Quei sogni a stelle e strisce

“La simbolica data d’inizio dell’emigrazione italiana nelle Americhe può essere considerata il 4 ottobre 1852, quando venne fondata a Genova la Compagnia Transatlantica per la navigazione a vapore con le Americhe. Fra il 1880 e il 1915 approdano negli Stati Uniti quattro milioni di italiani, su 9 milioni circa di emigranti che scelsero di attraversare l’Oceano verso le Americhe”. Nel pieno avvio del loro sviluppo industriale le navi, dagli Usa portavano merci in Europa e ritornavano cariche di emigranti. I costi delle navi per l’America erano inferiori a quelli dei treni per il Nord Europa: milioni di persone scelsero di attraversare l’Oceano.

Tra il 1876 e il 1900 il fenomeno interessò prevalentemente il Nord d’Italia, con Veneto (17,9%) Friuli-Venezia Giulia (16,1%) e Piemonte (13,5%) che costituivano quasi la metà dell’intero contingente migratorio. Nei due decenni successivi, il primato passò invece al Meridione, con quasi tre milioni di persone partite da Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Complessivamente nove milioni da tutta Italia. L’Emilia-Romagna rappresenta una delle regioni con uno tra i tassi più bassi a livello nazionale: il 3,5 per cento, la metà di quello nazionale. Secondo quanto riporta la Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo, nel secolo canonico dell’emigrazione italiana (1876-1973) sono stati complessivamente circa 130 mila i migranti partiti da qui: 19.254 da Bologna,  19.088 da Parma. A seguire Modena (15.747) e Rimini (14.291). Di questi, solo il 4,9% si sono stabiliti in America del Nord.

Migranti lasciano Ellis Island
Migranti lasciano Ellis Island

Numeri a parte, per me l’emigrazione verso gli Stati Uniti d’America all’inizio del secolo ha un volto, un nome e una storia. La storia di mio nonno. I dettagli non li conosce nessuno. Mio nonno li ha portati via con sé quando sua figlia, mia madre, aveva solo 12 anni. Tutto quello che mia madre ricorda, e ci raccontava ad ogni Natale, veniva dai ricordi di sua madre, mia nonna, venuta a mancare anche lei troppo presto per poterla intervistare e consegnare la loro storia all’eternità.

Mio nonno era nato in Campania da una famiglia onesta che viveva del proprio lavoro. Nessuno sa più se suo padre, il mio bisnonno, era un bracciante agricolo o un manovale, ma sicuramente era un uomo che riusciva a portare avanti la famiglia senza grossi problemi. Un banale mal di testa e un farmacista distratto, avevano obbligato mio nonno all’emigrazione. Mia madre racconta che il farmacista era fuori dalla sua bottega quando sentì suonare la campana a morto. Chiese ad un passante per chi suonava la campana, e quando gli riferirono che era morto Luciano “e Palomm‘”, si portò le mani alla testa. Aveva somministrato al bisnonno un medicinale preparato con negligenza che invece di guarirlo, ne aveva provocato il decesso.

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Nei primi anni del ‘900 i medicinali non erano certo venduti in farmacie come le nostre. Il farmacista, sulla scia dell’antica arte degli speziali, gestiva in prima persona la preparazione dei medicamenti, unendo l’arte distillatoria alle conoscenze chimiche. Quel giorno il padre di mio nonno aveva solo un gran mal di testa, ma lasciò sua moglie da sola a provvedere a 5 figli. Un prologo terribile, una storia di ordinaria malasanità, con protagonista un farmacista che tentò di sdebitarsi con quella famiglia che aveva contribuito a distruggere, aiutando i ragazzi più giovani ad emigrare da un paesino in provincia di Napoli a New York, in cerca di un futuro migliore. Sono cresciuta con il desiderio di America, con la brama di raggiungere un giorno quella terra lontana da cui mio nonno era stato adottato. Sono cresciuta aspettando ogni Natale per ascoltare quelle storie, coltivando la speranza che un giorno mia madre ci avrebbe annunciato che si partiva alla ricerca delle nostre radici.

Questo il prologo di una storia di cui ho raccolto le fila in maniera autonoma. Il primo passo è stata la ricerca del nome di mio nonno sul registro di Ellis Island, il centro di permanenza temporaneo americano, dove tutti i migranti dovevano fare tappa obbligata per essere schedati, visitati, eventualmente curati, tenuti in quarantena e poi smistati.

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Non è stata una ricerca semplice. Immaginate centinaia di migranti vomitati dalla pancia di una enorme nave, la maggior parte analfabeti e senza nessuna conoscenza della lingua inglese, interrogati da persone altrettanto ignoranti. E infatti per essere sicura che quel Miele Pacefeci fosse proprio mio nonno, che di nome faceva Pacifico, registrato come proveniente da Cufino, mentre il paese di origine si chiama Tufino, ho dovuto incrociare un po’ di dati.

