Non si bloccano le trasformazioni per legge

Tra una quindicina di giorni –  il 20 febbraio in Consiglio dei Ministri – verranno definiti i decreti attuativi relativi alla legge delega 183 sul riordino delle riforme contrattuali, l’ormai celebre “Jobs Act”. Nel dicembre scorso il Jobs Act è stato approvato da entrambe le Camere ma quel documento che non disciplina nel dettaglio la materia: contiene una serie di principi e criteri entro i quali il governo viene “delegato” a legiferare attraverso i decreti attuativi. L’argomento è di quelli tosti e ha provocato nei mesi scorsi discussioni infinite su questa riforma importantissima voluta dal governo Renzi.  Il contenuto di due decreti attuativi sono già stati presentati il 24 dicembre scorso: il primo riguarda il “contratto a tutele crescenti” e l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, il secondo gli “ammortizzatori sociali”. Il pacchetto completo lo avremo, come detto, dal 20 febbraio in poi.

Sul Jobs Act interviene oggi con un interessante articolo pubblicato su Linkiesta, Francesco Seghezzi, direttore di ADAPT, l’associazione di studi e e ricerche sul lavoro fondata dal giuslavorista Marco Biagi nel 2000, convenzionata con con il Centro Studi Internazionali e Comparati DEAL dell’Unimore. Fatte salve le dovute cautele in attesa di poter visionare nel dettaglio quelle che saranno le decisioni del Consiglio dei Ministri, l’opinione di Seghezzi è molto critica nei confronti dell’impianto complessivo del Jobs Act e parte da un assunto di fondo: “Costruire una riforma sulla centralità del contratto a tempo indeterminato significa non cogliere la molteplicità dei mestieri e delle professioni che si stanno sviluppando”. Significa, sempre secondo Seghezzi, ragionare secondo logiche del lavoro che non esistono più o che sono ormai in parabola discendente e, di conseguenza, rischiare di approvare una riforma che più che benefici, arrechi ulteriori danni a un mercato del lavoro già in gravissima difficoltà, con una percentuale di disoccupati pari al 12,8 %.

Scrive infatti Seghezzi:

Sappiamo che il lavoro sta subendo una grande trasformazione ormai da molti anni. Le ultime evoluzioni tecnologiche, con la diffusione della connettività mobile, stanno mettendo in crisi il sistema socio-economico sul quale si basava il paradigma contrattuale della subordinazione, espresso perfettamente nel contratto a tempo indeterminato. Con il contratto a tempo indeterminato il dipendente era tale in quanto, non possedendo i mezzi di produzione, necessitava del datore di lavoro in tutto e per tutto e per questo era vincolato ai tempi e ai luoghi da lui decisi. Oggi il concetto di flessibilità è sempre più un fenomeno spazio-temporale, anziché sinonimo di incertezza economico-sociale. Il lavoratore può benissimo esercitare la sua professione da casa, per più datori di lavoro, negli orari che preferisce, e anche nelle fabbriche classiche i sistemi di produzione e di organizzazione danno sempre più un ruolo centrale alla valutazione della produttività individuale.

Il lavoro è in piena trasformazione per tutte le categorie. Photo credit: Connected Monk via photopin (license)
Il lavoro è in piena trasformazione per tutte le categorie. Photo credit: Connected Monk via photopin (license)

Secondo il direttore di ADAPT,  il governo non avrebbe una chiara visione di questa trasformazione epocale in corso nel mondo del lavoro tale da orientare in maniera adeguata i propri provvedimenti. Ma anzi, nel tentativo di combattere gli abusi che hanno favorito l’esplosione di un precariato spinto ripristinando forzatamente la centralità del lavoro a tempo indeterminato (ma soprattutto le logiche che lo presiedevano), rischia di bloccare attraverso una norma la grande trasformazione in atto. Che è del tutto indipendente dal mondo in cui l’abbiamo (mal) gestita in Italia. Ma, conclude, “quando la costruzione giuridica non segue la realtà dei fatti si creano problemi, e la società troverà sempre un modo di sfuggire alla legge, in questo caso attraverso il lavoro nero, che è un danno enorme per i lavoratori oltre che per le casse dello Stato”.

Immagine di copertina, photo credit: Reading the news via photopin (license)

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