Un fiore come un uomo, un gesto per un migrante”  è possibile firmare una petizione e rimanere aggiornati sullo sviluppo dell’iniziativa.

Un fiore senza acqua, al sole, appassisce presto e subito muore. Ma anche un essere umano, senza acqua, senza cibo, esposto alle malattie, muore presto.
“Domenica 22, pubblica le tue foto con l’hashtag #unfiorecomeunuomo e condividile sull’omonima pagina Facebook dell’iniziativa.
Questo fiore vuole essere un invito rivolto a tutte le autorità e alle istituzioni, a svegliarsi e ad agire in ogni sede, in fretta e senza indugio, per salvare quante più vite umane possibile, per attuare progetti concreti di accoglienza e sostegno, per restituire dignità ad ogni migrante – affermano le realtà promotrici dell’iniziativa – E questo deve accadere subito, prima che il nostro fiore muoia.

In Europa, oggi, non si fa altro che erigere muri, recinzioni, distese di filo spinato, quando l’Unione Europea è nata proprio per abbattere i muri creati dalla storia.
Ci sentiamo traditi dall’inerzia delle nostre autorità politiche: i valori dell’accoglienza, della fraternità, dell’aiuto al più povero e bisognoso fanno parte della nostra cultura, sono scritti nel nostro DNA.
Gli stati dell’Unione, possono, se vogliono, in presenza di ragioni umanitarie (ed i conflitti in Siria o in Eritrea lo sono certamente), rilasciare un visto con validità territoriale limitata in deroga, per consentire il viaggio in maniera legale, cioè senza affidarsi ai trafficanti, senza essere chiusi in un campo senza alcun diritto e senza assistenza.

Queste possibilità noi italiani l’abbiamo recentemente usata attivando i voli umanitari predisposti dalla Comunità di Sant’Egidio e dall’Unione delle Chiese Evangeliche, in accordo con il Ministero degli Interni e degli Affari Esteri italiani, ma la gestione è rimasta “privata”, cioè affidata alla buona volontà della Comunità di Sant’Egidio e delle Chiese Evangeliche.
Sono invece azioni che devono essere estese il più possibile, sotto la regia del nostro Governo, come forma di tutela dei diritti fondamentali”.

La vita formidabile della modenese che cantava per lo scià di Persia: storia di una biografia incompiuta

Dalle stalle alle stelle, andata e ritorno. E’ una parabola esemplare quella di Carmen Bastiglia, grande interprete di Edith Piaf e sua contemporanea. Entrata nell’oblio artistico negli anni ’80 la Bastiglia continuò a calcare i palcoscenici nella sua Modena fino alla morte, sopraggiunta lo scorso 28 aprile in un incendio divampato nella sua abitazione, presso le case popolari in via Tignale del Garda. Era all’”usignolo” di Francia che si ispirava, ancora negli ultimi spettacoli, a 88 anni suonati, quando al teatro Storchi, con il basco in testa alla parigina e la giacca di lustrini, intonò i grandi classici “La vie en rose” e “Je ne regrette rien”, con la stessa struggente grazia di sempre.

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Fonte immagine: TRC

Cantante di cabaret e diva della music hall italiana, con l’emergere della figura della “soubrette” la Bastiglia diventa protagonista dei vaudeville, dei caffè concerto e dei primi varietà moderni. Fu donna di spettacolo a tutto tondo, capace di ballare, recitare, cantare e intrattenere il pubblico. Una carriera che l’ha portata da Ravarino fino a Teheran, favorita dello scià di Persia e ospite nella sua sfavillante corte. E dalla dolce vita e dalla mondanità romana di via Veneto fino in Argentina, osannata dagli emigrati italiani del nuovo mondo.

