Segni sulle terre Confini di pianura tra Modena e Bologna

Una mostra all’Archivio di Stato di Modena racconta fino al 18 dicembre come la fascia territoriale di cerniera tra Modena e Bologna è servita nel corso dei secoli a segnare diversi tipi di confine: politici e militari, tra Bizantini e Longobardi, Papato e Impero, Stato della Chiesa e Stati Estensi.

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Viaggiando in macchina lungo la provinciale 255, verso Nonantola, oppure lungo le strade che portano verso Finale Emilia, la cittadina della Torre dei Modenesi divenuta triste simbolo dell’ultimo terremoto, ci si imbatte in una pianura sconfinata, a tratti interrotta da piccoli gruppi di alberi, terreni coltivati in maniera ordinata che ricordano che questi territori nel passato erano suddivisi in centurie romane, organizzate e ben coltivate, con la suddivisione dei campi che è tutt’ora ancora ben visibile con la cartina satellitare.

Un paesaggio fatto di casolari di campagna, case con vistose crepe. Indubbiamente il terremoto ha cambiato l’ambiente esteriore, e anche quello interiore. Eppure se si procede, da Modena verso Finale, non si percepisce molto la presenza dell’acqua e la rete dei canali presenti secoli fa, fin dall’epoca romana, ed oltre, dal VII secolo d.C. in poi. Territori solcati dall’antico Panaro che costituivano vie d’acqua e di collegamento importantissime. Si può vedere solo qualche argine sopraelevato, ed il procedere curvilineo di queste strade di passaggio… solo prestando attenzione e soffermandosi ad osservare questo paesaggio, per noi familiare, sotto una nuova prospettiva, che consente di scorgere i “segni sulle terre” del passato. Segni lasciati dai paleo alvei del fiume, che tutt’ora riusciamo a vedere attraverso la cartina satellitare.

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Eppure per circa un secolo, (tra il VI e l’VIII), Bizantini e Longobardi si fronteggiarono lungo la fascia territoriale bagnata dall’antico Panaro, (lo “Scoltenna”), prossimo al condotto Muzza, attuale confine di pianura tra Modena e Bologna. Su tale asse si sono perpetrate tradizioni culturali diverse sui due versanti: a est i Bolognesi, di area bizantina, ad ovest i Modenesi nell’area di tradizione longobarda.

Questa mostra, come ci illustra la dottoressa Patrizia Cremonini direttrice dell’Archivio di Stato di Modena, ha l’obiettivo di valorizzare questa fascia di confine, e di farne conoscere la cartografia ed i fondi documentari, concentrandosi appunto sulla Muzza. La Muzza è un condotto idrico che nasce dalle parti di Bazzano e che segna in parte il confine tra le due province. La nascita di questo confine risale al secolo XIII, epoca in cui i neonati comuni di Bologna e Modena fissarono i limiti dei rispettivi contadi ricalcandoli su quelli preesistenti dei propri territori vescovili. Ma la vicenda va ancora più a ritroso nel tempo, rimanda intorno al VI-VIII secolo nel Medioevo, all’epoca dell’occupazione dei Longobardi, che si stabilirono in questi luoghi fronteggiando i Bizantini. A questo popolo, composto da un eterogeneo gruppo etnico in cui confluirono vari gruppi barbarici, si deve in buona parte l’attuale confine. Dopo varie fasi di avanzamenti e ritirate tra 574 e primi del VII secolo, che portarono i Longobardi alternativamente ad occupare e perdere Modena, finalmente presso lo “Scoltenna” il re longobardo Rotari sconfisse definitivamente, nel 643, l’esarca bizantino Isacio, che aveva creato uno sbarramento di fortezze nei pressi dell’antico Panaro. Così, presso la fascia territoriale solcata dal grande fiume si fissò uno stabile confine tra i territori occupati dai due gruppi.

