No, non siamo diventati tutti poveri

No, non siamo diventati tutti poveri

Ormai in Italia siamo tutti poveri. E' così? No, le cose sono più complesse e pensare che siamo tutti poveri genera una confusione dannosa prima di tutto proprio per i poveri. Ma poi chi sono i poveri? E lo Stato come misura la povertà?

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Tra crisi economica, impoverimento e disoccupazione, in Italia si è diffuso un fenomeno di percezione alterata della povertà. Nei discorsi da bar, al mercato, sul treno, su Facebook e sui giornali, è condivisa la sensazione che “ormai siamo tutti poveri”. Ma è davvero così?

Come abbiamo visto dai recenti dati sulla povertà assoluta, i poveri esistono e forse sono anche più di quelli che fotografano le statistiche dell’Istat. Nel 2015 in Italia sono 4 milioni di persone, il 6,8% della popolazione residente, un dato stabile rispetto all’anno precedente. E’ ovvio che in una società ideale anche un solo povero è già troppo, ma, stando ai numeri, in Italia non siamo tutti poveri. Anzi l’Italia resta uno dei paesi più ricchi del mondo.

Se prendiamo come parametro il PIL (Prodotto Interno Lordo), da molti discusso, l’Italia è all’ottavo posto nella classifica delle nazioni più ricche. E noi ci troviamo in una regione particolarmente benestante, ovvero l’Emilia-Romagna.

Nel 2012 il reddito disponibile delle famiglie in valori correnti diminuisce, rispetto all'anno precedente, in tutte le regioni italiane. Bolzano ha un reddito per abitante doppio rispetto alla Campania. Reddito disponibile pro-capite per regione e variazioni dei redditi familiari nelle macroaree
Reddito disponibile pro-capite per regione e variazioni dei redditi familiari nelle macroaree

Prendiamo il caso di Modena. Nella classifica del Sole 24 Ore sulla Qualità della vita Modena è al primo posto per il tenore di vita e ai primi posti per il tasso di occupazione e per i consumi per famiglia. In pratica si tratta di una delle cittadine più ricche di una delle regioni – l’Emilia-Romagna – più ricche d’Europa e dunque del mondo. E’ evidente che a Modena non siamo tutti poveri.

Ma è altrettanto evidente che anche qua ci sono i poveri, perché dovunque ci sia benessere, c’è anche povertà.

Ci sono più poveri nei paesi ricchi che nei paesi poveri

Come in qualsiasi altro Paese, anche nei paesi considerati economicamente “occidentali” la ricchezza è concentrata in una parte della popolazione, solo distribuita in maniera un po’ più equilibrata: pochi che hanno moltissimo, molti che hanno abbastanza e pochi che hanno pochissimo. Questa è la famigerata diseguaglianza, alla quale sembra impossibile sfuggire. Più un paese è ricco e più risulterà evidente – visto che non siamo più abituati a vivere la povertà da vicino – il divario tra chi ha molto e chi ha poco. O nulla.

Un esempio ormai classico è il Giappone. Sono anni che fa notizia il fatto che anche in Giappone esistono delle persone povere. Ma come, la terza economia mondiale dietro Stati Uniti e Cina? Un paese che ha sì un enorme debito pubblico, per altro perfettamente sotto controllo, ma anche con 127 milioni di abitanti e un PIL da 4,92 migliaia di miliardi di dollari? Eppure, un dato recente parla di un bambino giapponese povero su sei.

In Europa, secondo un recente rapporto Oxfam, ci sono 342 super ricchi che da soli possiedono un patrimonio di 1.340 miliardi di euro.

Anche in Italia la forbice tra ricchi e poveri è sempre più evidente: secondo l’Ocse l’1% della popolazione ha il 14,3% della ricchezza nazionale. Ma è un problema su scala globale che, paradossalmente, riguarda tutti tranne i paesi veramente poveri, quelli in fondo alla classifica.