Ma chi era veramente questa donna di cui ci rimangono solo alcune foto sparse e annerite dall’incendio, e il cui viso, lungo e fine, nascondeva i segni di una bellezza autentica? “Era un’artista prima di tutto”, sostiene Anna Perna, sua amica personale e sua aspirante biografa. Anna Perna è una formatrice con all’attivo alcune pubblicazioni. Nel 2010 incontra la Bastiglia nel quadro di un progetto culturale e sociale chiamato “Vite di quartiere”. Un tentativo di scoprire frammenti di vita e microstorie della periferia modenese da cui nasce una raccolta di racconti edita da Artestampa. Uno di essi è dedicato a Carmen Bastiglia.

Anna Perna
Anna Perna

Le due donne legano, cominciano a frequentarsi e diventano anche amiche. La più giovane continua a prendere appunti, abbagliata dai racconti di quella donna anziana alta e elegante, con l’intento di redigere la “biografia perfetta”. “Sospesa fra mito e realtà, la storia di Carmen Bastiglia ha dell’incredibile: negli ultimi anni di vita portava sempre con sé un portadocumenti. Dentro di esso, custodiva le fotografie in bianco e nero dei momenti salienti della sua carriera: dalle amicizie con Monica Vitti a Gina Lollombrigida e Alain Delon, e poi Ugo Tognazzi, Federico Fellini, Cole Porter fino all’età del declino artistico. Ma rimangono alcuni punti poco chiari della sua lunga vita”, ricorda Anna Perna.

Uno di queste zone grigie risale all’epoca della seconda guerra mondiale. La Bastiglia è un’adolescente caparbia che alterna il lavoro stagionale nelle mondine del pavese a quello nelle stalle della provincia di Modena. Canta per diletto, deliziando le sue colleghe di fatica ma, ambiziosa, decide di diventare dattilografa per emanciparsi dalla provincia rurale. Prende così a fare ogni giorno la strada che separa Ravarino a Modena in bicicletta, in piena occupazione. “Vista con sospetto dai partigiani sfugge ad uno stupro punitivo, perché considerata una spia dei tedeschi, ma non alla consuetudine di marcare con la tosatura integrale dei capelli le donne sospettate di collaborazione con i nazifascisti. A loro volta, i tedeschi, la arrestano qualche mese dopo e la rinchiudono per una decina di giorni nel carcere di Sant’Eufemia. Condannata a morte per intelligenza con i ribelli è sospettata di essere una staffetta partigiana e solo alla fine viene graziata da un ignoto ufficiale tedesco”. Non è permesso di sapere altro, se non che “Carmen era molto giovane, bella e ingenua e senza idee politiche: ha sempre mantenuto una certa purezza e candore, una rettitudine e una dignità, retaggio delle sue radici semplici e umili unite a un’incrollabile fede nelle proprie qualità”, sostiene Anna Perna.

Edith Piaf
Edith Piaf

Figlia di padre ignoto e di madre contadina, la Bastiglia, classe 1927, comincia a prendere lezioni di canto a Modena. Da lì comincia la sua irresistibile scalata verso l’Olimpo dello star system italiano del boom economico. Non ci è dato sapere a che prezzo e se è scesa a compromessi per toccare la vetta. “E’ proprio quest’aspetto che trovo interessante, Carmen non ha mai voluto soffermarsi troppo sulle coincidenze materiali del suo successo né del suo declino”. La convinzione di essere stata eletta per un futuro brillante, di essere vegliata dai tempi della guerra da un angelo guardiano pervade la giovane che entra dalla porta principale nella scena della dolce vita romana degli anni ’50 e ’60. Con il successo nei cabaret e nei teatri giunge anche “l’amour fou” con un facoltoso e misterioso architetto romano di cui si innamora perdutamente. L’uomo è già sposato ma aiuta la giovane soubrette a prendere casa a Roma e ne diventa l’amante per un breve periodo. “Per amore non si legherà più a nessuno uomo in futuro e non avrà mai figli gettando le premesse di una solitudine vissuta con orgoglio”. Forse anche in questo dettaglio la Bastiglia ha voluto seguire l’esempio doloroso della sua icona: Edith Piaf e l’amore impossibile con il boxeur Marcel Cerdan.

