Un papa inglese per il Pd modenese

Il 2014 per lui è stato un campionato di quelli da ricordare. Un anno che il giovane Andrea Bortolamasi sintetizza non a caso con una metafora calcistica: “come passare da panchinaro in B nel Modena a titolare nel Manchester United”. Una cavalcata davvero a tutto campo: da signor Nessuno a coordinatore del Pd cittadino, vicecapogruppo in consiglio comunale dopo esser stato eletto con un bel pacchetto di preferenze, responsabile della segreteria del neopresidente della Regione Bonaccini, infine accreditato tra i papabili a prendere le redini del Pd locale in caduta libera, e salvare così se non la patria, almeno la prossima partita. Visto come sono andate le ultime.

Dal Braglia all’Old Trafford

Niente male passare dal Braglia all’Old Trafford, leggendario stadio dello United, per uno che fino a ieri giocava in un campetto di periferia come segretario di circolo. Metafore calcistiche che nel suo caso non sono un comodo espediente giornalistico. In primo luogo perché Bortolamasi è davvero tifoso sfegatato del Modena calcio e di calcio in generale, con una predilezione per quello inglese, ma soprattutto perché – come vedremo in seguito – la sua passione per lo sport più popolare al mondo ha contribuito a farlo diventare quel che è oggi: l’astro nascente del Pd locale.

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Al centro dell’immagine, Andrea Bortolamasi

Modenese doc, laureato in Scienze economiche e sociali, renziano della prima ora – con distinguo (“mi pare umiliante associarmi al cognome di un altro, chiunque sia, mi chiamo Bortolamasi, al massimo posso aggiungere il cognome di mia madre, Manni”) – ma non renzista, come la pletora di fan sfegatati del nuovo Líder máximo, Bortolamasi è uno dei pochi nativi dem che giura di avere poco a che fare con l’esercito di ex DS e ex Margherita perennemente l’uno contro l’altro armati. “Vengo da una famiglia di centrosinistra – racconta – ma nessuno che abbia mai fatto politica attiva. Io mi ci sono avvicinato per pura passione prima al liceo, poi all’Università e mi son fatto tutta la trafila del militante: attività di base nei circoli, volontariato alle feste, quei passaggi lì. La prima tessera è del 2008”.

La svolta per lui arriva nel dicembre 2013, con la conquista del partito di Matteo Renzi. Un terremoto per l’ingessato Pd modenese, rimasto bersaniano nel midollo. Anche se al secondo tentativo, quello vincente, la parola rottamazione è cancellata dal vocabolario renziano, il futurismo veloce e giovanilista del neo segretario nazionale entra immediatamente in circolo e Andrea Sirotti, fresco di una stentata riconferma come segretario cittadino, costruisce intorno a sé una squadra di giovani, con Bortolamasi come coordinatore. Nomina rispetto alla quale un qualche peso avrà sicuramente avuto anche il segretario regionale Bonaccini, che con Bortolamasi si scopre in particolare sintonia.

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Grazie al calcio, in primo luogo, di cui anche l’attuale presidente della Regione è appassionatissimo. Al punto da essere una specie di database vivente degli album dei calciatori della Panini. Basta inserire nella sua memoria personale il nome di un calciatore ed è in grado di snocciolarti al volo carriera, ruolo, goal, tutto. Una “malattia” che condivide con Bortolamasi che, a sua volta, si dice dotato di una “memoria autistica” per tutto quanto riguarda lo sport, passione adolescenziale mai rinnegata. Può sembrare poca cosa, ma nelle rare volte in cui non è presente un interesse tattico finalizzato al posizionamento personale, simpatia e sintonia in politica nascono nello stesso modo di qualsiasi altra relazione umana: da piccole o grandi cose che si hanno in comune.

L’annus horribilis del Pd

Peccato però che il 2014, l’anno della svolta per Bortolamasi, coincida con l’annus horribilis del Pd modenese i cui dirigenti sembrano incapaci di far altro che assistere impotenti a una débâcle dietro l’altra. A partire dalla sceneggiata delle primarie tra Muzzarelli, Maletti e Silingardi per la candidatura a sindaco – show che ha dato il suo bel contributo a portare per la prima volta nella storia della città il centrosinistra al ballottaggio – per finire con la vittoria spuntata dello stesso Bonaccini alle regionali, segnata da un astensionismo record in città, in provincia e in tutta la regione. Un terremoto. Che da dentro il partito viene etichettato alla voce “trasformazione in corso”. Ma che a guardarla di fuori, pare più una crisi. Nera.

