Via Alassio, la “moschea” della discordia

Via Alassio, la “moschea” della discordia

In Italia persiste l’attitudine a considerare l’Islam e i suoi fedeli come una questione "eccezionale". Come qualcosa che non rientra nella casistica relativa al pluralismo religioso, che necessità quindi di un quadro interpretativo specifico, di azioni e reazioni mirate, comunque non utilizzate per altri gruppi e minoranze religiose. Tra le controversie che pregiudicano i rapporti fra musulmani e "società d’accoglienza", il caso delle "moschee" è uno dei più significativi. Il giorno in cui la fondazione di una di queste non solleverà più problemi, significherà che l’integrazione dell’Islam nello spazio pubblico italiano si è compiuta.

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Tra le controversie che pregiudicano i rapporti fra musulmani e “società d’accoglienza”, il caso delle moschee è uno dei più significativi e di quelli che si presentano con maggior continuità. Questo perché riguarda un conflitto che non solo è dibattuto nello spazio pubblico ma è un conflitto sullo spazio pubblico, intorno alla legittimità del suo uso. Il giorno in cui la fondazione di una moschea non solleverà più problemi, significherà che l’integrazione dell’Islam nello spazio pubblico italiano si è compiuta.

Dibattiti, prese di posizione e conflitti hanno accompagnato sempre più sovente, con il passare del tempo, la questione delle moschee. Da almeno due decenni esiste in Italia e in Europa un “eccezionalismo” relativo all’Islam, ovvero l’attitudine a considerare l’Islam e i musulmani tendenzialmente come caso eccezionale, non standard, non comparabile ad altri. Come qualcosa che non rientra nella casistica relativa al pluralismo religioso, che necessità quindi di un quadro interpretativo specifico, di organismi specifici, di azioni e reazioni mirate, comunque non utilizzate per altri gruppi e minoranze religiose.

Appena la settimana scorsa, in pieno Ramadan, un articolo della Gazzetta di Modena narrava di una forma embrionale di protesta, da parte dei cittadini di un quartiere, nei confronti di una “Mussala”, una sala di preghiera islamica. Siamo in via Alassio, nella prima periferia della città, in una zona semi-residenziale. Al piano terra di un edificio di 11 piani, accanto a un centro estetico, ad un parrucchiere e ad una pizzeria gestita da un gruppo di siciliani, c’è l’Associazione culturale islamica Takwah. Nata dall’impulso di alcuni commercianti del Bangladesh lo scorso aprile, la piccola mussala ha subito già due controlli di polizia e provocato inquietudine in alcuni residenti. La sinfonia è ben nota:”Ci sono troppi extracomunitari in questa parte della città, alla sera abbiamo paura ad uscire, fra spaccio e furti questa zona è diventata il Bronx (sic)”, si esaspera una signora di mezza età a cui fa eco un signore anziano a passeggio con il cane:”Non sappiamo cosa dicono, parlano nella loro lingua, chissà se progettano attentati o se coltivano il fondamentalismo, al posto di concedere moschee il Comune dovrebbe pensare prima agli italiani”.

Via Alassio
Via Alassio

Ci sono tutti gli ingredienti per un’ordinaria storia di intolleranza religiosa in pianura padana, di eccezionalismo islamico con tanto di ripiego identitario e di discorso vittimista in un paese come l’Italia, in cui la libertà religiosa è garantita costituzionalmente: noi autoctoni, vecchi residenti, veniamo estromessi dal nostro stesso quartiere. Un discorso il cui sottinteso è che i nuovi invasori sono “quegli altri”, gli stranieri, i musulmani.

La questione della lingua è un vecchio arnese della propaganda anti-islamica così in voga in questi ultimi decenni, in “Occidente”. Ci sono circa 770 centri in tutta Italia per una popolazione islamica nazionale di un milione e mezzo di residenti; in Emilia esistono 120 centri, di cui 4 nel territorio del Comune di Modena. In quasi tutti i centri del Paese i sermoni sono tradotti regolarmente in italiano mentre la lingua usata per le orazioni è l’arabo poiché il Corano è scritto in lingua araba ed è proprio quello che viene recitato collettivamente (Corano, Quran in arabo significa appunto “recitazione”). Per quanto riguarda il termine “moschea” ne esistono solo 4 in Italia in piena regola a livello architettonico, ovvero con cupola e minareto (a Milano, Roma, Ravenna e Torino). Tutti gli altri sono “centri culturali” per legge e statuto. Quello di via Alassio è un centro culturale ricavato da un ex esercizio commerciale. Spesso i centri islamici italiani, ex capannoni o depositi industriali, si trovano in periferia: senza cupole, né minareto, né mezzelune, il “mimetismo architettonico” si manifesta nel riadattare stabili preesistenti con poche modifiche interne e nessuna o quasi esterna.

