Quella cosa di cui a nessuno piace parlare

Quella cosa di cui a nessuno piace parlare

Indovinate qual è? La morte, ovviamente. A Parma invece ogni anno ci sono delle persone che si riuniscono in un'iniziativa il cui obiettivo è proprio questo: parlare della morte. Abbiamo intervistato gli organizzatori.

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Dal XX secolo in poi nelle nostre società c’è stata una rimozione collettiva della morte. Dalle case si è spostata negli ospedali, e allo stesso tempo è sparita dai nostri pensieri, dalle nostre conversazioni, dalle nostre parole. La morte però è sempre molto rappresentata: nell’arte, perfino nella moda (fateci caso a quanti ragazzini e ragazzine vedete con magliette o borse con i teschi – la morte è fashion), e ovviamente nelle sale cinematografiche, dove possiamo sederci e guardare morire 01_skulls6anche mille persone in 90 minuti mentre sgranocchiamo pop-corn. Per non parlare dei veri show dei nostri tempi: i telegiornali, dove ogni mattina possiamo vedere migliaia di persone morte in qualche attentato, oppure a causa di un terremoto, o per l’ennesima tragedia in mare dei migranti.

Eppure, non ne parliamo.

La rappresentazione della morte è cambiata e sta cambiando, ma non cambia il modo di rapportarsi alla morte reale. Quella vera, non quella simbolica, non quella sullo schermo, ma quella che ci riguarda da vicino. Un filmato su Youtube di un ostaggio che viene decapitato forse possiamo guardarlo – sebbene con una certa morbosità e con le mani davanti agli occhi come fanno i bambini per i film horror – giusto in tempo prima che venga “rimosso” (con tutte le ambiguità del termine), ma quanti di noi sarebbero in grado di sostenere lo sguardo, non dico di uno sgozzamento, ma anche solo di una persona reale che muore al nostro fianco? E’ tuttora terribile. E dunque da nascondere.


“La città dei morti”, video sul cimitero di Aldo Rossi a Modena

La morte reale ha un suo percorso preciso (Vedi: La realtà della morte) dal quale noi parenti, amici, conoscenti, restiamo fuori il più possibile. Ma a restare fuori è soprattutto lei, la morte: dai discorsi pubblici, dai discorsi seri, che non siano semplice rappresentazione o intrattenimento. Potremmo parlare per ore di com’è morto un personaggio di una serie tv di successo come Games of Thrones, ma solo per pochi secondi di com’è morto un nostro conoscente: tutti, noi compresi, preferiamo cambiare argomento, abbassare la testa, guardare altrove.

Eppure è chiaro che evitare la morte è un modo di evitare la vita, dato che sono le due facce della stessa medaglia. Una cosa che riguarda noi, i vivi, di certo non i morti, e dunque siamo noi che dovremmo capire come conviverci invece di evitarla e far finta che non esista. Ultimamente però ci sono dei piccoli tentativi di cambiare approccio verso il discorso pubblico e privato sulla morte. Uno di questi si chiama “Il rumore del lutto” (Parma, 29 ottobre-2 novembre). Un’iniziativa interessante che va avanti da ormai 10 anni a Parma e che ha come obiettivo proprio quello di parlare di morte. Abbiamo intervistato i due organizzatori, Maria Angela Gelati e Marco Pipitone.

Possiamo dire che oggi la morte è diventata un tabù?

Da una decina di anni a questa parte non possiamo più dire che la morte è un tabù. È in qualche modo tramontata la volontà di occultarne l’evidenza e la sua inevitabilità, tanto che i percorsi culturali di presa di coscienza individuale e collettiva si stanno moltiplicando, insieme alle esperienze di ricerca dei linguaggi da adottare e dei contenuti su cui soffermarsi, per descrivere il limite umano e i vissuti di perdita. “Il Rumore del Lutto” si inscrive in questo nuovo corso, culturale e sociale.morte simpsons

Però alla gente non piace parlarne e chi lo fa sembra triste o depresso. Tendiamo ad allontanarla dai nostri pensieri. Voi invece avete preso una direzione opposta e pensate che sia necessario parlarne. Perché?

Perché la morte è il problema dell’esistenza umana e fingere che non esista è una illusione. Quando si è in vita si può ancora scegliere come rapportarsi ad essa, dopo sarebbe tardi. La morte fa parte della vita. Si può decidere di odiarla o di accettarla, ci si può arrendere confidenzialmente o ribellarsi inutilmente evitandone il pensiero. La morte comunque è sempre lì, quindi perché non occuparsene quando si è in vita? L’essere umano fin dalle origini si differenzia da qualsiasi abitante del pianeta per la capacità di rappresentare ciò che comprende. All’interno del mondo in cui viviamo la consapevolezza della finitudine e il chiedersi che senso abbia vivere sapendo di dover morire sono forse i temi più radicali che l’essere umano abbia mai affrontato.

Cos’è la Death Education?

