Viva il buglione: lingue che muoiono e parole che risorgono

Sul nostro pianeta ci sono lingue che tra qualche anno non parlerà più nessuno perché i pochi che le sanno parlare moriranno. Secondo alcuni dati, oggi esistono circa 7000 lingue. La maggior parte degli esseri umani parla le lingue dominanti, circa 80, tra le quali regnano incontrastate il cinese, l’inglese, l’hindi, lo spagnolo e l’arabo. Solo queste cinque lingue sono parlate dall’80% degli abitanti del pianeta Terra.

Le altre migliaia di lingue e dialetti (sulla distinzione fra le due cose c’è una lunga discussione in corso da sempre, che qua saltiamo a piè pari) sono le cosiddette lingue minori, cioè parlate da una minoranza di abitanti, il restante 20%. E di queste, una buona metà è a rischio di estinzione. Esistono 357 idiomi che oggi vengono parlati da meno di 50 persone, e ogni anno ne sparisce qualcuno. C’è anche chi parla fischiando, qui ad esempio si può sentire e leggere un’intera conversazione tra due contadini.

Un "dottore" Kallawaya
Un “dottore” Kallawaya

Ma perché è grave se una lingua muore? Intanto, con la scomparsa di una lingua se ne va spesso anche una cultura, una tradizione, e anche un patrimonio di competenze. E’ il caso, ad esempio, del Kallawaya, lingua iniziatica boliviana che custodisce il sapere tradizionale della popolazione Kallawaya: se sparisce la lingua, spariscono anche le loro conoscenze delle piante medicinali.

Altro aspetto di solito meno considerato, perché apparentemente poco rilevante sul lato pratico, è che la scomparsa di una lingua significa anche la scomparsa di concetti astratti molto specifici che nessuno sarà più in grado non solo di dire, ma anche di pensare. Idee che possono essere dette solo in una lingua e non in un’altra, o che difficilmente possono essere tradotte (un esempio noto è il termine tedesco “schadenfreude”, ovvero “provare piacere per la sfortuna degli altri”, presente in molte altre lingue come unica parola).

Inoltre, come scrivono sul National Geographic, “studiando le varie lingue aumentiamo anche la capacità di capire come  gli umani comunicano e acquisicono la conoscenza. Ogni volta che una lingua muore, si perde una parte del quadro di ciò che il nostro cervello è in grado di fare”.

Questo, che per molti non rappresenta nulla di grave ma anzi un banale effetto collaterale del progresso dell’umanità a una sorta di “selezione naturale” tra le lingue – infatti spesso quelle minori vengono inglobate da quelle dominanti – per molti altri invece è un fatto gravissimo e si fa di tutto per evitarlo. Perché si considera la varietà linguistica e la diversità culturale come una ricchezza fondamentale per il patrimonio dell’umanità, così come consideriamo – o almeno lo considera la maggior parte di noi – importante salvare dall’estinzione alcune specie animali per tutelare il patrimonio naturale del pianeta e la famosa “biodiversità”.

Il quagga, sottospecie estinta della zebra.
Il quagga, sottospecie estinta della zebra.

L’Italia in particolare è un paese di dialetti e lingue minori. I dialetti oggi si parlano meno rispetto al passato ed è sempre più frequente l’uso frammisto di italiano e dialetto, perfino in regioni dove la parlata locale è a tutti gli effetti una lingua, come la Sardegna (i sardi chiamano il sardo “sa limba”, cioè “la lingua” – ma anche su questo ci sono infinite discussioni e anche qua, oplà, saltiamo a piè pari). Ma i dialetti sono comunque tanti e all’interno di ogni regione se ne trovano decine di varianti diverse, che spesso cambiano completamente da paese a paese, praticate sia in contesti famigliari sia con estranei o sul lavoro. Pensiamo al Veneto, ad esempio, probabilmente la regione dove il dialetto è più diffuso e più che convivere parallelamente alla lingua italiana, la sostituisce.