arriverderci CarmenGli anni ruggenti della sua carriera continuano lungo la decade degli anni ’60 con la collaborazione con le gemelle Kessler e durante gli anni ’70 quando entra nelle grazie e nel mondo dorato di alcune importanti personalità del glamour dell’epoca fra le quali spicca senza dubbio lo scià Reza Pahlevi di Persia. E’ il suo apogeo artistico, il trionfo che la porta dopo sudati decenni di gavetta dalle stalle e dalle zanzare dell’umida campagna modenese alla reggia dello scià a Teheran dove rimane per lunghi periodi ospite del monarca di cui sarebbe stata una delle cantanti favorite. “Non ci è dato sapere se l’amicizia con lo scià si fermasse alla stima reciproca o se sottintendesse altro”, nota Anna Perna.

Dopo aver toccato l’apice del successo alla fine degli anni ’60 arriva l’epoca del declino. Durante gli anni ’80 la Bastiglia si ritrova sul lastrico. Dimenticata dal mondo dello spettacolo torna a Modena dove prende casa, nei palazzi popolari della periferia. “In quel periodo sarebbe caduta in disgrazia a causa della sua amicizia con persone infrequentabili dell’epoca, forse esponenti della malavita”. I veri motivi del declino sono ancora da scoprire, avvolti nel mistero di una donna forse già ostaggio del proprio personaggio, incapace di accettare lo scorrere del tempo, così strenuamente e malinconicamente legata al passato. “Mito e realtà si rincorrono nella storia di questa illustre provinciale finita nell’oblio artistico, semi-dimenticata, sola e morta in relativa povertà. Una vera artista, in fondo, che fino all’ultimo ha romanzato e interpretato la propria vita fuori e dentro al palcoscenico”, spiega Anna Perna.

Carmen Bastiglia
Carmen Bastiglia

I dettagli della ascesa e dalla caduta di Carmen Bastiglia forse non li sapremo mai, perché alla diva bastava aprire il suo portadocumenti e mostrare i suoi sorrisi in bianco e nero con i vip dell’epoca:“Portava con se tutte quelle foto per ricordarsi chi fosse, per paura di essere dimenticata, e per esibire le prove del suo splendido passato, per non essere presa per una millantatrice”, riflette Anna Perna
.
Nella sua ultima apparizione al teatro Storchi, nella commedia di Gigi Taddei “Tre uomini in burqa”, Carmen Bastiglia canta “Je ne regrette rien”, la canzone simbolo della ”sua” Edith Piaf con la quale l’usignolo di Francia chiuse la sua intensa e tragica vita e con la quale anche la Bastiglia prenderà commiato per sempre dal pubblico.

Fonte immagine di copertina: ModenaToday.

Dagli Usa a Modena per studiare le nostre scuole

Sono trentadue le studentesse americane ospiti in questi giorni a Modena per studiare il nostro sistema di istruzione, dalle scuole d’infanzia alle medie. L’iniziativa, ormai all’ottava edizione, prevede che le allieve della facoltà di Education dell’Università della Georgia in Usa siano ospitate per alcune settimane da famiglie modenesi mentre, anche in collaborazione con il Comune, vengono accolte in diverse scuole cittadine per osservare e interagire con insegnanti e studenti.

Un po’ di storia di questa iniziativa: L’Università americana della Georgia “UGA”, Facoltà di Scienze dell’Educazione, cercava un partner italiano per realizzare un programma di scambio culturale unico nel suo genere: desiderava che i suoi futuri insegnanti potessero calarsi nella realtà delle nostre scuole, vivendo in una cittadina italiana per alcune settimane.

Nel maggio 2009, la Professoressa Beth Tolley ed il Professor Edward Butchart hanno accompagnato a Modena un gruppo di quattordici studenti, accolti con entusiasmo da sedici famiglie modenesi – anche i professori sono stati ospitati da famiglie locali – e da alcune scuole della città: la scuola media Calvino e le scuole d’infanzia ed elementari dell’VIII Circolo Didattico: Leopardi, San Geminiano, Galilei, E. Po, Lippi Galilei e Lippi-Parmigianino. E’ iniziata così questa significativa esperienza di conoscenza e confronto reciproci.

