Quelli tra droni e startup: la storia di Archon Dronistics

Archon Dronistics è una startup basata a Knwobel, l’incubatore di Spilamberto, avviata per automatizzare operazioni ripetitive e talvolta rischiose per l’uomo, tra cui la videosorveglianza, l’ispezione e il monitoraggio di infrastrutture critiche attraverso il volo autonomo dei droni.

Concepiti inizialmente per uso militare, oggi i droni sono sempre più oggetto di studio e sperimentazione in ambito civile, grazie allo sviluppo di diverse tecnologie che hanno permesso la loro evoluzione nella forma, nelle dimensioni e nelle possibilità di applicazione.

E’ proprio questa la direzione in cui va Archon Dronistics, fresca di secondo premio nel settore Meccanica del concorso “Intraprendere a Modena”. Il suo nucleo è tutto italiano e internazionale al tempo stesso: Davide Venturelli, Davide Ghezzi, Matteo Ruina, Francesca Lorenzoni e Giovani Landi sono infatti attualmente sparpagliati tra l’Italia, la Silicon Valley e Santiago del Cile.

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Troppo facile parlare di cervelli in fuga, anche perché un piede in Italia c’è sempre seppur con i limiti che può avere attualmente il nostro paese. Come racconta Davide Venturelli, modenese classe ’83 e fondatore di Archon Dronistics, sono tanti gli ingredienti che servono per mettere in piedi una startup: dal capitale umano ai necessari percorsi di assistenza e finanziamento, ma anche fiducia nei propri soci – “l’unico modo per superare le difficoltà iniziali” – e “il coraggio di uscire e non mangiare bene per mesi”.

La formazione universitaria di Davide Venturelli inizia a Modena, alla Facoltà di Fisica. Dopo la laurea specialistica presso la Scuola Normale Superiore di Lione, ottiene un dottorato alla SISSA di Trieste e all’Università di Grenoble. Lavora poi come post-doc alla Normale di Pisa fino a che, poco più di due anni fa, non diventa ricercatore per la NASA, in quella Silicon Valley dove tuttora vive e dove ha sviluppato il progetto imprenditoriale che ci racconta in questa intervista.

droni4Come è nata l’idea di Archon Dronistics e come si sta sviluppando?
L’idea è nata a Singularity University, un programma di educazione e creazione di impresa americano in cui i partecipanti sono aiutati a creare un business che usi le tecnologie emergenti per attaccare grandi problemi, con l’obiettivo di fare un impatto positivo su un miliardo di persone entro 10 anni. Siamo al secondo anno. Dopo Singularity ho formato un team ‘tutto italiano’ e abbiamo continuato con percorsi di mentorship e accelerazione con “Start up Chile” fino all’incorporazione a Modena e l’incubazione a Democenter (Fondazione della Rete Regionale di Alta Tecnologia dell’Emilia-Romagna presso la Facoltà di Ingegneria di Modena, ndr). Abbiamo vinto diversi premi e ottenuto finanziamenti per sviluppare la parte scientifica avanzata del nostro prodotto, ma non siamo ancora profittevoli sul mercato, soprattutto perché siamo in attesa delle regolamentazioni per il volo automatico dei droni, che i governi stanno per emanare.

Perché proprio i droni?
E’ una tecnologia che sta per esplodere, ed è la frontiera della robotica a breve termine. Comunque il nostro focus è la sicurezza. Il drone è solo un mezzo per avere una telecamera volante, per avere occhi nel cielo dove necessario in casi di emergenza.

Il vostro è un team di italiani che però è presente con i suoi uffici in Cile e USA: preferite parlare di internazionalizzazione oppure di cervelli in fuga?
Nessuna fuga. Il mondo è globale e noi andiamo dove c’è opportunità.

Infatti non solo alcuni membri si trovano in Italia, ma la vostra sede produttiva è Knowbel, l’incubatore di Spilamberto: come mai questa scelta?
Modena è molto più avanti di Milano secondo me! Siamo stati aiutati non poco da Knowbel, su questioni burocratiche e sulle opportunità di networking. Ma devo ammettere che la decisione non e’ stata presa sotto la Ghirlandina. Un giorno ho incontrato un gruppo di modenesi a una festa in piscina a casa mia (che condivido con altre 7 persone, alcuni dei quali imprenditori molto più esperti di me) in Silicon Valley… Il resto è storia.

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Parlando di startup. Qui da noi passa la giusta informazione su questa realtà oppure arriva un’interpretazione distorta?
Non ne ho idea, non vivo più a Modena da un pezzo, anche se torno spesso. La qualità delle startup italiane in generale non è altissima, ma la qualità degli italiani come mentalità e capacità è fuoriclasse. Quindi suppongo che vi sia un deficit di informazione o assistenza. Ma d’altronde avere tutta la pappa pronta non aiuta necessariamente… Gli investimenti di qualità si trovano spesso all’estero, le persone di qualità spesso in Italia o in Est Europa. Ci sono ovviamente eccezioni, ma questa è la mia esperienza.

Quindi, vissuto da dentro, cosa vuole dire veramente avviare una startup?
Per me l’idea di fare una startup è arrivata come uno shock. Non ci avevo mai pensato prima di venire in America. Ho sempre inseguito opportunità accademiche o di carattere politico/associazionistico. Ho capito che lanciare un business spesso è il modo più efficace per avere una chance di cambiare il mondo. Avviare una startup è qualcosa di turbolento, a meno che non avvenga quando un prodotto sia già stato creato e che ci sia già domanda di mercato. Non è il nostro caso. Noi puntiamo su un business che non era possibile neanche due anni fa e formalmente non è ancora possibile. Ma lo sarà entro i prossimi due anni e noi saremo pronti.

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