Un pastore che sapeva scaldare i cuori

«Le persone burbere e arcigne ritengono che per essere seri occorra dipingere il volto di malinconia, di severità e trattare gli altri – soprattutto quelli ritenuti inferiori – con rigidità, durezza e arroganza. In realtà, la severità teatrale e il pessimismo sterile sono spesso sintomi di paura e di insicurezza di sé. L’apostolo deve sforzarsi di essere una persona cortese, serena, entusiasta e allegra che trasmette gioia ovunque si trova. Un cuore pieno di Dio è un cuore felice che irradia e contagia con la gioia tutti coloro che sono intorno a sé: lo si vede subito!». Non posso sapere a chi si riferisse papa Francesco quando, il 22 dicembre scorso durante gli auguri alla curia romana, inseriva nel catalogo dei 15 mali della Chiesa (tutta quanta l'”azienda-Chiesa”, dal primo cardinale a quello battezzato due giorni fa) la “malattia della faccia funerea”. Ho ben chiaro, però, di cosa si può sentire orfana la Chiesa modenese e tutta la città di Modena: di un pastore entusiasta e allegro, che sapeva contagiare con la sua gioia chi gli stava intorno.

Il vescovo Lanfranchi quasi ci stava stretto dentro quella talare nera che ha cominciato ad indossare nel 2003 dopo essere stato ordinato vescovo a Cesena. Ma per chi l’ha conosciuto da “don Antonio” – come il sottoscritto negli anni ’80, ai campi estivi di formazione delle équipe giovani di Azione Cattolica – sa che quell’aria del pastore che conosce le sue pecore tanto da avere il loro odore non l’ha mai persa. E’ una cosa che ti ritrovi dentro da sempre, perché la respiri in casa, in famiglia. Come ci ha raccontato qualche anno fa parlando dei suoi genitori, nell’intervista davvero preziosa realizzata assieme a p. Prezzi e pubblicata su un Quaderno del Ferrari: i miei genitori – disse – «legati ai ritmi della terra ne aspiravano la sapienza: mai esaltarsi quando le cose vanno bene e mai abbattersi quando vanno male. La vita semplicemente si attraversa con dignità e con la pace interiore che viene dalla convinzione di aver fatto quanto si doveva fare davanti alla propria coscienza credente e confidando in Dio».

Nelle ore dopo la sua morte, tanti lo stanno ricordando, tante belle testimonianze di persone a cui don Antonio “ha scaldato il cuore” con i messaggi, le lettere, gli incontri di questi anni a Modena. Non è mai un esercizio facile quello di sintetizzare (banalizzare? ingigantire?) in poche righe il “segno” che una persona, appena scomparsa, ha lasciato sulla strada da vivo. A titolo personale potrei concentrarmi sulla sua attenzione al mondo della comunicazione, sulla sua premura affinché il messaggio arrivasse sempre “pulito e chiaro” al destinatario (per un articolo con taglio “economico” mi ha chiesto di vedere, rivedere, sistemare e correggere la sua intervista quattro volte!). Ma ogni modenese ha potuto apprezzare direttamente il suo “stile” e il suo bisogno di “trasmettere” in ogni modo il Vangelo attraverso la felice tradizione delle “Lettere alla città” che come i suoi predecessori ha voluto mantenere.

Ripropongo quindi soltanto due punti (tra i tanti) che possono sintetizzare la feconda presenza di mons. Lanfranchi nella nostra città. Sono riflessioni raccolte nell’intervista di cui sopra, che uno può rileggere completa in questo Quaderno del Ferrari.

Ci ha chiesto di essere poveri.
Don Antonio è arrivato a Modena nel pieno della crisi economica: ha visto quanto una città ricca come la nostra ha cominciato a perdere pezzi; ha constatato quanto può essere lungo ripartire più sfibrati e più deboli. «Le risorse diminuiscono, non possiamo vivere come prima. È duro ammetterlo: andiamo verso una società più povera. Ma se essere più poveri vuol dire essere ancora più individualisti, siamo davvero sventurati. Per sé la povertà non significa una società peggiore, se si recupera in solidarietà e sussidiarietà quello che si perde nel conto in banca. Tutti più poveri, ma più solidali». Il vescovo ha quindi indicato un’altra direzione, quella di «attivare il desiderio, di far ripartire la passione, di non trasformare la crisi economica in crisi antropologica. Perdere il lavoro è un dramma, ma è assai peggio perdere la voglia di cercarlo. La terza direzione attiene agli interventi specifici».

Ci ha insegnato la pazienza e la passione.
Le virtù di un vescovo, secondo don Antonio, sono quelle che anni fa a mo’ di battuta aveva elencato il card. Siri: «le virtù necessarie sono quattro, cioè la pazienza, la pazienza, la pazienza e la pazienza». Ma per Lanfranchi se ne doveva aggiungere una quinta: «la pazienza con coloro che invitano il vescovo ad avere pazienza». Per lui “essere pastore” non era un mestiere relegato nel recinto ecclesiale, come ha dimostrato una volta per tutte in occasione dei tragici eventi legati al terremoto e all’alluvione in particolare nella Bassa Modenese. Il compito del vescovo «è riattivare il desiderio e la passione per Dio e costruire comunione. Come diceva Antoine De Saint-Exupery: “Se vuoi costruire una nave per attraversare il mare per un lungo viaggio non metterti a distribuire incarichi, a dare ordini, ma suscita prima la nostalgia per il mare sconfinato e vedrai che poi spontaneamente la gente porterà legna e svolgerà compiti”. Oggi viene meno il “desiderio”, la passione, si diffonde l’indifferenza e l’individualismo. Fra le virtù per riuscire ad essere costruttore di comunione e suscitare passione e desiderio metterei l’empatia e il distacco. L’empatia ti porta ad essere vicino a comprendere col cuore e non solo con la testa la vita degli altri, anche quando hanno idee diverse dalla tue. Il distacco ti permette di essere di fronte come guida per aiutare ciascuno a fare un passo in avanti. Dovrei parlare anche della condivisione della fede, ma mi limito a indicare un passaggio non sempre facile: la capacità di essere e stare da soli. In certi passaggi e in certi momenti bisogna saper abitare la solitudine. Certo, davanti a Dio. Anzi in Lui».

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