Quando la Borsa fa bene all’ambiente

Andrea Ronchi è un manager modenese appena trentenne. Per esser precisi è un “Business Development Manager”. E fin qui ci siamo. Solo che chiacchierando del suo lavoro per un’azienda milanese, EcoWay, impresa che si occupa di consulenza globale nel settore dei cambiamenti climatici, finisci per porgli la domanda fatidica di chi ci ha capito poco: “Sì, ma in concreto, che lavoro fai?”. Il problema ovviamente non è Andrea, ma il settore per il quale lavora. Quello che banalizzando, si chiama “borsa delle emissioni“.

andrearonchiQualcosa di cui pochi conoscono l’esistenza e, tra questi, ancor meno sono in grado di spiegarne esattamente funzionamento ed utilità. Eppure l’Emission Trading Scheme (ETS) o, semplificando, il “mercato delle emissioni”, è uno degli strumenti più efficaci oggi in attività per tentare di ridurre le emissioni planetarie di anidride carbonica, considerata prima responsabile dell’Effetto serra e del surriscaldamento globale della temperatura del pianeta. Un’apocalisse da tempo annunciata ma che, inspiegabilmente, non spaventa più di tanto. Anche se il 2014 è stato l’anno in cui si sono registrate le temperature medie più alte dal 1880. Tanto che gli scienziati che gestiscono il “Doomsday clock”, l’orologio dell’apocalisse, un orologio virtuale le cui lancette vengono simbolicamente avvicinate alla mezzanotte a seconda di quanto gli studiosi stessi ritengano prossima all’estinzione l’umanità, è stato spostato a tre minuti dall’ora x.

et1Anche se in maniera sicuramente insufficiente, i governi europei (i paesi cosiddetti emergenti e gli Stati Uniti sono decisamente più indietro rispetto a noi) stanno tentando da tempo di adottare delle soluzioni concrete che pongano argine al fenomeno e al tempo stesso favoriscano la riconversione di tutta l’industria continentale verso un modello sostenibile dal punto di vista ambientale. Il mercato delle emissioni è lo strumento individuato dalla UE a seguito della firma nel 1997 del Protocollo di Kyoto, il trattato internazionale il cui obiettivo è esattamente la riduzione del riscaldamento globale. L’Europa ha fissato anche una data precisa per la svolta: il 2020, quando nel vecchio continente dovranno essere ridotte le emissioni di gas serra del 20% rispetto al 1990, cresciuta del 20% l’energia ricavata da fonti rinnovabili, ridotti del 20% i consumi di fonti primarie (obiettivo conosciuto come “20-20-20”).

Ma come funziona esattamente il mercato delle emissioni? “Per dirla con uno slogan – mi spiega pazientemente Ronchi – le aziende che inquinano pagano,  quelle che disinquinano vengono pagate“. Detta in maniera un po’ più complessa, l’Emissions Trading Scheme varato dall’Unione Europea regola la compravendita di “crediti di emissioni” come se, appunto, fossero azioni regolarmente scambiate in Borsa (azioni che attualmente, a causa di una serie di fattori, non ultimo la crisi,  vengono scambiate a a 7 euro per tonnellata, mentre il prezzo di equilibrio sarebbe tra i 30 e 40 euro). In pratica, i singoli Governi, sotto il controllo della Commissione europea, stabiliscono un tetto alle emissioni di ogni singola azienda secondo standard comuni. Più un’azienda resta sotto il limite e più crediti può rivendere ad altre società non in grado, per la natura della propria produzione o dei propri impianti magari obsoleti, di restare entro i livelli prescritti. Il sistema così concepito finisce per incentivare meccanismi virtuosi di riduzione dell’inquinamento, perché a essere ecosostenibili ci si guadagna, a inquinare ci si perde. Venendo obbligato o ad acquistare crediti o, nei casi peggiori, a pagare le multe comminate. Perché chi non rispetta i limiti imposti, oltre alla revoca della possibilità di effettuare emissioni, viene multato. Di 100 euro a tonnellata di anidride carbonica emessa. Che detta così, pare poca cosa, “ma che – mi precisa Ronchi – per molte aziende significa dover chiudere”. Meglio “giocare” in borsa, quindi.