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In Somalia, per capirci, sono davvero tutti poveri e il problema non è il divario ma lo stato di indigenza assoluta che riguarda (quasi) tutta la popolazione. Nei paesi poveri il tasso di povertà può essere molto più basso di quello di un paese mediamente ricco, che invece è caratterizzato da una forte diseguaglianza economica e di conseguenza ha, paradossalmente, “più poveri”.

Con la crisi del 2007 inizia l’impoverimento nei paesi ricchi

E’ innegabile che dal 2007 in poi, con la crisi economica, si è assistito a un aumento della povertà nei paesi ricchi. Nel 2012 i dati Eurostat indicavano circa 124 milioni di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale nell’Unione Europea, cioè il 24,8% della popolazione.

Quattro anni prima, nel 2008, erano il 17%. Da qui è iniziato un impoverimento che ha colpito fasce di popolazione convinte che la povertà fosse solo un ricordo dei loro nonni: il famoso ceto medio. Ma se è vero che il ceto medio, in Italia e in Europa, si è impoverito, non è vero però che siamo diventati tutti poveri, soprattutto qui, nel nord-Italia.

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Impoverirsi non vuol dire per forza diventare poveri: se passo da una Bmw a una Yaris non significa che sono povero, ma che le mie risorse si sono ridotte o che probabilmente avevo uno stile di vita al di sopra delle mie possibilità.

Soluzioni che non funzionano

Ecco perché il discorso “siamo tutti poveri”, un discorso frutto di una percezione alterata che ci vorrebbe tutti – ma proprio tutti, anche il vicino di casa con la Maserati – poveri in canna, alimenta una confusione dannosa prima di tutto per chi è povero. Perché se siamo tutti poveri è come se non lo fosse nessuno.

Il problema diventa così sempre meno concreto, astratto, invisibile. E di conseguenza le soluzioni.

Soluzioni che, come sottolineato anche nel recente rapporto Caritas sul tema, sono sempre lontane dal risolvere il problema in maniera incisiva. La social card funziona sempre peggio e dal governo arrivano messaggi che manifestano quasi una forma di dissociazione dalla realtà, come la “svolta” di cui ha parlato Renzi.

Secondo la sociologa Chiara Saraceno – autrice del recente saggio “Il lavoro non basta – La povertà in Europa negli anni della crisi” – un errore che viene portato avanti da anni sulle politiche di contrasto alla povertà è l’orientamento “unicamente lavoristico”.

Ovvero, secondo la Saraceno, si interviene sempre e solo sul lavoro, trasformando il Welfare in un “Workfare”. Intervenire solo sul sostegno a chi già lavora (come i famosi 80 euro in busta paga) non funziona e non ha mai funzionato, e i recenti dati Istat sui lavoratori che si ritrovano in povertà assoluta lo dimostrerebbero. Per questo motivo la Saraceno ritiene una misura di contrasto più efficace un sostegno di inclusione attiva. La Caritas ad esempio insiste sul reddito di inclusione sociale.

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Ma per creare delle politiche di contrasto alla miseria che siano efficaci lo Stato deve innanzitutto misurare la povertà: conoscere le dimensioni, la distribuzione geografica. In pratica: capire chi sono i poveri. Come si fa?

Lo Stato come misura la povertà?

Abbiamo visto come quello della povertà sia un concetto complesso e un po’ ambiguo, ma lo Stato, che in teoria ha a cuore il benessere dei propri cittadini e deve proporre politiche pratiche e realistiche, tenta una misurazione oggettiva del fenomeno attraverso l’Istat, che da anni ha elaborato un complesso metodo di misurazione della povertà assoluta.

Non parliamo dunque di povertà relativa, né di impoverimento o rischio di povertà, né di altre formule utili per capire la complessa situazione sociale ed economica del paese; formule utili ma a volte un po’ ambigue e sfuggenti. Parliamo invece di povertà e basta, cioè di persone che non riescono ad avere un livello di vita ritenuto minimamente accettabile.