Le fonti da parte longobarda riguardano lo storico Paolo Diacono, con la sua “Historia Langobardorum”. Dopo la sanguinosa battaglia, Modena fu saldamente in mano a Rotari. Non solo lui, ma anche Andrea Agnello, lo storico di parte bizantina che scrive verso la metà del IX secolo, arriva a confermare che in prossimità dell’antico corso del Panaro si era fissato il confine tra l’area esarcale con capitale Ravenna (soggetta a Costantinopoli e all’Impero) e la parte ad ovest, verso Modena, di area longobarda (con capitale a Pavia). Agnello infatti cita Persiceto come estremo confine occidentale dell’Esarcato. L’ampia fascia d’interesse del fiume in questo modo costituì per quasi un secolo, per l’appunto, la striscia di confine, la linea di demarcazione tra due popoli di tradizioni culturali diverse, spezzando l’unità territoriale romana dell’Octava Regio detta Aemilia. Ma dov’era lo “Scoltenna”, l’antico Panaro?

In base agli studi degli storici e dei geo morfologi, osservando i paleo alvei del fiume, si è scoperto che il corso dell’antico Panaro era molto differente da quello odierno e si trovava più a ovest, alcuni sui rami altomedievali vanno rintracciati proprio a fianco dell’odierno corso Muzza.

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Controllare il territorio, le reti viarie e fluviali fondamentali per la comunicazione, gli scambi e i commerci, collocare insediamenti su punti strategici di controllo militare era una priorità per i re longobardi, afferma Patrizia Cremonini. Durante l’Alto Medioevo la natura riprende il sopravvento, c’è una diminuzione e dispersione della popolazione, il bosco si impadronisce delle strade e delle aree coltivate ed i fiumi esondano. Dunque i corsi d’acqua quali lo “Scoltenna”, accanto alle vie quali l’ancora esistente via Cassiola tra Persiceto e Piumazzo (da intendere come “piccola Cassia”, giunta ad Arezzo infatti la via si innestava nella Cassia che portava a Roma), diventano fondamentali per controllare il territorio dei ducati longobardi, così vasti da giungere fino a Benevento.

Quando nel 727 Liutprando, il nuovo re, riuscì ad oltrepassare il cordone militare costituito da castelli e fortezze che i Bizantini avevano eretto per difendere l’esarcato (la fortezza di “Persiceta” a San Giovanni in Persiceto, la fortezza “Verabulum”, forse a Crespellano, di “Buxo” a Bazzano, di “Montebellium” a Monteveglio, di Savigno e di “Ferronianum” a Pavullo), egli superò il confine già fissato da re Rotari con la citata vittoria nella battaglia del 643, superò cioè lo “Scoltenna”, prossimo, come già detto all’attuale Muzza, odierno confine tra Modena e Bologna. La Muzza insomma è in un certo senso l’erede dell’antico confine militare tra Bizantini e Longobardi, l’erede della funzione confinaria che ebbe lo scomparso “Scoltenna”. Questa terra di nessuno è come una fascia elastica che a seconda degli eventi, si dilata o si restringe. Basti pensare al re longobardo Astolfo che nel 751 d.C. prende Ravenna e l’anno successivo fonda Nonantola, riutilizzando anch’egli la via Cassiola per controllare i propri domini. Oppure ad un altro re longobardo, Rachis, di cui si parla in un documento apocrifo, il quale a seguito di una lite tra i due vescovi di Modena e di Bologna, avrebbe tenuto un giudizio dicendo dove fosse il confine tra le diocesi di Bologna e Modena. Egli lo decise in tal modo: fece partire due schiere sia da Modena che da Bologna, ed il luogo in cui si fossero incontrate, sarebbe stato scelto come luogo di confine. Ebbene, le due schiere secondo tale documento apocrifo si sarebbero incontrate proprio lungo la Muzza.

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É interessante prender consapevolezza del nostro territorio, al suo interno esistono elementi superstiti che risalgono o sono legati ad eventi lontanissimi che lo hanno “segnato”. Questi segni sulle terre esistono non solo sulla carta ma sui luoghi che percorriamo ogni giorno e di cui dovremmo diventare più consapevoli. L’archivio di Stato in corso Cavour 21 a Modena è uno scrigno documentario prezioso e dovrebbe essere maggiormente frequentato da tutti noi per conoscere la storia dei nostri luoghi.

In copertina: Battaglia di Zappolino (Fonte: Delirium corner)

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