Ho visto migrare un’intera civiltà

Ho visto migrare un’intera civiltà

Accompagnando in missione l'europarlamentare Cécile Kyenge, un modenese ha visitato il confine tra Ungheria e Austria dove sono ammassati migliaia di profughi in fuga dai loro paesi in guerra. Il loro, racconta, non è solo un esodo biblico. A lasciare le terre d'origine non sono solo i loro corpi, "ma sono soprattutto i valori, le idee, le competenze e le modalità di comunicazione che quelle persone ospitano nelle loro menti". Insomma, a migrare, sono intere civiltà.

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Ho visto 3000 profughi aspettare ordinati e con dignità il proprio turno per salire su una corriera che li portasse dall’altra parte della frontiera: verso la libertà. Ho visto donne, uomini, bambini, anziani e mutilati fare la fila per prendere un pezzo di pane, una bottiglietta d’acqua, dei biscotti. Ho visto una famiglia siriana – padre, madre, un figlio in fasce e due in tenera età – scendere le scale di un Centro per rifugiati ed incamminarsi mano nella mano verso il confine: sulle spalle uno zaino e in mano una borsa, stop.

Ho visto bagni chimici improbabili che nemmeno al concerto dei Rolling Stones ne avevo visti di messi così male. Ho visto volontari e operatori umanitari impegnati con passione nell’aiutare persone in fuga dalle loro terre martoriate dalle guerre. Ho visto 6 volontari che facevano una riunione in piedi, in cerchio, per decidere come montare le tende. Ho visto un bambino arrivare con lo sguardo perso nella zona di confine: 10 anni circa, dolorante, era solo, nessun genitore all’orizzonte. Ho visto bambini piccolissimi frugare all’interno delle sportine di plastica portate da volontari per prendere un po’ di cibo, dei vestiti, le caramelle. Ho visto persone arrivare al confine dopo ore e ore di marcia sul suolo ungherese: stanchi, stravolti, con le infradito.

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Ho visto persone ammassate attorno ad un generatore di corrente per caricare il proprio cellulare: l’unico possibile strumento di comunicazione con cui tenere i contatti con i parenti rimasti a sfidare la guerra. Ho visto un ragazzo trasportare sulle proprie spalle un amico mutilato, senza gambe. E i due ridevano e scherzavano. Ho incontrato una profuga mussulmana sui sessant’anni che mi ha chiesto con molta cortesia una sigaretta. E in cambio ha voluto offrirmi a tutti i costi un biscotto. Ho visto migliaia di persone decidere di lasciare tutto: la casa, il lavoro, gli amici e la propria vita passata per cercare qualcosa di migliore. Questo è quello che ho visto con i mie occhi.

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Ma non me la sento di definire tutto ciò un flusso migratorio. Di racchiudere tutto ciò in un numero: ad esempio, quello dei 50mila profughi che dal 14 al 18 settembre hanno attraversato la frontiera ungherese per passare in Austria e sperare di dirigersi da lì in Germania o in Svezia, le loro vere mete.
Non me la sento di definire questo fenomeno con queste categorie numeriche o lessicali perché mi sembra riduttivo, mi sembra di rinchiuderlo veramente in confini troppo stretti. Mi sento invece di definire tutto quello che ho visto come un esodo, un esodo biblico: un popolo, in primis quello Siriano, ma non solo, che decide di trasferirsi altrove, di ‘traslocare’ in massa per andare a vivere in un’altra terra fuggendo da quella guerra che ha intenzione di uccidere, primo di tutto, la fiducia nel futuro.

Ma che cosa è un esodo se non la trasmigrazione di un civiltà e/o la frantumazione e la diffusione della stessa oltre i confini che l’hanno vista nascere? Quando si manifesta un esodo, ciò che si muove non sono solo le persone, ma sono soprattutto i valori, le idee, le competenze e le modalità di comunicazione che quelle persone ospitano nelle loro menti. Quello che si manifesta non è solo un esodo del corpo, ma è soprattutto un esodo delle mente, un esodo del pensiero.

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Così, l’esodo dei siriani è l’esodo di un popolo a forte trazione orale, che ha nelle proprie corde un sano mix culturale tra occidente e oriente e che ha alle spalle una ricchezza culturale che gli proviene da una storia arricchita dalle civiltà che lì si sono succedute nel corso del tempo. L’esodo siriano è il trasloco di questa storia, è l’uscita di massa dai confini nazionali di questa cultura. E da questo esodo anche noi possiamo imparare qualcosa ed uscirne a nostra volta arricchiti se attiviamo anche noi l’esodo delle nostre menti, traslocandole su un piano di innovazione teso ad accogliere non solo le persone, ma soprattutto le novità culturali che viaggiano con loro.

Ecco quello che ho visto al confine tra Ungheria ed Austria.

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Mi chiamo Giovanni e abito a Maranello, dove sono nato nel 1968, esattamente nel mese, nel giorno e nell’ora in cui a Memphis veniva ucciso uno dei più grandi maestri del secolo scorso: Martin Luther King. Lui leggeva la società con gli occhi di un profeta, io leggo la società con gli occhi del sociologo: questo è il mio mestiere. Mi piace il calcio, che ho abbandonato recentemente per il tennis: sport più dolce. Piatto preferito: la gricia.

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