“Una bella frattura – ammette Bortolamasi – che bisogna provare a ricucire definitivamente o non ce ne sarà più per nessuno. Perché, parafrasando una famosa massima sugli italiani di Winston Churchill: ‘Il Pd va alle primarie come se fossero elezioni, e alle elezioni come fossero primarie’. Amiamo di più farci la guerra tra di noi che farla all’avversario politico. Non se ne può più. O adesso apriamo una fase davvero costituente, una segreteria di decompressione e di mediazione tra le diverse anime, un nuovo inizio in cui ci riconosciamo l’un l’altro al di là delle antiche appartenenze, o rischiamo di strapparci davvero. Nonostante il Pd rimanga l’unico partito strutturato sul territorio che, tutto sommato, un rapporto con la città riesce a tenerlo”.

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Il segretario di “decompressione” che Bortolamasi invoca, potrebbe essere lui stesso, una volta che Sirotti si sarà fatto da parte, quasi sicuramente prima dell’estate. A suo favore gioca, oltre al sicuro appoggio di Bonaccini, il potere acquisito nell’impressionante scalata dell’anno scorso. Carte che però possono tranquillamente rivoltarglisi contro. Il ragazzo ha accumulato in un batter di ciglia un bel po’ di incarichi per guidare una segreteria che avrebbe bisogno di un commander in chief totalmente sul pezzo, se davvero vuole tirar fuori il partito dalle sabbie immobili in cui è sprofondato da troppo tempo. All’obiezione lui risponde che “una buona squadra in cui ciascuno gestisca in autonomia responsabilità e deleghe, può sopperire a una presenza fisica più sporadica del segretario”. Si vedrà.

Alla ricerca dell’identità perduta

A parte ciò, dichiara da candidato in pectore, il “programma è il partito”. Per il quale promette di impegnarsi al massimo per restituirgli orgoglio (“oggi vai fuori in mezzo alla gente e quasi ti vergogni a dire di essere al Pd”), senso di appartenenza e identità perdute (“Se oggi a dieci tesserati chiedi di declinarti altrettante parole chiave che definiscano il partito, ti daranno novanta risposte diverse”). Affermazioni che, con la crisi di rappresentatività di cui soffrono partiti e sindacati di mezzo mondo, potrebbero strappare un sorriso cinico se nei suoi occhi non si leggesse quel desiderio giovanile un po’ ingenuo di voler cambiare, per davvero, il mondo.

Nonché, passione e entusiasmo che paiono sinceri: “Quando mi invitano a parlare in un circolo davanti a dieci persone mi emoziono sempre. Non do nulla per scontato e mi inorgoglisce che qualcuno si prenda la briga di uscire di casa per venire ad ascoltarmi e confrontarsi con me. E’ qualcosa che va al di là dell’aspetto di servizio, della logica da ‘me lo ha chiesto il partito‘. E’ proprio un piacere. Quando sono entrato per la prima volta in Regione mi ha colpito una frase, letta su una parete, dell’ex consigliere regionale Maurizio Cevenini: la politica è provare a dar risposte alla gente. Ecco, se devo citare come esempio un modo di far politica che mi entusiasma, è il suo: stare in mezzo alle persone, riuscire a parlare con tutti, ai piani alti della Regione come in dialetto al bar, al mercato, in piazza, con la curva allo stadio, per provare appunto a dare almeno una risposta concreta a cinque domande. Vorrei riuscire a interpretare in maniera totale la mia modenesità come il Cev era Il bolognese per eccellenza. Lo so, magari tra quindici anni divento come Frank Underwood di House of cards, il cinismo fatto persona ma, al momento, questo sono”.

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Il partito che vorrei? Una start-up italoamericana

Un po’ ingenuo sì, ma non certo privo di consapevolezza. “Il Pd ha ereditato dalle tradizioni politiche che lo compongono strutture e organizzazioni territoriali certamente indebolite ma ancora ben presenti. Elementi che da un lato sono la nostra forza, dall’altro una debolezza. Facendo i conti con la realtà, la soluzione di un partito all’americana, un insieme di comitati elettorali, rischia di essere la più semplice, quella che più facilmente si sposa con lo spirito del tempo. Ma sono altrettanto convinto che il Pd dovrà trovare la propria strada nella via di mezzo tra comitatismo americano e il partitone che è stato”.