Il bicchiere dalla staffa, dalla pagina Facebook "Finire i soldi"
Il bicchiere dalla staffa, dalla pagina Facebook “Finire i soldi”

Ma come si decide questo livello minimamente accettabile? Quando lo Stato inizia a considerare un suo cittadino un povero?

I criteri usati dall’Istat sono gli stessi dal 2005, quando il paniere della povertà assoluta è stato aggiornato, ma ogni anno viene fatta una rivalutazione monetaria. Il paniere viene rivisto ogni 10 anni, quindi a breve dovrebbe essere elaborato un aggiornamento. La cifra che viene fuori ogni anno è quella che una famiglia, nel complesso, deve riuscire a spendere mensilmente: se non è in grado, si parla di povertà.

L’Istat tiene conto della fascia d’età, del sesso, del nucleo famigliare e della zona di residenza. Ad esempio, nel 2014

Un adulto (18-59 anni) che vive solo è considerato assolutamente povero se la sua spesa è inferiore o pari a 816,84 euro mensili nel caso risieda in un’area metropolitana del Nord, a 732,45 euro qualora viva in un piccolo comune settentrionale e a 548,70 euro se risiede in un piccolo comune meridionale

da: Report Istat del 15 luglio 2015, La povertà in Italia

Arrivare a questo metodo di misurazione non è stato semplice, e per arrivarci l’Istat si è posto delle domande fondamentali:

La povertà è un fenomeno dalle molte definizioni che, di volta in volta, individuano insiemi di poveri solo parzialmente o affatto sovrapposti. Si è poveri di reddito e ricchezza o delle cose che il reddito e la ricchezza ci consentono di fare? Poveri rispetto ai soli aspetti materiali o anche alle possibilità di scegliere e realizzare i propri obiettivi? Poveri, infine, se non si ha potere oppure se non si è adeguatamente rappresentati?

da: Istat, La misura della povertà assoluta, 2009

L’assenza di una definizione chiara e univoca di povertà rende difficile stabilire chi e quanti sono i poveri. Di solito la soluzione è combinare più misure per descrivere il fenomeno sotto i vari aspetti e avvicinarsi il più possibile a quella che ipotizziamo sia la realtà. Ecco quindi la necessità di un paniere minimo di beni e servizi, un insieme di bisogni essenziali, che però variano in base al contesto.

Essere poveri in Somalia ed essere poveri a Modena

Per capirci: nei paesi del terzo mondo i bisogni essenziali non sono gli stessi di Modena. In alcune nazioni africane la carenza di risorse mette in pericolo la vita: non hai l’acqua, muori; non hai le medicine, muori; non hai da mangiare, muori. Punto e basta. Una cosa che in Italia – tranne alcune rarissime eccezioni – non capita. Dunque ecco perché si parla di uno standard di vita considerato “minimo accettabile” in questo contesto.

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Lo Stato ha individuato i fabbisogni essenziali: la casa, un’alimentazione adeguata, la possibilità di acquisire il “minimo necessario per vestirsi, comunicare, informarsi, muoversi sul territorio, istruirsi e mantenersi in buona salute” (sempre Istat 2009). Su questi ultimi due punti c’è stato un cambiamento fondamentale tra il vecchio paniere e quello nuovo (del 2005): nel vecchio paniere le spese per scuola e sanità non erano calcolate, in quanto si dava per scontato che fossero totalmente a carico dello Stato. Ma successivamente si sono accorti che, di fatto, non era così.

Nel nuovo paniere sono state inserite anche queste spese che risultano a carico della famiglia. Nel caso della scuola parliamo di quaderni, zaini, astucci e cose di questo tipo, spese spesso molto pesanti per le famiglie povere, e questo fino alla scuola secondaria superiore, dopo si fanno ancora più pesanti. Per la sanità invece si intendono quel tipo di servizi che risultano a carico della famiglia come il dentista e il ginecologo (visite specialistiche per cui di solito non si aspetta e si paga interamente la parcella), alcuni medicinali, attrezzature terapeutiche e assistenza a disabili o anziani.