Ma anche in Italia, paese così ricco di varietà linguistiche, ci sono le minoranze a rischio. Alcune famose come il friulano, il ladino, ma anche l’occitano, il provenzale, il patois, o varianti dell’albanese parlate in Calabria o del croato in Molise; o ancora il catalano in Sardegna (ad Alghero, dove il catalano è usato ufficialmente anche dal Comune per cartelli e strade), e perfino il greco nella cosiddetta Grecia Salentina, isola linguistica pugliese, oppure il cimbro, una lingua di ceppo germanico parlata nel Trentino e anche in Veneto.

Una bella famiglia ladina.
Una bella famiglia ladina.

Ma allo stesso tempo, anche all’interno dell’italiano, intesa come la lingua ufficiale della nazione Italia – basata sul fiorentino letterario del 1300, ricordiamo, nonché tra le prime 25 lingue del mondo per numero di madrelingua – esistono parole destinate a estinguersi. Per alcune è troppo tardi: si sono già estinte e quasi nessun italiano, sentendole, saprebbe non solo assegnare loro un significato, ma anche solo riconoscere che si tratti effettivamente della propria lingua e non di una lingua immaginaria.

Uzzolo, buglione, burbanza, traccheggio, zinzino, salapuzio: vi dicono qualcosa? Probabilmente no, eppure sentite che belle, sentite come suonano bene, come sembrano dire qualcosa, come sembrano vive nonostante siano a tutti gli effetti morte perché non più utilizzate – o quasi.

Zinzino ad esempio nel suo suono contiene già il suo significato: provate a pronunciarla e vedrete che vi verrà spontaneo il modo corretto di usarla e la parola riprenderà vita. Non vorreste giusto uno zinzino di qualcosa? Forse la minestra è perfetta così, ma non aggiungereste uno zinzino di sale? Giusto uno zinzino, oppure, addirittura, uno zinzinino?

Questa intuizione è alla base del progetto dell’Ufficio Resurrezione Parole Smarrite (URPS), che si presenta come “ente preposto al recupero di parole smarrite benché utilissime alla vita sulla terra”. La sua fondatrice, Sabrina d’Alessandro, se ne occupa dal 2009, recuperando parole italiane dimenticate, a volte talmente strane e talmente lontane dall’italiano di oggi – in continua evoluzione, come sappiamo – da suonare come parole di un’oscura minoranza linguistica straniera, di qualche etnia lontanissima da noi, una di quelle lingue parlate da poche persone viventi. Un italiano straniero, insomma.

uzzolo

In effetti basta poco perché la nostra stessa lingua ci appaia aliena. Ad esempio, qualche tempo fa parlavo con una cantante dell’est Europa, grande appassionata di opera fin da bambina. Nel suo paese d’origine, la Croazia, ascoltava le opere italiane di Verdi, Rossini, Puccini, imparandole a memoria ma ignorandone completamente il significato. Decise così di imparare quella lingua che l’affascinava tanto proprio partendo dai suoi libretti d’opera preferiti, cercando sul dizionario il significato dei vocaboli che cantava.

Quando poi si è trasferita in Italia, a Modena, pensava di poter parlare perfettamente l’italiano, dato che l’aveva imparato con tanta passione attraverso il canto lirico. Ma L’italiano che conosceva lei nel frattempo era morto: usava solo il passato remoto e termini ormai scomparsi, in pratica parlava come un librettista dell’800. Mi raccontò di quanto fu difficoltoso discutere e firmare il contratto d’affitto per l’appartamento utilizzando l’italiano imparato con le arie di Verdi e Puccini. Per il proprietario della casa quello era un italiano piuttosto bizzarro e lei, straniera doppiamente straniera, le appariva come un’aliena.

Alcune in effetti sembrano davvero parole aliene: risquitto, daddolosa, suzzacchera, papocchione, gorghiprofondo: sono tante le parole che l’Ufficio resurrezione recupera e diffonde, non solo per puro gusto conservativo, museale, archivistico (come il bellissimo sito ufficiale dell’Ente farebbe pensare), ma anzi, tutto al contrario, per riportarle in vita, farle risorgere facendole risuonare.