D’accordo, ma in pratica? “In pratica bisognerà avere un approccio flessibile, per esempio rispetto ai circoli. In alcune realtà hanno ancora assolutamente senso, in altre meno. Vorrei una segreteria che lavori a testa bassa sul tesseramento, sulle iniziative politiche, sulle manifestazioni ma anche sugli eventi sportivi, tanto per tornare su un campo che gradisco particolarmente. Insomma, l’obiettivo è quello di unire l’alto al basso”. Teoria e prassi. Scienza politica e cultura popolare. Terreno duplice nel quale Bortolamasi si muove con l’occhio insieme appassionato e distaccato di “uno studioso prestato alla politica”. Un intellettuale. Definizione che non gli dispiace affatto, anche perché, per quanto lo riguarda, ritiene assolutamente scevra da certa spocchia aristodem propria di tanti intellettuali di “sinistra”. Molti dei suoi studi e delle sue letture coincidono con un’altra sua passione, quella per il sottoproletariato inglese, pur se con quella erre arrotata e il look un po’ british sì, ma non certo da proletario, sembra più un fighetto di Bloomsbury, il cuore intellettuale di Londra, che un dropout partorito da un quartiere povero e marginale come East End. Ma l’apparenza, come noto, può ingannare.

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«No one likes us and we don’t care»

“Se il mio mito in positivo è Salvador Allende, il male assoluto, politicamente parlando, è Margaret Thatcher. L’opposto di quello che per me significa far politica. Ecco, io amo il mondo che contro la Iron Lady ha combattuto e quasi sempre perso, finendone travolto. Mi emoziono a ripercorrere le lotte dei minatori o degli omosessuali in quegli anni. Mi piace la rivolta antisistema del movimento punk, mi scuotono dentro pezzi come “Police on my back” dei Clash (“sono in fuga con la polizia incollata alle chiappe di lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato e domenica”) o lo Ska dei Madness (“Sarà meglio tu metta in moto i piedi e faccia un passo avanti verso il beat più rockie e pazzo che possa esistere”), guardo e riguardo i film di Ken Loach o altri come ‘Billy Elliot’. Con mio padre, quando riusciamo, scappiamo in Inghilterra a farci una full immersion di due o tre giorni nel calcio inglese. Andiamo soprattutto a vedere le partite della Football League Championship, la loro serie B, perché il clima che si respira in quegli stadi è ancora da calcio vero, non del tutto in mano al business più sfrenato. Il mio club preferito? Naturalmente i Lions del Millwall, un tempo conosciuti come “The Dockers” (scaricatori di porto), la squadra del proletariato portuale londinese. I tifosi del Millwall sono talmente prolet che non piacciono a nessuno, come cantano loro stessi: «No one likes us, no one likes us and we don’t care». A nessuno a parte me, naturalmente”.

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Amici e nemici

Ma chi, tra i big locali, può appoggiare la corsa di questo curioso “british mudnés” a parte il solito Bonaccini? Non Richetti, che Bortolamasi dice di conoscere appena e stimare il giusto, “Rispetto al rapporto che ha col territorio, ho idee un po’ diverse: sono più per una presenza attiva. A partire dai circoli e dalle feste”. Non Giuditta Pini, l’altra giovane più cool del momento, in pista di lancio per la segreteria regionale, rispetto alla quale il giudizio è lapidario: “una che ha beneficiato dell’effetto Renzi, pur appoggiando un’altra mozione. Se la vedo come segretaria regionale? No”. Dalla sua invece dovrebbe esserci Stefano Vaccari col quale dice di avere un “rapporto più confidenziale: gli ho dato una mano alle parlamentarie appoggiandolo anche se non stava con Renzi. Teto è una persona che stimo, prima come amministratore e oggi come senatore, per il rapporto che ha col territorio”. Di Baruffi invece gli piace molto lo stile: “Ha un approccio corretto al suo ruolo, lo si vede anche dalla comunicazione politica che ha sui social. E’ uno che lavora, ma non se la tira affatto, sembra che si prenda sul serio non più di quel che serve. Come piace fare a me”. Naturalmente per arrivare a una “candidatura unitaria”, auspicio di Bortolamasi come di qualsiasi altro candidato in pectore, non dovrà mancare in primo luogo il nulla osta dei diarchi della macchina comunale, quella che traduce in prassi tangibili per i cittadini qualsiasi velleità politica, i “fratelli in armi” Muzzarelli e Maletti. Con i quali afferma di avere un ottimo rapporto. E stop, troppo presto per andare oltre.

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Vuoi far ridere Dio?

A parte gli appoggi giusti, che per diventare segretario cittadino contano sicuramente per il 99%, in prospettiva bisognerà vedere se Bortolamasi riuscirà a conquistare il popolo dem. Visto che, se non gli mancano idee e intuizioni, difetta forse del carisma pop di cui abbonda invece il segretario nazionale e, a scalare, altri leader grandi e piccoli. Si vedrà, anche se per il momento lui non si preoccupa più di tanto, forte di un piano di quelli che lasciano poco spazio a variabili di minor importanza: cambiare il mondo. Considerata la mission, non se ne avrà a male – lui che ama le citazioni – se chiudiamo rubandone una a Woody Allen: “Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti”.

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