Stragi di Parigi: riflessioni del giorno dopo con il rabbino di Modena

Stragi di Parigi: riflessioni del giorno dopo con il rabbino di Modena

Le azioni terroriste di parigini testimoniano di un salto di qualità dell'islamismo militante. Prendendo di mira bar, ristoranti, sale concerto e persino lo stadio nazionale, l'Isis dimostra di poter colpire l'Europa indiscriminatamente ovunque e in ogni momento. Uno stato di guerra permanente di tipo mediorientale. Per discutere di terrorismo islamico siamo andati in Sinagoga dove abbiamo parlato con il rabbino Goldstein, capo della comunità ebraica di Modena.

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Avevamo fissato l’appuntamento con il rabbino Goldstein prima dei fatti di sangue francesi, prima del 13 novembre, data spartiacque per l’Europa nella lotta al fondamentalismo armato di matrice islamica. Volevamo visitare la Sinagoga nel quadro delle inchieste di Note Modenesi sulle minoranze religiose in città. Dopo l’Islam e il Cristianesimo evangelico volevamo parlare della storia e dello sviluppo dell’Ebraismo a Modena.

Impossibile evitare il tema delle stragi di Parigi in cui hanno perso la vita oltre 130 persone travolte dalla furia cieca del jihadismo. Degli attentati multipli e simultanei che hanno preso di mira bar, ristoranti, sale concerto e lo Stade de France: l’Isis ha dimostrato di poter colpire ovunque e in qualsiasi momento. Uno stato di guerra permanente in stile mediorientale che il rabbino capo della comunità ebraica di Modena e Reggio Emilia, Beniamino Goldstein, conosce bene.

Arriviamo in tarda mattinata in piazza Mazzini, a poche decine di metri dal Palazzo Comunale dove sorge il Tempio israelitico di Modena. Superiamo il presidio permanente dell’esercito posto a pochi metri dall’entrata della Sinagoga. Ci apre Antonio Secchi, giovane segretario della Comunità che ci accompagna al secondo piano dell’edificio dove ci aspetta Beniamino Goldstein.

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Kippah in testa e tenuta informale, il rabbino Goldstein è un uomo di 45 anni sposato e con 5 figli originario di Trieste, sede di una delle più antiche comunità ebraiche d’Italia. Ci accoglie in una ampia sala. Su uno dei muri è appesa una grande bandiera dello Stato d’Israele, su di una mensola c’è una “menorah”, la tipica lampada ad olio a sette bracci, uno dei simboli più antichi della religione ebraica.

“Non voglio parlare dei fatti di Parigi, per riuscire a comprendere cosa ci sta succedendo ci vuole lucidità e una certa distanza dai fatti altrimenti si incorre nelle semplificazioni e nelle banalità dei giornali e dei media in generale: che stiamo vivendo un momento difficile è un’ovvietà ma prima di reagire bisogna capire le origini dell’odio”, dice subito il rabbino Goldstein.

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L’Islam è una religione violenta? “L’estremismo islamico armato è un fenomeno nuovo, ricordo negli anni ’70 e ’80 nessuno avrebbe mai sospettato che emergesse questa tendenza violenta in seno all’Islam europeo”, osserva il religioso. “Solo alcuni anni fa il nodo principale nelle relazioni internazionali era la guerra fredda, l’Armata Rossa con i suoi carri armati e missili puntanti oltre la cortina di ferro e le formazioni europee degli anni di piombo di matrice marxista come le Brigate Rosse o la Banda Baader Meinhof”.

I fatti di Parigi rivelano tutta l’impreparazione anche teorica dell’Occidente rispetto a processi storici complessi come l’emancipazione dell’Islam dalla sua cornice dogmatica: la lotta interna all’Islam fra correnti moderniste e spinte anti-riformiste, fra chi crede che l’Islam debba essere aggiornato alla luce dei tempi e quelli che lo considerano un corpus immutabile e inerrante. Oggi i secondi, i jihadisti salafiti (la corrente dell’islamismo radicale piu’ violenta a cui si richiama l’Isis), fanno molto più chiasso.

E’ chiaro che il terrorismo internazionale di oggi trova nella religione una sua malata legittimazione: “Ma bisogna stare attenti prima di mettere in mezzo la religione. Nel Novecento, l’Europa ha vissuto delle tragedie immani e chi le ha perpetrate non si richiamava di certo a Dio. A Stalingrado nel ’42, per esempio, nessuno invocava il nome di Dio: niente accomunava i belligeranti eccetto il fatto che sia russi che tedeschi erano contrari a qualsiasi forma di religione. I primi perché atei, i secondi perché pagani”, fa notare il capo della comunità ebraica.