L’educazione alla morte è un metodo di insegnamento, indirizzato a tutte le età, che permette di diffondere i significati esistenziali che scaturiscono dallo studio della morte, in cui il termine viene utilizzato secondo un numero infinito di accezioni, per fare riferimento tanto alla fine della vita quanto alla metafora della perdita.
La materia intende favorire la riflessione sul valore della vita, intesa come inizio e fine di un percorso.

La religione contribuiva a ritualizzare la morte. Ma oggi le cose sono cambiate: si muore in ospedale e sempre meno si segue un rituale legato al lutto. La morte sembra più una pratica burocratica, di routine. Prima se ne occupano i medici, poi le pompe funebri, e noi assistiamo come spettatori passivi. Concordate?

Oggi le espressioni di ritualità funebre appaiono sempre meno praticate, talvolta osteggiate o connotate negativamente, e, in ogni caso, impossibilitate a svolgere quella funzione di sostegno e di orientamento etico che avevano svolto per secoli, anche perché si muore prevalentemente in ospedale, dove per le famiglie diventa impossibile presiedere ai riti successivi al decesso: la morte, nelle strutture sanitarie avviene per lo più dietro un paravento, per non turbare gli altri pazienti e, a volte, anche i parenti più stretti sono assenti nel momento del passaggio. Appena i familiari giungono, il defunto è trasportato nelle camere mortuarie, che sono di norma luoghi spogli, non curati e regolati da rigidi orari per le visite, che non prevedono la possibilità di soffermarsi vicino al defunto, in una situazione protetta o intima). Tuttavia, la realizzazione di “sale del commiato” costituisce uno degli elementi di questa fase di trasformazione ed elaborazione di nuove forme rituali.

La morte viene vissuta oggi come un fallimento. Dei medici che sbagliano, della medicina che non è magia, ma forse, a un livello più profondo, perfino della persona che muore,  che ha la colpa di non essere più in vita….

I Death Studies indagano le espressioni dell’incontro con la morte, analizzando, anche attraverso le ritualità che celebrano il trapasso, il rapporto tra paura e rimedio.
In passato l’educazione alla consapevolezza della morte avveniva con un apprendimento collettivo, volto a costruire innanzitutto il senso del vivere sapendo di dover morire. Se fino alla metà del secolo scorso il momento della previsione del congedo era centrale nella vita della comunità che si stringeva intorno alla famiglia, supportandola, al contrario oggi la crisi in cui versano i riti tradizionali e la mancanza di scripts sociali conferisce a tale condizione – inevitabile quanto naturale – i tratti della catastrofe, indipendentemente da come essa accada.

Un cadavere in spiaggia, censurato dai giornali.
Un cadavere in spiaggia, censurato dai giornali.

Tra i vostri intenti c’è quello di trovare una “modalità alternativa per vivere i giorni dedicati alla memoria dei defunti”. Alternativa a cosa? Vi riferite alla Commemorazione della Chiesa cattolica?

Il nostro calendario riconosce alcuni giorni dedicati alla commemorazione dei defunti, tuttavia, a cavallo del 2 novembre, a parte le funzioni religiose in chiesa o al cimitero, non vi sono luoghi altri aperti alla riflessione sulla morte e il morire come parti della vita. Ci è sembrato utile individuare spazi, nella città dei vivi, che potessero fornire tale possibilità.

In passato nelle vostre iniziative avete coinvolto i bambini. Com’è andata? 

Ogni anno, anche nella prossima edizione, dal 29 ottobre al 2 novembre, coinvolgiamo i bambini perché la Rassegna è rivolta a tutti. Gli spettacoli teatrali per i più piccoli sono da sempre molto seguiti e tanti genitori ci ringraziano. I laboratori con i bambini sono davvero arricchenti: i fanciulli sono per natura curiosi e sono portati a riflettere sulla morte.

Vedo che anche il Comune di Parma figura come patrocinatore della vostra manifestazione. E’ stato difficile convincere un Comune della necessità di un’iniziativa come la vostra?

L’iniziativa è stata sposata dal Comune diversi anni fa. Ovviamente un patrocinio non viene concesso casualmente, sono occorsi diversi anni per ottenerlo. Abbiamo infranto le iniziali resistenze anno dopo anno, grazie all’effettiva crescita della rassegna e al progressivo aumento di pubblico presente ai diversi eventi. Ci piace pensare che la città abbia recepito il messaggio e che Il Rumore del Lutto sia divenuto parte integrante del suo tessuto.

Una domanda personale. Voi preferireste una morte improvvisa, magari nel sonno, senza avere il tempo di capire, o una morte lenta che dia il tempo di riflettere e affrontare il passaggio tra la vita e la morte?

Ciò che ognuno di noi vive nella propria esistenza, crediamo non accada per caso.


 

Per chi fosse interessato, qui si trova il programma de Il Rumore del lutto, a Parma dal 29 ottobre al 2 novembre 2015. 

Ecco la locandina di questa edizione:

Essere

In copertina: Maschera di Rangda. Rangda, la Grande Vedova, regina degli spiriti maligni (leyak), è la personificazione del male e di Dewi Durga, dea della morte (da asiateatro.it)

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Nato a Oristano nel 1984. Scrive, fa video e cammina molto. Trova Modena più interessante di Bologna.

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