PastedGraphic-1

E qui sta l’originalità dell’intuizione di Sabrina d’Alessandro – autrice anche del volume “Il libro delle parole altrimenti smarrite” edito da Rizzoli -, e cioè sfruttare l’aspetto ludico di questi termini così buffi e desueti (ricordiamo che anche desueto è un termine desueto, anche se non ancora estinto) e la loro “capacità di far risuonare la realtà in modo diverso”.

Ogni anno nei dizionari italiani vengono aggiunte nuove parole che in realtà ci suonano fredde, quasi imposte. Parole che vengono usate più che altro dai giornalisti nei titoli di giornali, ma raramente dalla gente nelle conversazioni quotidiane. Neologismi e anglicismi che dovrebbe essere espressioni di una realtà che cambia, ma che nascono già vecchi e che di fatto pochi o nessuno usano realmente. Termini come “downloadare” invece del più utilizzato scaricare, “svapare”, che sarebbe l’atto di fumare la sigaretta elettronica, twittare, selfare (cioè fare un selfie), tutti termini inseriti negli ultimi anni nei dizionari. O perfino phablet. Giuro, è stata inserita la parola phablet nei dizionari, per ora solo tra i neologismi. Non è il nome di un profeta ebraico ma l’unione tra smartphone e tablet.

La Treccani cita come fonte un articolo di Repubblica del 2013, che diceva così:

“Il termine è nuovo, ma è meglio impararlo subito. Perché quella dei “phablet”, che potremmo tradurre con “tabletfonini”, rischia di essere una vera e propria invasione […] qui si parla di dispositivi che sono una via di mezzo fra smartphone e tablet”.

Ora siamo nel 2015, i giornalisti due anni fa ci consigliavano di imparare subito questo termine, e noi l’abbiamo imparato, ci siamo esercitati ogni giorno a ripeterlo; ma a oggi, siamo sinceri, l’invasione di questo termine sembra lontana.

Gli oggetti esistono e sono venduti, ma non sentiamo in continuazione qualcuno parlare di phablet o tabletfonini (e tantomeno delle varianti “phonablet” e “phonevlet”, in teoria esistenti). Tanto che Amazon, che diamo per scontato sappia bene quello che fa quando si parla di vendere, continua a usare il termine “smartphone” o “tablet” nelle sue inserzioni e molto raramente “phablet”.

Svapate pure, tranq.
Svapate pure, tranq.

Ma l’Italia sembra avere una vera passione per neologismi e anglicismi e ogni anno i giornali presentano entusiasticamente le nuove parole inserite nel dizionario. Parole che, in molti casi, non sentiremo e non leggeremo mai più, se non – di nuovo – sui giornali. E capita anche che si generi un ciclo paradossale in cui 1) il termine non viene ancora realmente usato, 2) i giornali ne parlano come di una nuova parola che tutti usano e 3) la gente finisce per iniziare a usarla davvero: praticamente una profezia che si autoavvera. Nel frattempo alcuni vecchi termini scompaiono e finiscono nel dimenticatoio, nel cimitero delle parole che non si usano più.

E allora? E’ davvero un peccato? Per noi sì. Non si tratta di un moto di fastidio per il “nuovo” o peggio per un’assurda fedeltà linguistica alla cara vecchia lingua di una volta, o ancora per un nazionalismo spinto che non accetta le parole straniere. Si tratta più semplicemente di considerare di fondamentale importanza la varietà linguistica come espressione della ricchezza culturale del pianeta. In Italia per ogni parola “nuova” (di solito inglese) che appare, molte altre “vecchie” muoiono in solitudine. E noi, che ci siamo dimenticati del buon vecchio buglione, ci ritroviamo a “whatsappare”, ignorando che molto probabilmente appariremo ridicoli tra un paio d’anni, esattamente come oggi ci fa ridere il gergo dei paninari degli anni ’80.

