Renato Crotti, l’industriale che mandava i suoi operai a “studiare” l’Unione Sovietica

In una puntata del suo memorabile reportage “Viaggio in Emilia” pubblicato su Il Giorno nel 1962, Giorgio Bocca riporta lo sconcerto della classe dirigente del PCI locale per non aver azzeccato la pianificazione, naturalmente elaborata a partire da “premesse obbiettive”, di quello che avrebbe dovuto essere lo sviluppo industriale della regione: «Anni fa, sulle basi delle premesse obbiettive, avevamo previsto che i centri dell’industrializzazione emiliana, le città pilota, sarebbero state Piacenza, Bologna, Ravenna. Abbiamo indovinato solo Ravenna, abbiamo avuto le sorprese di Carpi, Vignola, Modena, Cento. Cosa vuole, i fattori soggettivi possono modificare e rovesciare le premesse obbiettive».

Chissà la soddisfazione, nel leggere quelle righe, per l’industriale carpigiano Renato Crotti (mancato tre giorni fa, a 93 anni) che all’epoca era nel pieno del suo scontro epocale per dimostrare, “contro l’opinione dominante”, che “socialisti, comunisti e una parte dei democristiani, erano in preda a una follia collettiva: prendendo lo spunto dai pretesi successi dei Paesi dell’Est, volevano attuare la pianificazione nell’ambito delle libertà politiche”. Sono parole tratte dal suo primo libro, scritto nel 1991, “In attesa di un pullman“, in cui racconta dei viaggi in Urss organizzati per giornalisti e sindacalisti – nonché gli operai della sua SILAN (Società di Importazione Lane) fondata nel 1948 e diventata in seguito tra le imprese protagoniste del miracolo carpigiano del tessile – per permettere loro di “constatare in quali condizioni precarie vivesse il popolo russo, a conferma del totale fallimento di quell’economia pianificata”.

Renato Crotti, al centro dell'immagine, "In trincea negli anni delle lotte sindacali".
Renato Crotti, al centro dell’immagine, “In trincea negli anni delle lotte sindacali“.

Una “battaglia per la verità” (sono parole sue) per la quale, nei primi anni ’60, in Emilia ma non solo, in pochi erano disposti ad immolarsi, con gran parte dell’intellighenzia italiana se non proprio prona, certamente scarsamente propensa a descrivere come un vero inferno il leggendario “paradiso dei lavoratori”. Erano gli anni in cui, per esempio, il futuro Nobel per la letteratura Salvatore Quasimodo, di ritorno da un viaggio in Romania, pubblicava su L’Europeo un articolo in cui “descriveva con accenti elegiaci la vita dei rumeni, quasi si trovassero in «un’oasi di felicità». Tra l’altro, dichiarava testualmente: «I nostri operatori turistici della Romagna dovrebbero recarsi qui in Romania per imparare il loro mestiere»”.

Dopo un paio di viaggi per suo conto in Urss, di ritorno a Carpi, scrive sempre Crotti, “raccontai naturalmente ad amici e conoscenti quali fossero le effettive condizioni di vita nel cosiddetto «paradiso sovietico». Ben presto, però, mi accorsi di non essere creduto, anche da parte di molti non-comunisti, i quali ritenevano che quanto meno esasperassi il mio dire”. Del resto, commenta lo stesso imprenditore, come potevo pretendere che credessero a me e non ai tanti che, come Quasimodo, allora glorificavano le magnifiche sorti progressive del socialismo? Come poteva “il Paese che era riuscito a mandare per primo in orbita gli Sputnik” avere “un’economia tanto disastrata da costringere il proprio popolo a vivere in condizioni appena sopportabili?”.

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L’anticomunismo del liberale Crotti non era – a suo dire – “viscerale” o pregiudizievole. In fondo, a Carpi, dove “permaneva l’incongruenza di un Partito comunista ostile all’iniziativa privata stessa, ormai localmente stabilizzato sul 56-57 per cento dei voti” la sua SILAN era riuscito a metterla in piedi e a farla prosperare, permettendogli tra l’altro di diventare “uno degli uomini più ricchi d’Italia e un vero magnate internazionale dell’industria tessile“. Al contrario, giurava, “mentre stavo avendo molta fortuna nel campo professionale, sentivo il forte desiderio di restituire alla società quanto essa mi dava cosi generosamente, e ritenevo che un modo per fare questo potesse essere il tentativo di dare un contributo alla verità”.

E ancora: “Vedevo le utopie prevalere pericolosamente sulle certezze, e sentivo (nel mio piccolo) di dover fare qualcosa, investendo quel denaro che altri avrebbero magari destinato all’acquisto di uno yacht o di altri costosi status symbol. So che era difficile credere a un idealismo così fuori del comune. Tanto che un amico imprenditore, col quale mi ero confidato, dopo essermi stato attentamente ad ascoltare, ribattè con fare furbesco, strizzandomi l’occhio: «Va là, Renato, che non me la racconti tutta. Se metti dei soldi lì, vuol dire che il tuo buon tornaconto ce l’avrai». Invece, e il tempo lo ha pienamente dimostrato, ero solo, senza alcun appoggio politico; non avevo ambizioni di carattere personale, né recondite prospettive di tornaconti; non mi prefiggevo assolutamente di convertire (o sconfìggere) chicchessia, ma, se mai, soltanto di contribuire alla riflessione e alla discussione, che rendono sempre l’uomo per lo meno più consapevole”.

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Un impegno civile il suo che, stando a quanto scrive Wikipedia nella biografia, gli procurò non pochi grattacapi. “Attorno al 1975, la SILAN conosce una grossa crisi, a causa sia della situazione economica globale e italiana, sia della durissima opposizione sindacale, in parte motivata dalla volontà di far scontare a Crotti il suo impegno civile e in particolare i famosi viaggi in URSS”. Crisi dalla quale Crotti si riprese faticosamente in seguito, per dedicare infine gran parte della sua “seconda vita”, a partire dagli anni ’90, all’attività di promotore culturale e scrittore (oltre a “In attesa del pullman, pubblicò diversi altri volumi oltre a essere editore, già dagli anni ’60, di due testate locali, Tuttocarpi e Tuttomodena). Togliendosi, con l’esperienza sovietica ormai consegnata alla storia, qualche sassolino dalla scarpa rispetto a chi, come lo stesso Bocca, aveva a suo tempo sbeffeggiato il suo anticomunismo:

“Ricordo, a titolo esemplificativo, ciò che scrisse nel 1973 Giorgio Bocca sul Giorno, in uno dei suoi reportages «Dalla Russia di Breznev»: «Noi non siamo l’industrialotto di Carpi che invitava i suoi operai al viaggio gratuito in Russia: abbiamo meno denaro e più fiducia in chi legge». Non so che cosa volesse dire, visto che negli articoli descriveva, più o meno come avevamo fatto noi, le condizioni di miseria di quelle popolazioni. Che lui era più autorevole di me? Non lo metto certamente in dubbio. Resta il fatto che noi avevamo raccontato quelle realtà nel 1962, undici anni prima”.

L’immagine di copertina e le altre, sono tratte dalla siglia inziale della serie tv “The Americans“.

 

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