La vita normale e lo standard di vita minimamente accettabile

Per quanto riguarda la casa, non basta averla o poter pagare l’affitto: si calcola anche che le famiglie siano in grado di riscaldarla e di dotarla dei “principali servizi”. Quindi energia elettrica, riscaldamento e, tra i beni considerati “indispensabili”, ci sono la lavatrice, il frigorifero, il “Tv-color” (così lo chiama l’Istat) e la cucina non elettrica.

Se una persona o una famiglia non riesce a sostenere le spese per avere tutto questo – cioè il famoso “standard di vita minimamente accettabile” – è povera.

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La misurazione dell’Istat ovviamente tiene conto delle aree geografiche, perché tra vivere a Bolzano e vivere a Reggio Calabria c’è una bella differenza. Per il valore monetario dei beni, ad esempio degli alimenti, si tiene conto delle differenze tra Nord, Centro, e Sud. Proprio l’aspetto dell’alimentazione è forse quello più curioso, perché fa sembrare lo Stato non un padre autoritario ma più una madre invadente che controlla che i cittadini mangino bene.

La dieta dell’Istat

Infatti l’Istat parla di “un insieme di alimenti, sufficientemente diffusi sul mercato e di uso comune, in grado di assicurare un’alimentazione adeguata“, che garantiscano tutti i nutrienti necessari all’organismo umano per svilupparsi e mantenersi in buona salute, includendo quindi “quei composti utili a promuovere la salute attraverso azioni protettive (ad esempio molecole bioattive come antiossidanti, fitosteroli e fitoestrogeni, di cui frutta, verdura e legumi sono particolarmente ricchi)”. Lo Stato non vuole che il cittadino si ammali, anche perché un cittadino ammalato è un costo.

Per la casa sono state calcolate delle dimensioni minime – se vivete in un cubo di tre metri siete ben al di sotto dello standard di vita minimamente accettabile, sappiatelo – e una media del fabbisogno energetico. C’è poi quella che l’Istat chiama la “componente residuale”, ovvero tutto il resto. E’ molto interessante vedere direttamente la tabella dove vengono sintetizzati tutti gli aspetti di quella che lo Stato considera una “vita normale”.

Questo è il metodo che usa lo Stato per misurare il disagio economico. Gli altri strumenti di misurazione non sono meno importanti e riguardano ad esempio la povertà relativa, che viene calcolata in base al reddito medio: rientra in questa categoria chi ha un reddito inferiore alla metà del reddito medio nazionale. Queste e altre misurazioni aiutano a guardare al fenomeno povertà in maniera più ampia, prendendo in considerazione ad esempio la vulnerabilità alla povertà, ovvero la probabilità di diventare poveri.

E se i potenzialmente poveri diventassero realmente poveri?

Qui si apre un capitolo ampio e decisamente grigio: un esercito dalle dimensioni non quantificabili di persone che sono a rischio indigenza. I recenti dati Istat hanno sottolineato l’incidenza della povertà tra i giovani: più è bassa l’età delle persone e più è alta la povertà. Questo significa che se un domani – che in realtà è già oggi – questi giovani non avessero più il sostegno della famiglia come di fatto capita, diventeranno poveri. E saranno sempre di più.

Un numero enorme di persone che lo stato sociale non sarebbe in grado di sostenere, dato che già ora non ci riesce, con numeri più contenuti e nonostante la “svolta” apparsa a Renzi.

Come abbiamo già scritto, al momento i giovani italiani appaiono meno poveri di quanto non lo siano, semplicemente perché tardano a uscire dalla famiglia di origine, cioè mamma e papà, il vero grande Welfare italiano. Ma se dovessero lasciare casa e avventurarsi nella vita reale senza chiedere “prestiti” o regali alla famiglia, una buona parte non sarebbe in grado di pagare un affitto – e ancora meno di comprare una casa – di riscaldarsi, di nutrirsi, di vestirsi, di pagarsi le spese mediche. Il Tv-color, chissà.

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Nato a Oristano nel 1984. Scrive, fa video e cammina molto. Trova Modena più interessante di Bologna.

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