Quando andavamo alla Casa delle Cento Finestre

Siamo stati tutti pischelli. E da pischelli il mondo era nostro, specie se era la calda estate del 2003, si avevano 17 anni e un gruppetto variegato di persone con cui ammazzare le giornate. La landa afosa del modenese aveva ben poco svago refrigeratore da offrire, tanto da rendere interessante anche la puntata delle 15.00 di Dawson’s Creek, in onda dopo Futurama, pur di non dover uscire di casa e liquefarsi. Anche le panchine nella piazzetta di S.Agnese avevano perso il loro appeal e le incursioni serali alla buonanima del Lido Park 100f06lasciavano larghe chiazze di sudore sulla schiena. Prima erano state sostituite dall’umidità del Red Lion al Parco Amendola, dove gli sfattoni giocavano a freesbee e si beveva birra in bicchieri di plastica. Poi, da una macchia di verde selvatico vicino ai binari del treno, dopo Saliceto sul Panaro e un viottolo al buio tra ghiaia e sterpi: un trainspotting in salsa modenese, a base di birrette, coche calde e gelato in vaschetta scioltosi già lungo il percorso, a raccontarci – data la location – storie di paura alla Urban Legends.

L’idea era nata lì, tra racconti di serial killer con la mano uncinata e l’odor di sisso della prima campagna, ma giaceva nei nostri ricordi di bambini più o meno inconsciamente. Perché non andare a esplorare la Casa delle Cento Finestre sulla Via Vignolese?

100f07Quando sei pischello il degrado è affascinante e le case abbandonate ancor di più, specie se, a quanto si diceva, ammantate di leggende e infestate dai fantasmi: inutile negarlo, la casa abbandonata è un grande topos narrativo e la sua perlustrazione è un fondamentale rito di iniziazione. Chissà, forse lo è ancora.

(E comunque noi non eravamo nativi digitali, al massimo avevamo l’adsl a casa e il nokia 33.10 in tasca).

Fonte immagine: www.silviagiacobazzi.com
Fonte immagine: www.silviagiacobazzi.com

Qualche pomeriggio dopo partimmo in avanscoperta, una piccola torcia ciascuno e un paio di macchine fotografiche, freschi dei consigli di amici navigati e fratelli maggiori. Entrare sul retro, scavalcare la finestra a sinistra (“non quella a destra perché se no finite in un buco”), non salire sul ballatoio sopra la sala principale. E soprattutto andarci di giorno, perché di notte la Casa era notoriamente frequentata da deficienti pseudo-satanisti.

Sapevamo che tirava già aria di ristrutturazione. La Casa sarebbe presto stata destinata a uffici o forse ad abitazioni, e da una parte ci piangeva un po’ il cuore poiché il mondo era nostro e in quel modo la Casa non sarebbe stata più – in un certo senso – nostra. Non 100f01sapevamo che il suo vero nome era Villa Buonafonte, né che fosse stata costruita all’inizio del Settecento e che appartenesse in origine alla famiglia Bentivoglio, la quale l’aveva venduta alla Cassa di Risparmio nel 1980. Non sapevamo nemmeno che in passato aveva ospitato duchi, arciduchi e duchesse; eravamo soltanto a conoscenza delle “voci di corridoio”, mischiatesi col tempo ad altre leggende: persone murate vive, morti improvvise, finestre che compaiono e scompaiono. Si diceva che, contandole, non sarebbe mai risultato lo stesso numero.

100f02(Personalmente ne ho contate 98, poi ho ricontato ed erano diventate 103, ma la matematica non è mai stata il mio forte).

Dopo la conta di rito entrammo, spingendoci a vicenda attraverso la finestra “buona”, e ritrovandoci dentro. Mi ricordo il piano di sotto allagato. Mi ricordo la grande sala poligonale e il ballatoio dove non bisognava salire da cui filtrava una luce verdognola, le scritte sui muri a deturpare resti di affreschi e vetri sbeccati, forse un tempo colorati. Poi, un corridoio decorato che si apriva in una successione di sale, e nessuno che volesse chiudere la fila. Le scale per salire, ricamate dalle ragnatele, e le stanze vuote con accessi murati e controsoffitti crollati. Mi ricordo la dependance accessibile, con i resti di quella che doveva essere una cappella per pregare, una decorazione in stucco aperta su di noi come un fantasma alato e una scarpa da ginnastica all’ingresso. Prima di andare via, senza avere incontrato nessuno, ectoplasma o 100f03essere in carne e ossa, abbiamo fatto la cosa più ardita della nostra spedizione: accendere una decina di lumini mezzi consumati sparsi nella sala poligonale e disporli in forma di croce, per spaventare i successivi visitatori. Probabilmente si sono spenti nel tempo in cui abbiamo raggiunto la strada, dopo esserci fatti una foto di gruppo liberatrice davanti alla Casa, tutti sani e salvi, il sole un po’ più basso all’orizzonte.

La morale della storia è che, seppur con incoscienza, se non vai a caccia di fantasmi a 17 anni poi non ci vai più. Inoltre, per rivedere gli interni della Casa (ristrutturata) a distanza di dodici anni dovrei comprarmici un appartamento o farmi assumere in uno degli uffici che vi si sono insediati.
Dal canto mio invece, in un certo senso cerco ancora fantasmi e ogni mattina riapro gli occhi in un’altra città, ma comunque vada la certezza è una: a Modena d’estate c’è ancora un caldo porco.

(fotografie di Francesco Cerofolini, 2003)

6 risposte a “Quando andavamo alla Casa delle Cento Finestre”

  1. Adoro il tuo stile. Fresco, frizzante e tutto modenese. Allontanata dai giornali per lo stile retorico e ampolloso, è stato un piacere essere catturata dalla lettura questo articolo!

  2. Bello veramente bello!!! Mi hai fatto rivivere momenti da ragazzo…. Me la ricordo bene tra adrenalina paura e tanta curiosità…. Grazie!!!

  3. Per quello che ti posso dire, io sono dei tempi piú vecchi quello di ” villa ombrosa” ( se ben ricordo si scrive cosí) ed ero entrato nel 1993 con le classiche storie di fantasmi. E quello che ricordo che una casa tanto grande e molto bella dentro. Ammetto che mi sarebbe piaciuto entrare a quella delle 100 finestre. Nel 1995 avevo solo 15 anni e Giá si pensava in una spedizione con gli amici cosa poi lasciata li con il tempo. La tua é un avventura fantástica. E la casa dalle foto fatte é senzazionale. Certo nel 2003 sicuramente un po piú facile che il 1995. A livello machihembrado fotografiche digitali. Pero il tuo é stato straordinario. E credo che modena dovrebbe cercar do salvaguardare questi beni culturali. Ti ringrazio di aver riportado il quanto avvenuto.

  4. Bello, mi e piaciuto!! Io vado a caccia di fantasmi nel senso scientifico qualcuno di voi conosce qualche sito nel modenese interessante?

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