Qualcosa si è spezzato

Camminare per il centro de l’Aquila ti mette in soggezione. Scattare foto, poi, da’ la sensazione di rubare qualcosa alle persone. L’Emilia è nostra, possiamo sottrarre al paesaggio scorci e anche ferite che ormai ci aquila CASA STUDENTEsono familiari quanto le scene di vita domestica che postiamo sui social. Ma l’Aquila non ci appartiene, la sofferenza degli aquilani non ci appartiene e aggirarsi tra i loro palazzi puntellati richiede rispetto e distanza. E qualche foto in meno; non perché quanto si vede non meriti di essere rilanciato ma perché ti immagini che le abbiano già scattate tutte, quelle che c’erano da scattare, e con le rovine e le impalcature, purtroppo, a meno di non essere veramente, ma veramente bravi, non si vince il Pulitzer.

La Casa dello Studente non è un monumento alla memoria, è un palazzo sventrato come tanti che costeggi sulla strada e se non sai dov’è e cos’è successo il sei aprile – se non l’hai conservato, insomma, nella tua personale Storia del nostro paese – nemmeno ti accorgi di averlo superato, non fosse che per le magliette e le foto dei ragazzi ancora appese alla transenna.

aquilaIl racconto di questi sei anni – pochi, tanti? Vedremo se anche noi ci arriveremo con le cicatrici nel cuore e nei piedi (quelli che hanno pestato di notte le macerie) – è un racconto costellato di dolore, per le 309 vittime e perché la ricostruzione è diritto ma è anche un risarcimento inadeguato e troppo misero. E non che – pur lentamente, credetemi, molto, molto lentamente – le cose non procedano in qualche modo. Ma rimettere insieme i cocci di un intero popolo, squarciare il velo che oscura il futuro non è questione di fondi ed ordinanze.
C’è qualcosa di più profondo che si è spezzato in chi quella notte ha perso i propri familiari, amici, luoghi, che pur avendo condiviso la difficile esperienza di un terremoto non è possibile comprendere appieno.

aquila2Ci sono stati errori – tanti – di politica e di comunicazione, più di quelli che oggi anche noi paghiamo, in termini di eclissi sul piano mediatico e di errata rappresentazione del post-sisma, qui in Emilia e in Lombardia. Errori che, anno dopo anno, anniversario dopo anniversario, hanno appiattito le persone sul presente e rendono oggi più difficile interpretare nelle cose i segni di speranza.

Ma noi, si sa, siamo cristiani, e siamo abituati al lievito, al granello di senapa, al seme che muore e porta frutto. Alle ferite che diventano feritoie di grazia. Per questo la basilica di San Bernardino ripristinata, luminosa e immacolata come non era mai stata prima, è un segno dei tempi, uno di quei “già e non ancora” che se li lasci entrare trasformano dall’interno la coscienza e accendono il desiderio di ridire la parola futuro. Che puoi pronunciare solo quando capisci che aquila4riaprire non vuol dire solo rientrare, vuole dire anche, e soprattutto, far uscire qualcosa. Per questo stesso motivo, ‘Vola‘, il settimanale diocesano nato dopo il terremoto dal desiderio di raccontare, capire, custodire, è più di una speranza, è un invito. Ma l’Aquila non se lo può dire da sola. “Vola”, dopo sei anni, purtroppo, non è l’attestazione di un obiettivo raggiunto. Dobbiamo dirglielo, che il verbo non è all’indicativo. E’ una missione, è un imperativo che noi, a 450 chilometri e 282 vittime di distanza, vogliamo fare nostro e condividere, con la tenerezza di chi è venuto e ha visto, e quel che ha visto se lo tiene ben stretto perché non è un’immagine, è un legame: adesso vola, l’aquila. Vola.

L’appello
“L’Aquila non sia un problema ma una questione di tutta Italia”

A sei anni dal sisma la città soffre ancora. Lo hanno confermato il direttore de L’Espresso, Luigi Vicinanza, che in quel 2009 era alla direzione de Il Centro – giornale abruzzese con sede a Pescara – e si trovò ad esserne vittima e inviato – e Giustino Parisse, anche lui giornalista e padre di due ragazzi che nel terremoto persero la vita (autore, pochi giorni dopo il sisma, di un toccante articolo, “Com’era bella la mia Onna”. “La città soffre molto ancora, perché il terremoto non è finito ma continua nelle ferite che rimangono e certamente nell’animo delle persone”. Gli fa eco don Claudio Tracanna, direttore di “Vola”, settimanale diocesano dell’Aquila, tra gli organizzatori del Convegno, voluto fortemente dalla Federazione dei settimanali cattolici e dalla Chiesa per offrire un segno di speranza e parlare attraverso i mezzi di comunicazione. Sei anni fa un nuovo giornale, Vola, nasce dal sisma e racconta la ricostruzione ma non solo: “con le nostre forze cerchiamo di dar voce a tutti i germi di bene che comunque all’Aquila continuano ad esserci, a svilupparsi nonostante tutto. Anche la Chiesa chiaramente soffre con la popolazione, quel che fa è condividere questo dolore annunciando la speranza in cui crediamo e che ci sorregge”. Però occorre fare di più: “All’Italia chiediamo che l’Aquila non sia un problema ma una questione di tutta Italia, da risolvere al più presto possibile perché purtroppo la ricostruzione è partita ma è ancora troppo lenta”.

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