Ho così scoperto che il primo a sbarcare a New York è stato un fratello di mio nonno Miele, Domenico, il più grande di età, arrivato da oltre oceano con la nave Perugia il primo agosto 1903. Quel giorno la nave arrivò con 1170 passeggeri. Sulla pagina del registro in cui ho trovato il suo nome è il numero 502. Viaggiava da solo. Le famiglie, o i parenti, si riconoscono dalle parentesi graffe che li raccolgono. Aveva 22 anni, dichiarava di essere single, di avere dei soldi con sé, e di dover raggiungere un tale Quatrona Giuseppe, al 877/29 di Canal Street. Il registro è scritto a mano, e faccio fatica a capire in quale quartiere. Canal Street è una delle arterie maggiori, che attraversa da est ad ovest tutta New York. Passa anche da Little Italy. Dalla calligrafia del tipo che ha registrato l’arrivo del fratello di mio nonno, avrei scommesso più sul quartiere di Chelsea, che si trova più a nord, oltre il Greenwich Village. Ma immagino che le incomprensioni fra chi parlava solo dialetto e chi invece americano fossero frequenti. Soprattutto se i passeggeri avevano appena affrontato 10 o anche 12 giorni di viaggio, in condizioni non da crociera di lusso.

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Poi arrivò mio nonno Miele Pacifico, che all’ora aveva 19 anni, con le sorelle Miele Santa Orsola, 24 anni e Miele Nunziata 15 anni. Arrivarono con la nave Palatia il 17 maggio del 1904. Dichiararono di raggiungere il fratello Domenico, al’indirizzo di Chrystie Street a New York. Infine il 10 luglio 1905 arrivarono l’ultimo dei suoi fratelli, Bartolomeo 10 anni, e sua madre. So per certo che anche la mia bisnonna sbarcò in America, visto che un altro aneddoto vuole che, arrivata nella casa del figlio, osservando una stufa in ghisa in cui era acceso il fuoco, esclamò: Maronn’, hanne mise ‘o ffuoc’ ‘ngalera! [hanno messo il fuoco in carcere]. Ma ne sto ancora cercando le tracce.

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Ho seguito quel filo rosso. Ogni anno, ogni santissimo Natale, la storia di mio nonno e della sua avventura americana veniva raccontata a tavola, dopo il cenone. Spesso mio zio, il fratello di mia madre, ci permetteva anche di vedere i pochissimi ricordi di quel periodo, tirando fuori foto in bianco e nero ormai sgualcite, il vecchio passaporto di mio nonno, alcuni documenti inviati dal Consolato Americano. Roba burocratica per mantenere la pensione o la cittadinanza. Anno dopo anno, Natale dopo Natale sono cresciuta con quelle storie. Sono cresciuta con il sogno americano. Il tutto condito dal desiderio di mia madre di poter vedere, un giorno, i luoghi dove suo padre era vissuto.

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E così il Natale del 2010 le feci la proposta: – Vogliamo andare in America?- Nel Marzo 2012 siamo atterrate a New York e in attesa dei controlli, al gesto della poliziotta di metterci tutti in fila, srotolando un nastro, dopo un’attesa lunga due ore per schedarmi prendendo l’impronta di tutte e dieci le dita, farmi fare la foto all’iride e farmi rivolgere domande sulla motivazione del mio viaggio, ho pensato che non era cambiato poi molto. Certo, nel frattempo è successo anche l’11 settembre, con l’attentato alle torri gemelle, e il panico del terrorismo, ma pensavo che quello che succedeva ad Ellis Island i primi del Novecento doveva essere più o meno la stessa cosa. Davanti a noi, dopo due ore di fila, è svenuta una ragazza. L’hanno lasciata a terra in attesa dei soccorsi, e per non perdere il posto, non potendola far entrare senza controllo, la ragazza ha preferito farsi curare rimanendo in fila. Sdraiata per terra.

A me è andata meglio. Il poliziotto che mi ha interrogata, quando gli ho comunicato che ero accompagnata da mia madre, ha guardato il passaporto e ha commentato che non le assomigliavo. Così gli ho fatto la battuta che assomiglio tutta a mio padre, aggiungendo, per fortuna!  Non arrivavo da immigrata. Conosco la lingua. Ma osservando come venivano trattati quelli che venivano interrogati senza riuscire a comprendere le domande rivolte, senza nessuno che potesse far loro da interprete, ho maturato l’idea che a parte la fissa per la sicurezza, gli americani sono anche troppo presuntuosi da credere che la loro lingua sia davvero universale. O forse solo un po’ stupidi.

Fuori, nel piazzale dell’aeroporto internazionale di New York, il JFK, c’era un’auto che ci aspettava, e l’emozione di vedere lo skyline della città sognata per più di trent’anni è stata fortissima. L’avevo visto tante volte in foto, in video, da Google Earth, ma niente mi aveva preparata a quella visione. Cosa aveva provato mio nonno, diciassettenne in quel 1905, arrivando via mare? Cosa aveva visto sbarcando ad Ellis Island, un’isola a distanza di sicurezza dalla terra ferma, dominata dalla fiaccola della Statua della Libertà?
Sono andata a controllare e ho trovato una verità scomoda e un’atmosfera da American Horror Story Asylum: atmosfera cupa, terrore che dietro ogni angolo potesse nascondersi un medico killer psicopatico, o il fantasma di un bambino emaciato che chiedeva aiuto.