Le future insegnanti statunitensi, accompagnate sempre dalla professoressa Tolley, sono state ricevute in Municipio lo scorso lunedì dal sindaco Gian Carlo Muzzarelli e dall’assessore alla Scuola Giampietro Cavazza che hanno rivolto loro l’auspicio che l’esperienza modenese possa rimanere nei loro cuori per ciò che impareranno a scuola e per la città che hanno l’opportunità di conoscere.

Al progetto “University of Georgia and Modena Schools”, promosso dall’associazione culturale Victoria Language and Culture di Modena, partecipano quest’anno le scuole d’infanzia comunali Villaggio Giardino; Cimabue ed Edison, la statale Lippi-Galilei, le primarie Galilei, Emilio Po, San Geminiano, Montecuccoli e Leopardi, le medie Calvino e Cavour. In città, il gruppo di americani visiterà anche il Liceo San Carlo, il Mo-mo e il nido Forghieri.

L’interazione tra gli studenti americani e gli studenti e i docenti italiani favorisce il confronto dei diversi percorsi culturali, oltre che lo scambio e la conoscenza. Le universitarie americane contraccambiano l’ospitalità preparando per le classi letture, giochi, canzoni ed attività in lingua inglese. Inoltre, a Modena, avranno modo di conoscere il territorio e ciò che offre, visitando la città, i principali musei e centri di servizio e di ritrovo.

La mafia si combatte anche attraverso la memoria

Sono stati l’Istituto Tecnico Industriale “Fermi” e le medie “Lanfranco” ad aderire al concorso lanciato nel dicembre scorso  dall’associazione Avviso Pubblico, “Il silenzio è dolo – Siamo l’Italia che sceglie il coraggio”, rivolto ai ragazzi e alle ragazze delle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado di tutta Italia con l’obiettivo di favorire la diffusione la cultura della legalità costituzionale e della cittadinanza responsabile.

Il concorso richiedeva agli studenti di esprimersi con diversi linguaggi (foto, video, disegni, poesie, ecc.) su temi quali il coraggio della parola, della comprensione, della denuncia, della partecipazione, della responsabilità rispetto a chi preferisce mantenere il silenzio, partendo da esempi ed esperienze virtuose incarnate da alcuni testimoni individuati dall’Associazione, sia in Italia che all’estero, capaci di suscitare in loro un coinvolgimento attivo ed uno stimolo concreto alla partecipazione civica, sia a scuola che nella comunità in cui vivono. Ad ogni scuola che partecipante al concorso veniva inoltre chiesto di intitolare un’aula o uno spazio qualsiasi, in una data compresa tra lunedì 2 e lunedì 23 maggio 2016 (anniversario della strage di Capaci), ad una vittima innocente delle mafie o del terrorismo, liberamente scelta.

Ecco perché l’aula magna della scuola media Lanfranco sarà intitolata alle tre vittime di mafia della strage di Pizzolungo dell’aprile del 1985 in cui persero la vita la giovane mamma Barbara Rizzo, allora trentenne, e i suoi due gemelli di 6 anni Giuseppe e Salvatore Asta. La cerimonia si svolgerà il 24 maggio alla presenza dell’assessore alla Promozione della cultura della legalità Andrea Bosi e di Margherita Asta, figlia e sorella di due delle vittime.

Al concorso ha partecipato anche l’istituto Fermi che sabato scorso, 14 maggio, ha intitolato l’aula di informatica alla memoria di un’altra vittima innocente di mafia, Giuseppe Tizian, padre del giornalista Giovanni. Alla cerimonia commemorativa intervengono il vicesindaco di Modena assessore alla Scuola Gianpietro Cavazza, Federico Lacche di Libera Radio Bologna e Maurizio Piccinini di Libera Modena.

