Pasolini a Villa Sorra, memoria plastiche da un set

Pasolini a Villa Sorra, memoria plastiche da un set

Nel quarantesimo anniversario della morte del grande intellettuale, l'allestimento di una mostra fotografica davvero particolare a Villa Sorra di Castelfranco lo celebra con la riproduzione a grandezza naturale delle foto di scena del suo ultimo film, girato proprio nelle grandi sale della villa settecentesca.

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Quando varchi il cancello che separa la villa dal giardino te lo ritrovi lì, sulla destra, seduto su una panchina con l’aria assorta, esattamente come nella primavera del 1975 quando Pier Paolo Pasolini si trovava a Villa Sorra, a Castelfranco Emilia, per girare alcune scene del suo ultimo e più discusso film “ Salò e le 120 giornate di Sodoma”, trasposizione del famoso romanzo di De Sade al tempo della Repubblica di Salò. Sono passati quarant’anni da quello che fu l’ultimo set di Pasolini, prima della sua drammatica morte pochi mesi dopo, nel novembre dello stesso anno. Le riprese del film erano avvolte nel mistero, perché, come spiega lo stesso regista in una delle sue ultime interviste, “è stato girato con tanto mistero perché così si opera bene, nel mistero” e perché “più delle altre volte c’erano dei pericoli immediati, incombenti: l’apparire di un qualche moralista che rifiuta il piacere di essere scandalizzato”. La villa infatti era blindata: nessuno sapeva cosa stesse succedendo dentro. A lasciare una traccia di quei giorni è stata la fotografa di scena Deborah Beer che scatta immagini intime e rigorose degli attori e della scena, le stesse che oggi ritroviamo a grandezza naturale: sagome fotografiche che quarant’anni dopo occupano gli stessi luoghi, raccontando con quello che è un ricordo plastico i giorni in cui Pasolini, il suo staff e tanti ragazzi del luogo girarono le scene del capitolo dal titolo “La selezione”.

A Villa Sorra con al centro una delle sagome di Pasolini a grandezza naturale: da sinistra Giuseppe Modena, dell'associazione XVS Per Villa Sorra; Fausto Ferri, autore del progetto visivo; Stefano Reggianini, sindaco di Castelfranco Emilia; Gianpietro Cavazza, vicesindaco di Modena e assessore alla Cultura. Foto: Serena Campanini.
A Villa Sorra con al centro una delle sagome di Pasolini a grandezza naturale: da sinistra Giuseppe Modena, dell’associazione XVS Per Villa Sorra; Fausto Ferri, autore del progetto visivo; Stefano Reggianini, sindaco di Castelfranco Emilia; Gianpietro Cavazza, vicesindaco di Modena e assessore alla Cultura. Foto: Serena Campanini.

Se lo si chiede in giro saranno in molti a dire che “Salò e le 120 giornate di Sodoma” non sono riusciti a finirlo perché troppo duro, violento e a tratti disgustoso. Il film in effetti è un riuscito mix di politica, poesia, potere, violenza e umiliazioni inferte a un gruppo di giovani da alcuni uomini che esercitano quel potere che uccide e schiavizza, togliendo la dignità alla proprie vittime. Quelle che ritroviamo qui non sono le scene del film ma piuttosto quello che c’è stato dietro la sua creazione: tre Pasolini a pochi metri uno dell’altro ci mostrano il regista intento a dare indicazioni a cameraman e attori, mentre passeggia con le mani infilate nelle tasche dei jeans verso la Limonaia e infine assorto nei suoi pensieri sulla panchina del giardino. Dentro la villa, nella sala centrale, un girotondo di attori ci regala una tridimensionalità molto scenica, mentre raggiungendo la Limonaia possiamo entrare davvero sul set, con le sagome degli attori e delle comparse in posa per le riprese e in fondo, quasi in disparte, il regista che dà istruzioni a due protagonisti. Nella stanza, un lungo rettangolo con tante finestre, entrano lame di luce tale da rendere più vere le immagini, quasi a voler sottolineare e un po’ giocare con la magia del cinema. In fondo al lato sinistro, dietro le sagome, rivediamo gli stessi oggetti che si vedono nella fotografia di Deborah Beer. La bellezza senza tempo di Villa Sorra e del suo giardino fanno il resto.

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Son passati quarant’anni dalle riprese del film e dalla morte di Pier Paolo Pasolini: “Salò e le 120 giornate di Sodoma” oggi è considerato un capolavoro ma allora fu osteggiato quando non censurato e ci vollero quasi due decenni prima che gli venne riconosciuta piena dignità artistica. Le riprese furono lunghe e difficili, il susseguirsi di scene di violenza e umiliazioni richiedettero tutta la pazienza e la professionalità del regista e si narra anche di casi di danni fisici agli attori durante quelle che vengono definite, all’interno della storia, “le punizioni”. Tutto questo, unito alla morte prematura del regista che fu ucciso nella notte tra il 1 e il 2 novembre 1975, contribuiscono a fare dell’opera un vero e proprio cult. Oggi possiamo dire che una piccola parte del mistero che avvolge il film è stato svelato e varcando la soglia di Villa Sorra si ha la sensazione di viaggiare nel tempo, seguendo le tracce lasciate da Pasolini. Il mistero che avvolse le riprese fu custodito – e in parte lo è ancora – da un’intera comunità: furono tanti i giovani del luogo, selezionati come comparse, che parteciparono al film e ancora oggi c’è chi ne parla e ne racconta, con la consapevolezza di aver avuto il privilegio di contribuire a qualcosa di grande e bello. A un pezzo di storia del cinema e della secolare Villa Sorra.

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La mostra nasce proprio per questo: svelare le memorie di un set, quello del film “Salò e le 120 giornate di Sodoma”, proponendo un ricordo non celebrativo del regista e poeta nel quarantesimo anniversario della sua scomparsa. Curata e realizzata da Fausto Ferri, con il supporto organizzativo di Giuseppe Modena, l’evento è promosso dalla Fondazione Cineteca di Bologna con il Centro Studi-Archivio Pier Paolo Pasolini e l’associazione Villa Sorra, patrocinata dai comuni di Modena, Castelfranco Emilia, Nonantola e S. Cesario e con la collaborazione di Cinemazero di Pordenone che ha messo a disposizione le immagini del fondo Bachmann-Beer. Villa Sorra, scelta da Pasolini per realizzare alcune riprese di interni oltre al set principale, Villa Gonzaga-Zani a Villimpenta, è una delle più importanti ville storiche del territorio modenese. Realizzata dal 1699, ha un parco considerato tra gli esempi più rappresentativi di giardino “romantico” dell’Ottocento estense ed è ritenuto tra i più importanti tra quelli informali presenti in regione. Il suo resistere immobile nei secoli e affascinare con i suoi spazi e le sue luci ne fanno un luogo magico, che oggi come allora continua a incantare coloro che ne varcano la soglia.

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