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Beniamino Goldstein propone un’interpretazione cauta, storica, sobria. “L’Europa ha attraversato la prima metà del XIX secolo fra atrocità di proporzioni inaudite, fra il 1914 e il 1945 il continente è stato insanguinato senza dover scomodare la religione. Ci sono state due guerre mondiali con milioni di morti, genocidi, città rase al suolo e paesi letteralmente devastati”. L’umanità non ha bisogno di Dio per riportare i suoi figli all’Età della Pietra.

Leggi anche: Strage di Parigi: riflessioni e reazioni del giorno dopo con l’imam di Modena

Il rabbino capo è una personalità senza dubbio carismatica con una leggera inclinazione alla teatralità. Quando gli chiediamo se la questione palestinese abbia contribuito alla radicalizzazione dell’Islam militante, incrocia le braccia poggiando i gomiti in avanti sul tavolo e alza sensibilmente la voce, pur rimanendo cordiale e disponibile. “Sin dalla fondazione dello Stato d’Israele, nel 1947, la partizione del territorio proposta dall’Onu è stata accettata dagli ebrei. Storicamente sono stati i palestinesi ad aver rifiutato sistematicamente ogni opzione di pacificazione del territorio. Per arrivare a una soluzione pacifica della questione israeliana e palestinese ci vuole una volontà politica che è sempre mancata da parte araba”.

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Beniamino Goldstein è cresciuto in Israele dove ha studiato per diventare rabbino. Conosce la violenza del fanatismo religioso, gli allarmi alla bomba, la furia indiscriminata del terrorismo, il chiasso delle sirene delle ambulanze, il clima di tensione perenne.

Come si reagisce davanti alla brutalità del jihadismo? “Gli Israeliani hanno capito sulla propria pelle che non esiste una soluzione a breve termine della questione israelo-palestinese soprattutto dagli anni ’90 in poi quando il processo di pace guidato da Yitzhak Rabin e Shimon Perez sembrava ad un punto di svolta”.

Ma decenni di guerre e terrorismo hanno temprato il carattere degli Israeliani. “Appena la settimana scorsa c’è stato un attentato in Israele in cui hanno perso la vita un padre e suo figlio mentre si stavano recando alla cerimonia del sabato che precedeva le nozze della figlia. Quest’ultima è rimasta senza padre e senza fratello. Nonostante il lutto la sposa ha deciso ugualmente di convolare a nozze invitando addirittura più persone possibili a dimostrazione che la vita va vissuta fino in fondo, senza paura”.

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A Parigi, il giorno dopo delle stragi preti, imam e rabbini si sono riuniti e hanno intonato la marsigliese, insieme, nel tentativo di mostrare al mondo la solidarietà e l’unità dei capi religiosi francesi davanti alla ferocia del terrorismo. “E’ un buon segnale, oltre all’estetica c’è una volontà di ricomporre le fratture a livello interreligioso ma la domanda è sapere a quale risultato concreto porteranno queste manifestazioni? Ricordo la marcia oceanica di gennaio all’indomani dell’attentato alla redazione parigina del giornale satirico Charlie Hebdo. Nonostante l’adesione di massa non possiamo certo dire che questa sia servita a qualcosa, il clima è anzi peggiorato”.

Eravamo andati in Sinagoga per parlare della storia e della cultura ebraica a Modena. Nonostante il peso dei fatti di sangue d’Oltralpe abbiamo affrontato con il rabbino quest’argomento che tratteremo nella seconda parte del reportage sugli Ebrei a Modena.

Fonte immagine copertina: Wikimedia Commons.

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Gaetano Josè Gasparini è nato e cresciuto a Bruxelles da padre italiano e da madre peruviana. Consegue la laurea a Trieste, specializzandosi in studi islamici che approfondisce viaggiando a lungo in Medio Oriente. Parla e scrive fluentemente in cinque lingue. Viene dal mondo delle radio comunitarie e del giornalismo online. Dal 2015 gestisce il sito internet di informazione http://comislamicapc.it/ legato alla Comunità Islamica di Piacenza con cui ha realizzato tre documentari sull'Islam in Italia.

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