Il Fermi, con le classi quinta D e quinta G, hanno partecipato al concorso con un lavoro dedicato a “Pio la Torre: Il silenzio è dolo, noi denunciamo le mafie”. Gli studenti delle Lanfranco (classi terza E e terza G), invece, oltre a scattare fotografie e a produrre un video, hanno anche dato colore e messo in versi il coraggio realizzando disegni e poesie sul tema “Il silenzio è dolo: noi denunciamo le dittature”.

Caserme vuote, strade piene

Semplici cittadini (ed erano tanti), ex occupanti, attivisti con la loro presenza interrogano la città su una questione complessa che necessita di risposte complesse anche se per Giorgio, 26 anni, “non c’è bisogno di politiche particolarmente innovative, basterebbe lasciare spazio a queste iniziative che nascono dal basso”.

L’esserci è stato un modo per grattare la crosta di superficialità che ovatta le dinamiche con cui in questi giorni è stata gestita la faccenda.

“Le persone erano tutte a posto, prima, e questo senza chiedere un soldo. Il comune sta spendendo un sacco di soldi per mettere la gente nella disperazione. Una donna con tre bambini non è nemmeno riuscita a portare via i suoi vestiti per avere un cambio e in questi giorni fa come può, cioè male” racconta un attivista.

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Rispetto e concertazione sono le due parole che mi pare possano dare un senso al percorso da intraprendere da qui in avanti. A suggerirle sono gli stessi cittadini in un clima pacifico e disteso, squarciato dall’asimmetria dell’altezza degli sguardi dei bambini sulle spalle dei genitori, che si incrociano con quelli delle Forze dell’Ordine muniti di scudi e manganelli.

Alcuni dei presenti ricordano gli sgomberi avvenuti negli anni Novanta in città, tra cui quello di via Toscanini, dove si trovò collocazione a una settantina di famiglie in maniera assolutamente tranquilla e pacifica, “mentre nella gestione odierna ci hanno messo un po’ una pezza”.

“Non siamo giuristi, siamo persone bisognose, che cercano di mangiare la cosa che costa di meno, di meno. Non siamo animali, non siamo spacciatori di droga. Prima di venire qui, anche noi abbiamo fatto l’università. Dov’è la dignità in questo Paese? I nostri figli di notte si svegliano terrorizzati dopo gli eventi dei giorni scorsi”.

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Risuona nelle orecchie, più che gli slogan concitati gridati al microfono, la voce di un bambino in braccio al padre gridare “vergogna”. A occhio mi pare abbia otto anni e di nuovo colpisce l’asimmetria di una società, la stessa che mercoledì riporta le cronache della quindicenne manifestante presa a manganellate in faccia, che accetta di indignare anche i più piccoli (che, loro sì, avrebbero di meglio da fare).

La voce cristallina di una giovane ex occupante di via Bonacorsa giura che “non ci fermeremo, tutti sappiamo che non lottando non otterremo niente e io dico solo che la partita non è ancora finita”.

“Non sono certo una rivoluzionaria, anzi… Ma abito in centro storico da una vita e penso che il Guernica facesse un ottimo servizio a favore dell’abitabilità e della vivibilità delle zone sgomberate, sia per le persone che avevano bisogno sia per i cittadini modenesi che quotidianamente vivono il nostro centro bellissimo. Ritengo che non è sgomberando queste situazioni che si risolvono le emergenze di questa società” dice Alice.
“Sono qua per curiosità anche se temo che la giornata di oggi risolva poco. Fare funzionare una città è problematico ma non siamo mica scemi: prima di arrivare a fare lo sgombero, perché l’amministrazione non ci ha pensato? Bisognava prevenire – sostiene Massimo – Se queste persone non hanno nulla, non hanno nulla, punto. Non è buttandole in mezzo alla strada che si risolve qualcosa. Vogliamo sapere questi occupanti dove vanno poi a finire. Se in Italia non fai un bel casino, non ottieni nulla. E oggi queste persone sono giustificate a fare sentire la loro voce”.

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“Il corteo è concesso – annuncia a un certo punto un attivista (il corteo aveva ottenuto il permesso di tenersi al mattino e non al pomeriggio come è avvenuto – Però ci è stato detto che non dobbiamo disturbare lo shopping”.

“Oggi dovevano stare a casa tutti” mi dice Mario. “Se c’è volontà politica si risolve tutto – aggiunge – È impossibile che non ci siano spazi per questi poveretti. Persone che arrivano qua con il barcone trovano subito collocazione, mentre persone che sono qui da una vita e si trovano a un certo punto in difficoltà devono andare ad occupare per trovare una soluzione abitativa. È assurdo”.

“Quando l’approccio ai problemi è disciplinare non si conclude niente –dice un altro cittadino – I problemi trattati in modo inefficiente restano tali. Bisognerebbe, a mio parere, che questa amministrazione non facesse delle varie “eccellenze” la sua sola missione politica”.

“Mercoledì mattina avrei dovuto sostenere un esame all’università, rimandato al pomeriggio a causa della situazione in Sant’Eufemia, dove appunto ha sede la mia facoltà – spiega Alessandro – Penso che lo sgombero sia stata una militarizzazione inaccettabile, il collettivo era riuscito a creare un clima di coesione prezioso. La trasversalità della piazza di oggi si commenta da sola e spero sia una prima risposta all’evoluzione di questa vicenda”.
A Marcello infastidisce chi “contrappone la legalità dello sgombero all’illegalità dell’occupazione. La legalità di cui hanno parlato le istituzioni è una legalità smunta, a scartamento ridotto: un tempo si sarebbe detto borghese. Esiste un diritto alla casa: attuarlo è una missione dello Stato e della politica, e la sua realizzazione dovrebbe eccitare i nostri amministratori ben più della Notte bianca”.

Il giorno degli sgomberi, una brutta pagina per Modena

Il giorno dopo l’operazione di ordine pubblico che ha visto sgomberare quattro edifici di cui due occupati da indigenti, una settantina di persone in tutto, la città appare divisa tra chi approva il ripristino della legalità e chi invece critica duramente “la mancata soluzione politica” e il conseguente massiccio impiego delle forze dell’ordine che ha bloccato per ore, dall’alba di mercoledì scorso, Sant’Eufemia, via Carteria e Via Bonacorsa. I successivi scontri di piazzale Redecocca tra esponenti dei centri sociali e forze dell’ordine, hanno visto il ferimento di una quindicenne, una frattura al cranio per una manganellata, e qualche contusione per un agente.

E’ successo tutto nella piovosa mattinata di mercoledì 11 maggio, quando reparti antisommossa hanno chiuso dall’alba l’accesso ad alcune strade del centro storico per procedere a quattro sgomberi di edifici occupati da una ventina di famiglie. Una settantina in tutto di persone coinvolte fra le quali decine di minorenni senza protezione sociale, espulsi dai palazzi di proprietà demaniale – va detto – fatiscenti e in disuso da oltre vent’anni e senza alcuna progettualità di recupero.

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Erano una ventina le famiglie che avevano trovato riparo nei due edifici, a pochi passi dalle sedi universitarie e dalla movida cittadina. Il primo in via Bonacorsa occupato nel maggio di un anno fa, il secondo in via Sant’Eufemia occupato appena qualche settimana fa. Occupazioni rivendicate dal collettivo politico Guernica che però sottolinea anche gli interventi sociali che hanno fatto da cornice all’occupazione stessa: l’organizzazione nel quartiere laboratori per l’infanzia, un doposcuola e una cucina popolare, un cineforum per fare cultura, il mercatino biologico. Esperienze che, confessa un membro della giunta comunale che intende rimanere anonimo, venivano guardate con curiosità e anche una certa ammirazione.

Perché, come ha sintetizzato su Facebook un vecchio esponente del PD modenese come Fausto Cigni, il tema generale, molto serio, resta quello della “rappresentanza del disagio”. Tema che, scrive sempre Cigni, “interroga tutta la società civile modenese: chi fa da contatto con i più deboli incanalando bisogni e proteste verso un possibile risultato positivo di cui possono beneficiare?”. Già, chi fa da “contatto”?

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Lo sgombero ha coinvolto quattro stabili. Oltre alle occupazioni a scopo abitativo le forze dell’ordine, con il placet dell’amministrazione comunale, della prefettura e della procura della repubblica di Modena, hanno sgomberato anche due spazi di aggregazione gestiti dal collettivo Guernica: la palestra con il murales di Zero Calcare all’ingresso e l’ex deposito carcerario dove trovava sede lo sportello La Rage, emanazione del Guernica, specificatamente pensato per rispondere alle emergenze abitative in città e provincia. L’ex deposito è anche sede del doposcuola popolare per i figli del quartiere multietnico, del cineforum, del mercatino biologico: tutti progetti che – secondo il Guernica – stavano creando un tessuto sociale attivo e dinamico intorno alla lotta per la casa.

In seguito alle polemiche suscitate dagli interventi, il Sindaco Gian Carlo Muzzarelli è intervenuto con due lunghi comunicati postati su Facebook. Nel primo, oltre a precisare che la decisione degli sgomberi è stata di pertinenza della Procura della repubblica, a ringraziare le forze dell’ordine, esprimere solidarietà al poliziotto rimasto contuso e gli auguri di pronta guarigione alla quindicenne ora in ospedale, ha subito precisato che l’Amministrazione “sta lavorando per la piena presa in carico delle persone sgomberate da parte dei servizi. Per tutti sono previste sistemazioni temporanee in questa fase per poi avviare, o proseguire, percorsi personalizzati, con una particolare attenzione per le famiglie con minori”. I dettagli sono stati descritti in un lungo comunicato a firma dell’assessora al Welfare Giuliana Urbelli: “Per tutti sono state individuate soluzioni transitorie immediatamente attivate per cui nessuno rischia di dormire in strada”.

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Oltre a fornire questo tipo di precisazioni, il Sindaco ha duramente attaccato in un secondo comunicato i collettivi politici: “Chi in queste ore sta cavalcando l’episodio per attribuire all’amministrazione comunale la responsabilità dei disordini o addirittura propositi autoritari e insensibilità sociale compie non solo un atto di deliberata disinformazione, ma rischia di assolvere i veri responsabili degli incidenti e di trasformarli immeritatamente in paladini dei diritti dei poveri o di alimentare pericolose illusioni presso aree di povertà e di esclusione sociale, delle quali la politica e le istituzioni devono certamente farsi carico con maggiore sollecitudine ed efficacia, ma che non possono trovare risposte dignitose e durature con le scorciatoie, la violenza e l’illegalità”. “I metodi pseudo rivoluzionari e la demagogia – ha rincarato Muzzarelli – servono solo agli agitatori e portano in un vicolo cieco le persone e i loro reali bisogni”. Accuse che i collettivi rispediscono al mittente.

“E’ totalmente ridicolo – ribatte Luca Negrogno del collettivo Guernica – che il Comune si attribuisca il merito di offrire soluzioni abitative per gli occupanti sgombrati ma in realtà il suo obiettivo è di distruggere la comunità solidale che stavamo costruendo. Il reddito indiretto che le famiglie sono riuscite a ricostruirsi se lo sono ricostruito, oltre che con l’occupazione, con l’autogestione, l’autofinanziamento, con il doposcuola popolare, con la cucina popolare con tutto quello che facevano con gli altri, con il comitato di solidarietà che accompagnavano i bambini a scuola, e con gli altri soggetti che aiutavano le famiglie a svolgere i compiti quotidiani. Ecco tutto questa rete è stata distrutta ed è ciò che bisognerebbe sottolineare oggi: non hanno trovato soluzioni hanno, al contrario, distrutto quanti di buono eravamo riusciti a costruire senza l’aiuto di nessuno e in piena autonomia”. Dunque, secondo Negrogno, giovane studioso di sociologia, dietro alla agli sgomberi e alla militarizzazione del centro storico, ci sarebbe quindi un disegno preciso messo in pratica scientemente dalle istituzioni per lacerare e colpire a morte un tessuto sociale “dissidente”.