et2Il sistema è il migliore tra quelli possibili? Ovviamente no, tutto è perfettibile e migliorabile. E le scelte politiche (e il mercato delle emissioni è un meccanismo nato da una scelta politica) sono sempre, inevitabilmente, frutto di compromessi. “Nell’ETS – dice Ronchi – va sicuramente riconosciuta la lungimiranza della Commissione europea nel dotarsi di uno strumento pragmatico in grado di operare per una effettiva riduzione degli agenti inquinanti ma, al tempo stesso, non va nascosto che questa soluzione nasce anche dall’impossibilità di attivare altri strumenti. Ad esempio la Carbon tax, da alcuni economisti ritenuta uno strumento più performante per raggiungere l’obiettivo. A livello UE se ne è discusso, ma non è possibile imporre tasse agli stati membri. L’emission trading è un compromesso. A suo modo, fa comunicare tra loro ambientalismo e capitalismo. Cosa non da poco, visto che nessuna tra le estremità dei due poli lo vorrebbe. Le aziende perché dicono che il meccanismo, che soggiace a un tasso di burocratizzazione piuttosto alto, appesantisce il loro lavoro. Gli ambientalisti perché contestano la stessa idea di fondo: fare dell’ambiente un oggetto di mercato.  I più intransigenti tra questi ultimi vorrebbero una severa tassazione e stop. All’estremo opposto c’è che non vorrebbe alcuna forma di controllo. In mezzo ci sta il mercato delle emissioni”.

et4Siamo di fronte alla quadratura del cerchio quindi? Non esattamente. “Il meccanismo va sicuramente migliorato – continua Ronchi – e ha ancora diverse criticità. Oltre che ampi margini di ottimizzazione, naturalmente. E’ indubbia ad esempio l’eccessiva burocratizzazione. La modulistica da compilare è impressionante e un’azienda finisce per dover avere al suo interno una persona che si occupi solo di questo. Altro problema: quando nei primi anni del nuovo millennio la Ue ha stabilito il numero di permessi da immettere sul mercato, lo ha fatto tenendo conto di un’Europa in continua crescita. Se oggi siamo dentro gli obiettivi previsti dai vari step, non è perché in pochi anni (lo schema EU-ETS è partito il 1 di gennaio del 2005) abbiamo assistito in Europa a una rivoluzione industriale ecosostenibile, ma perché le  nostre aziende oggi lavorano il 30 per cento in meno e, ovviamente, emettono altrettanta Co2 in meno. Insomma, siamo in linea perché i forni sono spenti”.

La direttiva ETS non copre tutta la produzione industriale europea, ma riguarda quegli impianti con elevati volumi di emissioni che, appunto, non possono funzionare senza l’apposita autorizzazione a rilasciare gas serra. A livello europeo, coinvolge oltre 11.000 impianti, tra termoelettrici e industriali nel campo della produzione di energia e della produzione manifatturiera. L’Italia, paese a forte vocazione industriale (nonostante tutto) si posiziona come numero di soggetti attivi nel trading tra i primi tre in Europa. Ad oggi, sono oltre 1.300 gli impianti italiani coinvolti, di cui il 71% circa nel settore manifatturiero. In Emilia-Romagna, sono 186 (dato 2013), per un totale di emissioni verificate di 10.269 milioni di tonnellate annue. In termini di emissioni, la nostra regione si trova al settimo posto in Italia. In testa troviamo la Puglia, con 31.988 milioni, seguita da Lombardia (21.911) e Sicilia (19.415).

Ma cosa fanno in concreto, il manager Andrea Ronchi e la sua azienda? “Varie cose – risponde – aiutiamo le aziende nelle loro strategie di riduzione e annullamento delle emissioni di CO2, a scambiare permessi sui mercati, a monitorare i livelli di emissione e anche nella gestione burocratica accompagnandoli fino alla verifiche di certificazione in modo da garantire un puntuale e trasparente accesso ai mercati alle migliori condizioni”.

et5E come ci finisce un trentenne in un settore così complicato, tanto importante quanto poco conosciuto dall’opinione pubblica?  “Per caso – sorride Ronchi – dopo l’Università ho cominciato a lavorare in Lufthansa. Quattro anni fa, quando gli operatori aerei hanno dovuto cominciare a preparasi per essere inclusi nel mercato (obbligatorio) mi venne assegnato il compito di elaborare il progetto di entrata. Mi ci sono appassionato. Da lì sono venuto a contatto con la mia attuale azienda e quando ho deciso di fare un salto di qualifica mi si è aperta l’opportunità di lavorare con loro. Oggi sono contento. Sono in un settore d’avanguardia. Stiamo parlando di una nuova frontiera. Trovarmi a trent’anni in prima linea su un tema centrale delle politiche economiche e ambientali del futuro, beh, sì: mi gasa”. Almeno questo, anche in un mondo complicato come quello dell’emission trading, non è difficile da capire.

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