Se questo è amore

Da un capo del telefono un uomo, dall’altro un centro di ascolto. Sono casi in cui fare una telefonata è fare un passo determinante, a volte molto atteso: è cominciare a rispettare la donna. Nel libro “Non succederà mai più” (Infinito Edizioni – 2015) Rossella Diaz ha raccolto le testimonianze delle vittime di violenza tra le mura domestiche e fa parlare i fautori degli abusi: uomini che hanno deciso di rivolgersi a un centro di ascolto ammettendo di avere bisogno di aiuto, hanno riconosciuto il problema e in comune hanno l’intenzione di elaborarlo. Qualcuno fa il meccanico, qualcun altro l’assicuratore, chi è studente, chi pensionato: l’abuso verso le donne, quello che troppe volte porta al femminicidio, non ha età né mestiere. È un fenomeno culturale che anche il Decreto Legge 14 agosto 2013, n. 93 convertito in Legge 15 ottobre 2013, n. 119 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale 15 ottobre 2013, n. 242 vuole contrastare con l’obiettivo di prevenirlo e proteggere le vittime. La giornalista modenese Rossella Diaz, al suo secondo libro (ha pubblicato sullo stesso tema “I labirinti del male”, con Luciano Garofano già capo dei RIS di Parma), per condurre questa indagine sul campo ha incontrato anche 11 parlamentari di tutti gli schieramenti politici per capire come funziona.

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Rossella, lei ha ascoltato i vissuti di uomini e di donne del Nord e del Sud Italia. Ci può fare un ritratto dei fautori degli abusi?
«Abbattendo facili ipocrisie, oggi come oggi, sta emergendo un concetto importante in merito ai fautori delle violenze contro le donne. Non ci riferiamo a stranieri, pazzi o persone poco colte, ma uomini normali, padri affettuosi, amici fedeli, colleghi affidabi­li. Persone perbene. Il fenomeno della violenza sulle donne in Italia, riguarda tutte le classi sociali: imprenditori, studenti, operai, impiegati e l’80 per cento degli autori di tali abusi, sono italiani. Insospettabili. Sparsi per il territorio nazionale abbiamo diverse associazioni che aiutano gli uomini in questo difficile percorso di elaborazione della violenza. Questi importanti centri di ascolto e recupero, cercano di smantellare l’idea, sempre più radicata, che amore e violenza possano andare in parallelo, aiutando gli uomini a prendere coscienza e responsabilità delle proprie azioni, sostenendoli nel cammino che li riporte­rà a vivere serenamente. Il punto di par­tenza è la presa di coscienza della situazione: focalizzare d’avere un problema a rapportarsi con l’altro sesso e so­prattutto con le persone che si amano».

Quali sono i segni di abuso verso una donna che possono portare a una violenza?
«La violenza sulle donne è caratterizzata da alcuni meccanismi che si susseguono e ripetono ciclicamente in un crescendo sempre più grave. I primi segnali da non sottovalutare sono violenza verbale, atteggiamenti che sminuiscono la persona, violenza psicologica, economica, sessuale. Questi atteggiamenti degenerano in spintoni, schiaffi, pugni. Alcune donne riescono a uscire da questo tunnel di esasperazione e atrocità, altre purtroppo no. La violenza domestica va declinata nei suoi vari aspet­ti, poiché spesso chi la subisce fa fatica a riconoscerla. Quando si ripete nel tempo, assume connotazioni di mal­trattamento. In questa parola sono racchiuse la violenza psicologica, sotto forma di minacce, ricatti, denigrazioni, svalutazioni; la violenza fisica, che si esprime con botte, ferite, omicidio; la violenza economica, rappresentata dalla privazione di fondi e di risorse; la violenza sessuale, dalle molestie al tentato stupro, fino allo stupro».

fmc3Che cosa sono le case rifugio e chi ha incontrato in questi luoghi?
«La Casa Rifugio è un luogo ad indirizzo segreto, costruita per offrire alle donne un luogo sicuro in cui sottrarsi alla violenza del partner, e provare a ricostruire serenamente la propria vita. Presso queste strutture, da nord a sud Italia, ho incontrato donne e ragazze meravigliose. Si sono aperte con naturalezza e semplicità, hanno scambiato le loro impressioni, hanno condiviso attimi della loro trauma­tica esperienza, si sono confrontate sulla violenza do­mestica all’interno della coppia e della famiglia, grazie all’aiuto di professionisti psicoterapeuti o facilitatori-moderatori degli incontri. I gruppi di aiuto sono un importante strumento in ag­giunta ai percorsi di accoglienza individuale per l’ela­borazione e l’uscita dalle situazioni di violenza. Questi spazi sicuri rappresentano concretamente una possibili­tà di varco nel silenzio. Sono luoghi in cui le donne in­contrano pensieri e parole ascoltandosi senza giudicarsi, sostenendosi nel percorso di rilettura della propria sto­ria. Un’occasione di riscoperta di energie insospettabili, progetti, cambiamenti, trasformazioni».