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All’ingresso di quello che oggi è il museo dell’immigrazione si viene accolti da una inquietante, enorme bacheca, piena di povere valigie e ancora più povere ceste. Guardandole mi sono chiesta se sono state semplicemente abbandonate o addirittura sequestrate. Ma continuando il tour per corridoi stretti e camere ambulatorio, scopro che in molti sono morti fra quelle mura, o perché arrivati già malati, o perché si sono ammalati all’interno della struttura.

Più mi aggiro all’interno di questo museo, più leggo i cartelli che accompagnano fotografie e spiegano i luoghi, più ascolto le registrazioni delle voci dei migranti, più mi assale lo sconforto e anche la nausea. Che culmina su quella che è stata battezzata la Scala delle separazioni, che porta in un salone molto ampio, che segnavano il punto di divisione per molte famiglie e amici verso diverse destinazioni. Il mio tour è finito a questo punto, leggendo il cartello ai piedi di quelle scale, e la sensazione di sentire le voci dei migranti, stanchi, affamati, sporchi, che si chiamavano a gran voce per cercare di non perdersi di vista. Il mio tour è finito all’interno di quella sala in cui ho immaginato tutto lo sgomento, l’estraniamento, il senso di alienazione e la paura di quei nostri antenati.

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Mio nonno superò quell’esame, e l’isola di Manhattan si trasformò nella sua nuova casa. Abitò nel quartiere di Little Italy, al 223 di Mott. Street. Dietro una fotografia che lo ritrae sorridente in un giardino è appuntato un indirizzo di Brooklyn, ma non so se anche quella è stata casa sua, o è solo la casa di qualche fratello. Ma come dice il grande maestro dell’horror Stephen King: attenzione a quello che si desidera. Il sogno dell’America che si trasforma in incubo l’ho ritrovato nella filastrocca che mio nonno ha tramandato a mia madre, in cui il dialetto della sua terra d’origine e la lingua straniera appresa oltreoceano, si mescolano a comporre dei versi a ricordo di quel Natale in cui, non avendo soldi nemmeno per mangiare, se ne andò sul lungomare di Coney Island a vendere palloncini:

Santa Claus mùscio mùscio
nun ten’ nè scarp e neanch’è papusci
o Dio Beato
Santa Claus a ccà nun è passat’

(Santo Natale stanco stanco,
non hai le scarpe e nemmeno le pantofole.
O Dio Beato,
il Santo Natale da qua non è passato)

Il 223 di Mott Street, a Little Italy, NY
Il 223 di Mott Street, a Little Italy, NY

Ma non solo, Durante il periodo della Grande Depressione negli anni ’20 raccontava di aver lavorato anche come robivecchi, girando per le strade di Manhattan raccogliendo quello che la gente buttava via e rivendendolo ai mercatini. Poi finalmente arrivò un lavoro sicuro, in una fabbrica. L’amara scoperta nel momento di andare in pensione: non avendogli versato tutti i contributi aveva diritto ad una somma minima. Sicuramente non una vita facile la sua.

DSCF5497E anche il mio viaggio attraverso la porta ufficiale degli immigrati si è rivelato un vero incubo. Quell’America tanto desiderata e idealizzata, mi ha mostrato un lato che non avevo minimamente sospettato, e mi ha lasciata amaramente triste. Ero cresciuta credendo davvero che oltre oceano si nascondesse l’Eldorado del benessere e della vita semplice. Mi sono ritrovata in un luogo che assomigliava ai nostri moderni CIE, o peggio: ad un campo di concentramento. Riuscire ad emergere e ritagliarsi una vita migliore una strada in salita.

il palazzoHo seguito le tracce di mio nonno come Pollicino nel bosco, ho attraversato Chinatown e sono arrivata sotto un anonimo palazzo al 223 di Mott. Street, scoprendo che a New York non si usa indicare il cognome sui campanelli esternamente. Finalmente ero sotto a quel palazzo che avevo guardato decine e decine di volte su Google Earth. Una strada stretta, a senso unico, piena di palazzi tutti uguali, proprio come quelli che si vedono nei film: bassi, 4 piani appena, e la scala antincendio in ferro esterna. Anonimo. Uguale a tanti altri. Il palazzo si trova in piena Little Italy, e mentre ne osservavo le finestre nella testa ho sentito la voce di Francesco De Gregori che cantava:

“Mamma chissà se valeva la pena, di fare tanta strada ed arrivare qua”.

Ho cercato un bar, ne ho trovato uno pieno di targhe e immagini Fiat e Vespa, ho bevuto il peggior espresso di tutto il mio soggiorno americano, e ho promesso a me stessa che la prossima volta avrei affrontato il viaggio solo se ad aspettarmi all’aereoporto ci sarebbe stato qualche americano con nel sangue un po’ del mio DNA, ereditato da un nonno che avrei tanto voluto conoscere.

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