Davanti al bar gestito da una coppia di cinesi il cui grado di integrazione si risolve nell’intelligenza numerica del conto e delle consumazioni, incontriamo un altro signore:”Io non sono contrario ai luoghi di culto, pregare è un diritto ma preferisco che lo facciano da qualche altra parte”. E’ la classica sindrome del cosiddetto “Nimby” (Not in my backyard: non nel mio cortile) ovvero l’accettazione teorica del principio ma non del luogo, che produce le attuali forme di riposizionamento ideologico e le “identità reattive” cioè identità che sono tali per reazione e in contrapposizione all’altro.

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Sardar Abdur Rahman

Nel mercato coperto di via Albinelli, nel centro di Modena, incontriamo il presidente della “moschea della discordia”, Sardar Abdur Rahman, proprietario di un banco di frutta e verdura. “Intanto la sede della nostra associazione ha tutte le carte in regola con tutti i permessi in ordine, paghiamo l’affitto regolarmente, poi non è una moschea ma una semplice sala ad uso culturale polivalente: vi preghiamo e vi organizziamo incontri formativi e lezioni di arabo e di religione”. L’argomento della “moschea abusiva” avanzata da alcuni residenti non convince neanche un po’ Sardar:”Nella nostra religione preghiamo cinque volte al giorno, è un precetto, un obbligo per tutti i musulmani: è normale quindi che all’interno della sede, nelle ore prestabilite, si eseguano le orazioni canoniche”, Giusto, questi sono luoghi di spiritualità in cui si prega e non si gioca a bowling: c’e’ solo gente che prega in silenzio e non fa nessun casino. E’ un falso problema quello dell’abusivismo religioso e poi mi chiedo – continua Sardar – se coloro che si lamentano preferiscono un immigrato alienato, sradicato e perso nelle città occidentali, abbondato ai vizi moderni, rispetto al fedele che chiede solo il permesso di pregare in congregazione, insieme ai suoi correligionari, come consigliano i nostri Testi”.

La piccola sala di preghiera di via Alassio può contenere al massimo una quarantina di fedeli. E’ legata culturalmente al maggior centro islamico della città, la Comunità Islamica di Modena e Provincia di via delle Suore ed è il quarto centro culturale di ispirazione musulmana della città per ordine cronologico di fondazione dopo il Centro di via delle Suore, il centro turco di via Munari, vicino alla stazione ferroviaria, e quello di via Portogallo.

Con una crescente presenza di oltre 9mila residenti di fede musulmana a Modena città, sempre più legati al territorio grazie anche alle numerose famiglie e alle nuove generazioni, l’Associazione culturale islamica Takwah (“Cuore” in arabo) è specializzata nell’educazione della gioventù e nel rispetto degli anziani, riflesso di una cultura religiosa, quella musulmana, fondata su valori patriarcali. “Il Centro è un posto aperto a tutti ma che vuole concentrarsi sull’educazione dei giovani musulmani, spesso in caotico bilico fra modernità occidentale e cultura originale d’appartenenza”.

La Takwah è sostanzialmente una “moschea” di quartiere o di prossimità. I suoi seguaci sono tutti lavoratori e residenti della zona per i quali viene più comodo pregare nella piccola “mussala” che non nella grande “moschea” di via delle Suore. E’ una sala sobriamente decorata, umile, frequentata da gente semplice e dignitosa. “Colui che va in moschea non va poi a rubare, andare in moschea presuppone aderire a un’etica, a una morale umanista – ci spiega in chiusura di incontro Sardar. “E’ molto meglio che i giovani vengano a pregare e a studiare alla Takwah, invece di andare a spasso, invece di bere, di fumare, di giocare d’azzardo, e di intossicarsi” .