Ma l’Italia è soprattutto il paese dove le parole non si traducono ma si importano così come sono: più che inglobarle, ne veniamo inglobati.

Ad esempio tutti ricordano sempre che i francesi chiamano “ordinateur” il computer, ma in realtà anche gli spagnoli lo traducono in “ordenador” o “computador” e se si guarda la voce di Wikipedia sul computer si scopre che praticamente in tutto il mondo la parola viene tradotta e che l’Italia è tra i pochi paesi a chiamarlo esclusivamente computer, senza sinonimi e varianti. Idem per il mouse, tradotto in quasi tutte le lingue, mentre è inesistente un sinonimo italiano (a meno che non vogliate fare gli eroi e decidere di chiamarlo “topo”). Ma che dire, ormai è andata così, inutile lamentarsi.

tumblr_nh758i6s6a1u1x3ooo3_1280

La cosa che però ci intristisce è che mentre aggiungiamo al nostro vocabolario parole di altre lingue o neologismi che non useremo mai, si estinguono simpatici vocaboli come pampinoso, magnolino, schiribilloso, ruzzaiolo, struggimondo o guastapagnotte. Parole morte, eppure vive ed evocative, dunque degne di essere riportate in vita. Ed è appunto questo che fa Sabrina d’Alessandro con l’Ufficio Resurrezione Parole Smarrite.

Lo fa da anni in vari modi, sfruttando l’aspetto ludico e anche le potenzialità espressive e visionarie delle parole smarrite e la loro presa sul nostro immaginario. LogoUfficioResurrezioneNon siete d’accordo? Non pensate che schiribilloso sia un termine assolutamente schiribilloso? La D’Alessandro ne è convinta e per questo continua nella sua opera di risurrezione: l’ha fatto con i disegni, con il libro, con il sito dell’Ufficio Resurrezione Parole Smarrite (opera d’arte a sé), oppure “oggettificando” alcune parole perdute, cioè costruendo delle opere che le rappresentassero, come si può vedere nel Dipartimento Oggettificazioni.

Nuova tessera nel mosaico di questo vasto progetto è la performance “Parole Scilingue per Quadri Trappola” che si terrà sabato 21 novembre 2015 alla Galleria Civica di Modena nell’ambito della mostra “Daniel Spoerri Eat Art in transformation”. Le parole scelte provengono dalla cultura alimentare e, attraverso un rituale artistico, verranno riportate in vita, servite, illustrate e cantate dalla D’Alessandro, con l’aiuto del mimo Antonio Brugnano, la chitarrista Paola Brani e il soprano Alice Lombardi.

Purtroppo sono costretto a usare il banale e abusato termine “performance” perché non me ne viene in mente uno migliore in italiano. Chissà, forse c’è qualche parola scomparsa che andrebbe benissimo, o forse si potrebbe fischiare. Oppure potremmo complicare ulteriormente le cose utilizzando non la parola ma una delle definizioni di performance presa dal dizionario:

“Esibizione caratterizzata da particolari qualità spettacolari o drammatiche e soprattutto da una certa imprevedibilità che ne faccia in qualche modo un evento irripetibile”.

Ecco, sabato 21 novembre 2015 alla Galleria Civica di Modena ci sarà un’esibizione caratterizzata da particolari qualità spettacolari o drammatiche e soprattutto da una certa imprevedibilità che ne faccia in qualche modo un evento irripetibile. Vi invitiamo a partecipare.

  • “Parole Scilingue per Quadri Trappola ” di Ufficio Resurrezione Parole Smarrite.
  • Sabato 21 novembre 2015, doppia performance ore 18.00 e ore 19.00
  • Alla Galleria civica di Modena presso la sala grande di Palazzo Santa Margherita, Corso Canal Grande 103.

Vedi anche: Babbo Natale Girls: quando tradurre è dire qualcosa di completamente diverso

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *