Preghiere per immagini: il mistero delle icone bizantine

Preghiere per immagini: il mistero delle icone bizantine

Tra i tanti corsi in giro ne abbiamo notato uno particolare. Dove, con un po' di colori, uova e carta vetrata, si può arrivare decisamente molto in alto: alla rappresentazione della divinità, in quelle “preghiere per immagini” che sono le icone bizantine. Ne abbiamo parlato con un monaco che realizza icone e avvicina le altre persone a quest'arte dove “l'esperienza di Dio si materializza nella interiorità del pittore che ne trasforma l’esistenza”.

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Fateci caso: se fate un giro per la città, non solo a Modena ma anche altrove, troverete centinaia di manifesti che pubblicizzano corsi di qualunque cosa. Corsi di marketing, di comunicazione, di lingue, di sommelier, ma soprattutto corsi che hanno a che fare con l’arte: corsi di musica, di scultura, di fotografia, di scrittura, e poi ci sono quelli che come quantità battono tutti, presenti praticamente in ogni bacheca, parete o palo elettrico dell’urbe: i corsi di pittura.

Parlandone con una famosa artista, una vecchia gloria di fama mondiale, di quelle che rimpiangono le epoche passate e hanno modi aristocratici e un po’ snob che possono destare antipatia o affettuosa simpatia, ricordo che mi disse “Talent show in tv, corsi di pittura per strada, tutti vogliono fare gli artisti e nessuno vuole più lavorare!”.

La sua sdegnata alzata di sopracciglio me la ricordo ancora oggi. Non ne ho mai visto di così convinte: per lei doveva esserci una netta separazione tra gli artisti (come lei) e gli altri, la gente che lavora. Per lei l’arte non era per tutti, ma per pochissimi. Ma non per questioni di “casta”, non perché gli artisti siano pochi eletti baciati dalle divinità o illuminati col “fuoco sacro”: ma per un semplice fatto numerico, dato che una società di artisti, per quanto a qualcuno possa sembrare un’utopia degna di essere sognata, è improbabile. Non è economicamente sostenibile e concretamente realizzabile. Soprattutto perché, diceva lei, “quelli con il talento sono pochi”. Il resto sono “velleità”, parola che infatti oggi ha grande successo (velleità artistiche, velleità culturali, ecc.). Questo era il suo punto di vista.

Ben Vautier, To Change Art Destroy Ego
Ben Vautier, To Change Art Destroy Ego

Un giorno però ho trovato un corso diverso dagli altri. Molto diverso. E mi son chiesto chi, nel 2015, potesse proporre un corso di questo tipo e chi, sempre nel 2015, potesse decidere di partecipare a un corso così.

Si trattava di un corso di “Iconografia bizantina – Introduzione pratica nell’antico mondo delle Icone”. Tra un corso di marketing e uno di ballo latino-americano, trovare le icone bizantine – a Modena – mi ha sorpreso. Il docente è Nestore Veselyy, un monaco di origini ucraine, “scrittore di icone” (poi vedremo il perché di questa definizione), residente nel Monastero San Pietro a Modena, quello dei benedettini. Il corso è organizzato dall’Università Popolare San Francesco.

Nella descrizione del corso leggo che “il corso si propone di far vivere ai partecipanti un’esperienza il più possibile completa a livello culturale, spirituale e pratico, cercando di mantenere uniti i tre aspetti”.

Ma ancora non capisco: chi è interessato alle icone bizantine, oggi, a Modena? Una cosa che, almeno all’apparenza, è culturalmente lontana anni luce da questi tempi e queste terre? E’ uno di quei capricci da borghesia annoiata, bisognosa di spiritualità à la page, qualcosa da sfoggiare poi in una di quelle cene in terrazza, tipo io quest’estate vado in Grecia, ah che banale, io faccio un corso di icone, oppure no? Non restava che parlarne con le persone che se ne occupano, ad esempio Maurizio Parascandolo, direttore dell’Università Popolare San Francesco.

La Trinità di Andrej Rublëv, il più famoso autore di icone vissuto tra il 1300 e il 1400 d.C.
La Trinità di Andrej Rublëv, il più famoso autore di icone vissuto tra il 1300 e il 1400 d.C.

L’idea di proporre un corso di iconografia bizantina è nata dalla passione di alcuni iscritti all’Università per l’arte coniugata in senso spirituale” mi spiega il direttore. “Dall’amore per quel genere di espressione personale che mira all’impersonalità. Noi consideriamo l’iconografia bizantina un’arte d’avanguardia.”

Il tipo di persone che hanno deciso di partecipare alla prima edizione del corso (prossimamente ce ne sarà una seconda) è molto vario: ventenni ma anche settantenni, che si ritrovano a lavorare gomito a gomito su un arte che ha secoli di storia e mantiene intatta il suo mistero. Sul sito dell’Università il programma dei corsi è decisamente eterogeneo: da una parte un corso per imparare a usare l’iPad, dall’altra quello delle icone bizantine. Sacro e profano?

Mi capita di chiedermi se il profano non sia soltanto il sacro che ha appreso l’arte dell’autoironia…” risponde Parascandolo. “Noi crediamo che le persone possano essere più vitali se sperimentano diversi ambiti della vita stessa. La tecnologia è un’amica pericolosa del nostro tempo che va conosciuta per poter essere vissuta senza farsi raffreddare”.

L’Università Popolare San Francesco non è un ente religioso e i corsi naturalmente sono aperti a tutti, e infatti “a questo corso hanno partecipato sia persone alle prime esperienze, dal punto di vista tecnico e teologico, sia persone già competenti desiderose di approfondire determinati aspetti che coltivano da tempo” continua Parascandolo.

Un'icona realizzata da Nestore Veselyy
Un’icona realizzata da Nestore Veselyy

Non si tratta di un corso “per diventare più spirituali”, anche perché “la parte spirituale di sé che si scopre in corsi come questo è quella che si manifesta nel contatto con l’altro”. In realtà è un corso molto pratico, e la ricetta per la spiritualità prevede scotch, coltelli, compassi, temperini, carta vetrata, ma anche uova e vino – poi vedremo perché.

Insomma si parte dalla carta vetrata, ma dove si arriva dipende dal percorso personale di ciascuno. Si può anche semplicemente tornare a casa con la propria icona e mostrarla ai famigliari che si chiederanno dove appenderla – forse dietro la tv? Oppure scoprire di avere una dimensione spirituale dentro di sé, rimasta sopita finché non ci si è sporcati le mani con colori e temperini.

Mentre mi documentavo sulle icone, ho trovato un’espressione che mi è piaciuta: “preghiere per immagini”. E’ bella perché dà l’idea di un’astrazione che si concretizza. Visioni interiori che diventano immagini. Infatti l’icona bizantina non è un semplice dipinto che rappresenta la divinità: è sì anche questo, ma è qualcosa di più. Per capire cosa, non resta che parlare direttamente con padre Nestore Veselyy.

Padre Nestore, chiunque può fare un’icona? Anche un ateo come me?

Padre Nestore Veselyy
Padre Nestore Veselyy

Tecnicamente, ogni pittore o anche la persona che sa disegnare un po’ potrebbe realizzare un’icona” risponde padre Nestore. “Ma c’è un particolare. Quando un iconografo si prepara a scrivere un’immagine di Cristo, dovrebbe avvicinarsi a questo compito con un pudore immenso per non indugiare troppo sulla godibilità dell’immagine ma avvicinarsi più possibile al mistero di Dio. Nel passato l’artista era tenuto a rispettare severe regole di comportamento per evitare l’eresia e nei confronti degli iconografi si era molto esigenti dal punto di vista morale (vedi gli eventi del Concilio di Mosca detto Stoglav svoltosi nel 1551). L’icona nasce dalla preghiera, e non ci può essere una vera icona senza la preghiera. Come frutto della preghiera, l’icona è anche scuola di preghiera per coloro che la contemplano e pregano dinanzi ad essa. La teologia ortodossa riteneva le icone opere di Dio stesso, realizzate attraverso le mani dell’iconografo: risultava dunque inopportuno porre sull’icona il nome della persona di cui Dio si sarebbe servito.”

Ma c’è una parte di creatività individuale nella realizzazione di un’icona?

