Quando la politica è tutta un’altra musica

La musica è un linguaggio a disposizione della comunicazione politica tanto quanto lo sono immagini e parole, alle quali siamo più abituati, e il suo utilizzo risale agli albori della comunicazione politica moderna. E così come cambia la politica, cambia anche la musica che l’accompagna.  Questa la tesi di partenza della ricerca di Andrea Zoboli, 24enne nonantolano e futuro sociologo laureando all’Università di Bologna, che lo scorso 4 marzo al “Salto nel Suono” a Nonantola ha presentato il suo studio su “Musica e Campagne elettorali”. Oggi l’utilizzo delle canzoni nelle campagne elettorali, pur rispondendo a precisi schemi comunicativi, genera combinazioni inattese, talvolta vincenti, talvolta esilaranti.

Quali funzioni vengono attribuite alla musica e come sono cambiate al mutare del contesto politico-mediatico in cui hanno luogo?
Tradizionalmente la musica viene considerata come veicolo di messaggi politici, di espressione di simboli, valori, ideologie – afferma Zoboli – La combinazione tra personalizzazione della politica, popolarizzazione dei media e impiego massiccio di tecniche di marketing ha però ampliato notevolmente le funzioni attribuite alla musica. In un’epoca di celebrity politics, in cui i leader politici sono in primis celebrità e queste ultime dispongono di potere di influenza, la pratica di endorsement è divenuta sempre più frequente. La musica, inoltre, diventa un espediente per attirare l’attenzione dei media sul candidato politico, o per presentarlo in maniera meno formale, o, infine, accompagnamento di iniziative di campagna elettorale.

Andrea Zoboli
Andrea Zoboli

Per raccontare queste numerosi opzioni di utilizzo sono stati presi in considerazione nella ricerca alcuni casi notevoli: la storia della canzone politica tra Prima e Seconda Repubblica in Italia, il rapporto tra Tony Blair e il Britpop, le campagne di Barack Obama.

La politica italiana ha una certa consuetudine con la formula dell’inno di partito – prosegue Zoboli – Questa consuetudine affonda le sue radici nella Prima Repubblica, quando i partiti di massa in primis si servivano di questi canti politicamente, ideologicamente e simbolicamente connotati – e per questo divisivi – per creare senso di appartenenza e identificazione nei propri militanti. Con la Seconda Repubblica, l’inno rimane una strada percorribile ma, di fatto, l’unico a cui si può riconoscere una certa efficacia è quello di Forza Italia del 1994. Gli eredi del PCI, invece, abbandonata Bandiera Rossa, scelgono di percorrere la strada del pop. Da “Viva l’Italia” di De Gregori nel 1994 a “Canzone Popolare” di Fossati nel 1996, fino a “Mi fido di te” di Jovanotti nel 2008 o “Inno” di Gianna Nannini nel 2013, la tendenza è una ed una sola: la riduzione a zero di ogni contenuto politico, al fine di parlare ad un elettorato sempre più fluido e de-ideologizzato.
Il pop, d’altronde, pare essere l’approdo inevitabile, anche alla luce delle esperienze di altri paesi. E, in fondo, se gli inni servivano a creare sentimento di appartenenza ad un partito, possono funzionare in un’epoca politica in cui questi ultimi versano in grave discredito?”.

clinton

Il politico che intona il motivetto piace sempre molto. Ma perché?
Il politico che canta piace perché ognuno di noi canta. Non dobbiamo pensare al video musicale di Antonio Razzi o ad altri tentativi caduti nel ridicolo. Dobbiamo pensare, ad esempio, a Barack Obama che intona due versi di “Let’s stay together” di Al Green. Dobbiamo pensare a Tony Blair in posa con una Fender Stratocaster, a Bill Clinton con il suo sax. Tutti questi espedienti servono per presentare il leader di turno in maniera meno rigida, formale, mettendone in luce le passioni o le abitudini quotidiane, quelle “della gente comune”. In un’epoca in cui i politici si danno da fare per “non sembrare politici”, in cui l’informazione si concentra sempre più spesso sul personale che su provvedimenti e programmi, la musica offre numerose opportunità.

Tony Blair con Liam Gallagher degli Oasis
Tony Blair con Noel Gallagher degli Oasis

Negli anni Novanta la Gran Bretagna visse il più grande fenomeno commerciale e musicale di massa da trent’anni a quella parte: il Britpop, un movimento che si accreditava come orgoglioso riscatto del pop inglese. Tony Blair, volto del New Labour, divenuto un marchio più che un partito, prospettava dal canto suo la rinascita politica del paese.
Questa analogia fu sapientemente sfruttata da Blair e dai suoi strateghi, saldando di fatto i due mondi – spiega Zoboli – Il politico non mancò mai alle cerimonie di consegna dei premi musicali annuali, mentre i leader di Blur e Oasis venivano invitati in Parlamento o a Downing Street. Impossibile riproporre altrove un abbinamento simile, specie per i peculiari tratti di “englishness” che accomunarono genere e contenuti musicali e retorica politica. Possiamo però trarre alcuni insegnamenti sull’importante tecnica dell’endorsement, ad oggi non particolarmente praticata in Italia.

Fondamentale ovviamente selezionare musicisti di successo, che offrano al politico visibilità mediatica e capacità di influenzare le opinioni di audience particolarmente vaste. In secondo luogo, l’associazione candidato-musicista deve risultare immediata: non la si può affidare dunque ad una saltuaria dichiarazione pubblica ma deve essere ribadita da entrambi i contraenti attraverso ripetuti media events.

Infine, non ci si può accontentare di conquistare il supporto di personaggi la cui opinione politica é notoriamente coerente con quella del candidato: l’abbinamento con artisti politicamente “vergini” susciterà maggiore interesse mediatico e consentirà di parlare a segmenti dell’elettorato tradizionalmente distanti.
Resta il fatto che un endorsement è un processo biunivoco: anche il musicista verificherà che il candidato disponga di determinati requisiti, tali da non offuscare la propria immagine.

Al momento in Italia non riconosco molti musicisti appetibili per un endorsement. Ma nemmeno molti politici. 

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