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La giornata è subito cominciata male per le famiglie occupanti. Lo sgombero, benché non totalmente inaspettato, ha colto un po’ di sorpresa il collettivo Guernica e le famiglie poiché “già da alcune settimane erano state avviate trattative per normalizzare la situazione degli occupanti, dei colloqui erano ancora in corso”, riferisce Andrea Pederzini del Guernica. La proposta del collettivo e delle famiglie verteva sull’ottenimento di un affitto agevolato, in cambio gli occupanti si sarebbero presi carico della sistemazione dello stabile. “Una proposta di housing sociale che il Comune ha rifiutato”, sottolinea Andrea.

L’episodio si è guadagnato l’attenzione della stampa nazionale, su Rai News 24 hanno mandato in onda un servizio mentre tutti i giornali locali si sono occupati della vicenda. ”Per l’amministrazione comunale si è trattato semplicemente di una performance di scalmanati che vogliono manipolare i poveri per cercare lo scontro con la polizia”, spiega Luca.

Luca e Andrea erano presenti sin dalle prime fasi dello sgombero e testimoniano di un clima eccezionalmente teso in centro storico sin dall’alba. “Ci hanno chiamato gli occupanti alle prime luci del giorno, siamo arrivati immediatamente per fare cordone . Alle 06,40 la tensione era già alle stelle. C’erano circa 300 persone fra forze dell’ordine e pompieri e muratori (ndr: che hanno murato le finestre e le porte delle case occupate dopo lo sgombero). Luca è stato trascinato di forza fuori dal perimetro militarizzato, davanti a Sant’Eufemia, gli hanno sequestrato momentaneamente il cellulare per evitare che facesse foto e che chiamasse altre persone in solidarietà”, racconta Andrea.

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Dalle 6 del mattino è stata chiusa la via Emilia, deviato il corso degli autobus, imposta la chiusura dell’università, sollecitato la chiusura dei negozi ai commercianti, vietato a chiunque di passare dentro al perimetro che ricopre tutto il quartiere: “Si è trattato di un’operazione preparata e di grande portata ma allo stesso tempo era palese il nervosismo delle forze dell’ordine, la volontà di nascondere il loro operato, di sbrigare la faccenda prestamente, di non far vedere, cosa succedesse all’interno delle abitazioni sgombrate”, ricorda freddamente Luca. Anche se non si segnalano incidenti nella fase di sgombero, possiamo confermare che nemmeno ai giornalisti era possibile assistere alle operazioni. Una mancata trasparenza che non possiamo che condannare.

La tensione si è poi spostata a piazza Redecocca dove hanno sede alcuni uffici comunali e dove erano state portate con le camionette della polizia alcune famiglie sgombrate. Al tentativo di partecipare alle discussioni fra occupanti e amministrazione da parte di una piccola rappresentanza del collettivo è partita una carica “ingiustificata, perché non era in corso un momento di protesta ma cercavamo solo di partecipare pacificamente alle trattative”, afferma Luca. Trattative che alla fine si sono risolte con diverse soluzioni, tra le quali anche la risistemazione delle famiglie in alberghi della città per la durata di almeno due settimane.

Intanto, il Guernica ha intenzione di tornare in in prima linea sabato pomeriggio alle 16 in piazza Matteotti con le famiglie sgomberate, alla ricerca di una nuova modalità di comunicazione con la città e i media locali “troppo spesso allineati acriticamente alle posizioni delle autorità”, dice Andrea Pederzini.

L’auspicio è che ora la palla venga saldamente presa in mano dalla politica che prospetti soluzioni concrete e si assuma la “rappresentanza del disagio” al di là delle contrapposizioni di questi giorni caldi.