Immagine di copertina, foto di Antonio Tomeo dal suo reportage sul Ramadan a Modena, “Notti di preghiera“.

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Gaetano Josè Gasparini è nato e cresciuto a Bruxelles da padre italiano e da madre peruviana. Consegue la laurea a Trieste, specializzandosi in studi islamici che approfondisce viaggiando a lungo in Medio Oriente. Parla e scrive fluentemente in cinque lingue. Viene dal mondo delle radio comunitarie e del giornalismo online. Dal 2015 gestisce il sito internet di informazione http://comislamicapc.it/ legato alla Comunità Islamica di Piacenza con cui ha realizzato tre documentari sull'Islam in Italia.

3 COMMENTI

  1. Sono l’amministratrice di via Alassio e tutto quello che ha scritto non è assolutamente corretto, il condominio ha solo chiesto al Comune di Modena di classare l’immobile come E/7 e di controllare le norme igenico sanitarie e di sicurezza all’interno dell’immobile come avviene in ogni attività.
    Secondo Lei in nemmeno 30mq compreso il wc (senza bagno per disabili) ci possono stare 40 persone?
    I Cinesi ci sono perchè fanno un attività commerciale (accatastamento C/1) se il sig. Sardar vendesse i suoi prodotti in quel negozio nessuno avrebbe detto nulla. Vorremmo che il Comune di Modena trattasse tutti con lo stesso peso e la stessa misura, ad oggi Lei non è nemmeno al corrente della risposta dello stesso!

  2. L’Istituto Dante Alighieri è la istituzione finanziata dallo stato italiano per diffondere nel mondo la conoscenza della lingua italiana, delle sue tradizioni e della sua cultura.
    Tutto regolare, tutto alla luce del sole, non ci sono secondi fini se non quelli di aiutare i cittadini italiani all’estero, sviluppare gli interscambi commerciali e culturali fra l’ITALIA ed i paesi esteri che ne riconoscono il diritto di sovranità.
    La Chiesa Cattolica, per diffondere la propria fede nei paesi che ammettono il diritto ai propri cittadini di professare la religione che più desiderano, istituisce a proprie spese la costruzione di luoghi di culto cattolici, le chiese, luoghi di assistenza medica, ospedali, luoghi di insegnamento delle materie classiche e scientifiche, scuole. Tutte aperte a tutti, secondo le regole dei paesi ospitanti.

    Le comunità islamiche in Italia ed a Modena non hanno riferimento istituzionale legato ad alcun paese ed agiscono in piena autonomia e discrezionalità, ufficialmente, avendo come unico riferimento religioso il libro detto corano, ossia recitazione.

    L’amico belga Gasparini, nato e cresciuto fuori dal nostro territorio, esprime il suo legittimo parere in merito alla presenza di moschee islamiche nella città di Modena, evidentemente con lo scopo di favorirne la diffusione e lo sviluppo.
    La storia millenaria di Modena ci testimonia di presenza pressochè costante di comunità ebree nel nostro territorio, ma non di comunità islamiche.
    Affermo quindi che la cultura e la educazione religiosa si è sviluppata nei secoli al di fuori dell’islam.
    E’ perlomeno singolare la pretesa di una parte della comunità laica modenese, nei confronti di quella tradizione cattolica, di imporre l’accettazione sic e simpliciter di una comunità estranea alla nostra, senza nemmeno interpellarla e senza porre limite ai numeri.
    Il minimo che vi possiate aspettare dai cittadini di Modena è prima la emarginazione, poi verrà il peggio.

  3. Lo stato italiano non ha mai voluto sottoscriviere nessun patto di cittadinanza e di riconoscimento delle comunità islamiche nonostante le periodiche richieste dell’associazione nazionale islamica piu’ importante(UCOII). La classificazioni degli stabili sono senz’altro importante, non lo nego, ed compito delle istituzioni. per quanto esprimere il caro fratello e amico Barbieri Giuseppe (“Presente!”) lascerei da parte le minacce e un futuro crepuscolare. E si, ringrazio di essere nato e cresciuto a Bruxelles e non in qualche buco in pianura padana. La globalizzazione ha avuto benefici a Modena, per fortuna.
    Al di la di tutto, si tratta di gente che prega, capite? prega. Se nel merito volete dibattere ecco la mia mail: gaetanoj@gmail.com

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