Lei nella sua inchiesta ha incontrato parlamentari, associazioni e professionisti che lavorano a stretto contatto con le vittime. Tutti questi soggetti hanno a che fare, direttamente o indirettamente, con la Legge sul femminicidio, n 119. Che idea si è fatta a riguardo?
«Il fenomeno della violenza sulle donne va affrontato in maniera strutturale, non emergenziale. Esaminando le misure adottate dalla Legge, s’avverte la volontà di una decisa e ferma intenzione di invertire la rotta, rispetto a come è stato vissuto l’approc­cio culturale verso la violenza sulle donne sino a oggi. Si rileva tuttavia una grave mancanza in tema di educazio­ne di genere, formazione e sensibilizzazione al problema. Incentrando gli interventi esclusivamente sulla repressione, senza un importante lavoro di prevenzione, i risultati saranno risibili. L’innal­zamento delle pene non rappresenta un deterrente suffi­ciente per gli uomini violenti. Lo è la certezza della pena e la formazione professionale degli operatori giudiziari. È indispensabile e fondamentale la formazione di profes­sionisti per valutare e riconoscere le situazioni a rischio e sviluppare un’adeguata sinergia e reti di collegamento efficaci tra operatori sanitari, forze dell’ordine, procure, centri d’ascolto. Senza un coordinamento adeguato fra tutti gli attori coinvolti non si faranno passi in avanti. I centri antiviolenza, associazioni e volontari che prestano servizio nei luoghi d’ascolto ogni gior­no, lontano dai riflettori, svolgono un lavoro straordi­nario, facendo troppe volte le veci dello Stato. Si trovano a dover operare spesso in condizioni d’im­potenza, senza finanziamenti, facendo i conti con tagli economici sempre più sostanziosi. Nel corso della mia inchiesta sulla violenza di genere ho incontrato alcune Parlamentari di tutti gli schieramenti politici , alla luce delle ac­cuse rivolte al mondo politico da molti volontari attivi a stretto contatto con la disperata quotidianità di chi ha visto distrutta la propria esistenza, secondo cui lo Stato continua a essere ingiustificabilmente assente. Inoltre, ho intervistato alcuni specialisti impegnati in prima linea sul tema della violenza, da un comandante di un corpo di polizia municipale a uno psicoterapeuta, un giudice, un assistente sociale….il loro contributo è fondamentale. È però importante che tutta la società civile si impegni e faccia la propria parte, per contrastare un problema grave, di interesse collettivo».

fmc2In “Non succederà mai più” Rossella Diaz ha esaminato anche il ruolo dell’informazione che tende alla spettacolarizzare e banalizzare vicende drammatiche, riducendole a vuoti “docu-reality”. Che cosa è emerso?
«La violenza di genere deve essere assunta come tema di rilievo istituzionale, mediatico e civile. Il concetto del “giusto linguaggio” da utilizzare, per riportare i fatti e descrivere le vicende che trattano il femminicidio, è di fondamentale importanza se si vuo­le creare una forte consapevolezza collettiva. Non fa ancora parte del nostro patrimonio culturale una cor­retta sensibilità nell’affrontare un argomento tanto de­licato. I media purtroppo, con leggerezza e superficiali­tà, nel racconto del dramma si riducono a semplificare e a vittimizzare. Mancano codici seri di autoregolamentazione sul corretto gergo da utilizzare. Siamo soliti leggere: “Lui innamoratissimo ha un raptus di gelosia”; “Fidanzatino fa un gesto di follia, la uccide a pugnalate e le dà fuoco”; “Passione impazzita di un uomo tranquillo, ma geloso”… queste alcune delle frasi shock predilette dai media. Questo tipo di giornalismo manca di rispetto e distorce la realtà da quella che invece si deve descrivere come ingiustificabile brutalità, commessa da un soggetto che ha straziato un altro essere umano. Parole come gelo­sia, follia, raptus, sono tanto vaghe quanto inadeguate, come se si volesse giustificare il gesto dell’assassino con la troppa passione o la malattia mentale, volendo oscu­rare invece le cause socio-culturali della violenza. Si deve chiarire che non è corretto definire “fidanzatino” chi toglie la vita barbaramente alla sua ragazza sedicen­ne e poi le dà fuoco senza pietà. Le parole utilizzate sono importanti e allo stesso tempo dannose. Un’informazione che voglia ritenersi seria, rispettosa e coerente deve chiarire che il possesso, il controllo e il dominio non sono amore.

Che ruolo ha l’informazione in questo tema delicatissimo del femminicidio?
«Il femminicidio è l’ultimo atto compiuto dopo numerosi maltrattamenti e azioni violente. L’informazione ha un ruolo fondamentale ed è essen­ziale che i media trattino la violenza contro le donne in modo responsabile, come sostiene la Convenzio­ne No More, ovvero “promuovendo e diffondendo una cultura più consapevole riguardo le questioni di genere, rispettando l’argomento e utilizzando un linguaggio ade­guato e immagini idonee, che non trasformino la vittima in complice della sua stessa morte o violenza, perché così si ridimensiona agli occhi dell’opinione pubblica la gravità del reato, con il rischio di ridimensionare la gravità”».

Immagine di copertina, photo credit: Single Teared Emotion via photopin (license).

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