Certo, ognuno lascia la propria impronta nell’interpretare l’icona, altrimenti tutte loro sarebbero uguali come le fotocopie. Pero dobbiamo sottolineare che l’iconografia non dovrebbe essere un mezzo di espressione di sé, di autocelebrazione, di affermazione della propria personalità creativa. Il compito principale di un iconografo è ripristinare il legame dell’icona con la dottrina dogmatica della Chiesa. L’icona non ha le caratteristiche di essere un’opera d’arte perfetta per cui, alla fine il risultato potrà essere anche imperfetto, importante che la cura in quello che si fa riveli amore e rispetto, due caratteristiche inseparabili dell’iconografo nei confronti della sua icona, e del cristiano nei confronti del suo prossimo.

Un'icona realizzata da Nestore Veselyy
Un’icona realizzata da Nestore Veselyy

Perché si dice “scrittore di icone”? Chi realizza un’icona è diverso da un pittore?

I Santi Padri videro l’icona come un Vangelo per gli analfabeti che attraverso il linguaggio dei colori, delle forme e dell’espressione dei visi, insegna le verità cristiane. Per questo motivo, non si dice “dipingere” ma “scrivere” un’icona.

Un’icona normalmente è appiattita senza la cosiddetta terza dimensione, non è costruita con la tecnica del chiaroscuro, non esprime passioni e stati d’animo. Si può dire che è un dipinto che nasce da una esperienza spirituale che comunica una visione interiore tradotta poi figurativamente. Nell’iconografia prima viene una esperienza di Dio che si “materializza” nella interiorità del pittore che ne trasforma l’esistenza.

Come hanno reagito le persone incontrate durante il corso? Secondo lei continueranno a realizzare altre icone?

Sembravano molto contenti e ansiosi di vedere la loro “creatura” ultimata. Con alcuni di loro sono rimasto in contatto e in ottimi rapporti di amicizia. Molti torneranno ai prossimi corsi organizzati dall’Università Popolare San Francesco, anche se, per vari motivi e impegni, non potranno proseguire individualmente nella loro passione per l’iconografia.

Quanto tempo ci vuole di solito per realizzare un’icona?

La realizzazione di un’icona richiede tempi abbastanza lunghi e molta pazienza. Questo dipende dalle dimensioni della icona, dalla composizione (l’icona del Cristo Pantocratore a mezzo busto, per esempio, ha tempi diversi da quella di l’Ultima cena), dall’umidità, dal talento e dall’esperienza dell’iconografo ecc. Se l’icona non ha delle “scadenze” opportuno lasciarla “riposare” un po’, osservando di tanto in tanto il modello e aggiungendo qualche pennellata. Importante di saper fermarsi nel momento giusto, altrimenti il lavoro non finisce mai.

Ultimata l’icona bisognerebbe aspettare almeno un mese prima di passare lo strato finale dell’olifa (olio di lino cotto) o della vernice per consentire il naturale processo di essiccazione della tempera.

A cosa servono le uova e il vino?

La tempera all’uovo è molto resistente. La usavano ancora gli antichi egizi i quali continuano a parlarci attraverso le loro pitture.

Ci sono diverse tecniche della preparazione dell’emulsione dell’uovo.

A quella che faccio io aggiungo del vino che serve a rendere disponibile all’uso il tuorlo, altrimenti sarebbe troppo denso, e poi aiuta a combattere i batteri. Nei paesi freddi, dove non crescono le viti, usavano dell’aceto con l’acqua distillata o della birra.

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Ci sono delle regole precise per la rappresentazione della fisionomia del Cristo? Ad esempio il naso come va fatto? E’ sempre uguale?

Ogni ramo della Chiesa bizantina ha proprie tradizioni e propri “tipi” iconografici. Se guardate le icone russe, greche, rumene, copte o melkite noterete una evidente differenza nel disegnare i soggetti. Poi ogni paese ha delle scuole diverse legate ai periodi diversi. Questo riguarda i volti, le vesti, i colori. La postura, però, rimane sempre più o meno uguale.

Perché la prevalenza dell’oro come colore?

L’oro è il materiale più prezioso che la natura ci offre. Non è un colore, ma il suo spettro cromatico contiene tutti i colori e li riflette, così come la luce di Dio, e rappresenta la luce increata di Dio, in cui Cristo-Uomo è immerso.

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Nato a Oristano nel 1984. Scrive, fa video e cammina molto. Trova Modena più interessante di Bologna.

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