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La Sublime Porta nel cuore di Modena: i pellegrini e la moschea turca di via Munari

In occasione del pellegrinaggio islamico alla Mecca, continua il reportage di Note Modenesi sulle “moschee” della città, al seguito dei pellegrini che da Modena partono alla volta della penisola arabica. Questa seconda parte è dedicata alla “moschea” turca di via Munari che ha una caratteristica unica: (anche) un imam donna.

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"Mosche" di via Munari

E’ in corso in questi giorni l’Hajj, il pellegrinaggio canonico alla Mecca, quinto pilastro dell’Islam, viaggio spirituale che ogni musulmano deve compiere una volta nella propria vita. Sono milioni i fedeli in marcia da tutto gli angoli del pianeta verso il sacro suolo dell’Hijaz, la regione della Penisola araba in cui sorgono le più sacre città del mondo islamico: Mecca e Medina. La prima è la città in cui il profeta Mohamed è nato (ed è oggi sepolto) e al cui centro si trova la Kabaa, il santuario islamico più importante in assoluto, una costruzione cubica di natura divina, secondo i Musulmani, distrutta durante il Diluvio Universale e ricostruita da Abramo e dal figlio Ismaele. La seconda è il centro in cui il profeta scappò, nel 622, dalle persecuzioni meccane e da cui Mohamed cominciò l’islamizzazione del mondo. Questo avvenimento segna l’inizio dell’era islamica e del suo calendario di tipo lunare.

“Ulu Cami”, la “Grande Moschea” turca di Modena

Fra i milioni di credenti ci sono anche migliaia di pellegrini in viaggio dall’Italia, paese che conta un milione e mezzo di residenti di fede musulmana e oltre 770 luoghi di culto islamici di cui 115 in Emilia Romagna. L’Islam è la seconda religione del Paese, a Modena esistono quattro centri islamici e nel Comune abitano circa diecimila musulmani provenienti da decine di nazioni diverse: fra di essi ci sono circa mille residenti di origine turca.

Panoramica di via Munari
Panoramica di via Munari

A Modena c’è una “moschea” turca. Si chiama “Ulu Cami” – “Grande Moschea”, in turco. Fondato nel 2002 si tratta di un centro culturale islamico (architettonicamente esistono soltanto cinque moschee in Italia dotate di cupola e minareto: a Milano, a Roma, a Torino, a Ravenna e a Colle di val d’Elsa in provincia di Siena). Un tempo l’edificio era un capannone industriale.

Il panorama islamico modenese è frammentato ma non in conflitto. I centri islamici di Modena si parlano poco fra di loro e organizzano in autonomia la vita e le attività dei rispettivi centri islamici: dalle preghiere congregazionali fino allo sport, dall’istruzione alla socializzazione e alla celebrazione comunitaria di feste religiose. La maggioranza dei centri in città è dominato dall’etnia arabo-berbera: tunisini, algerini e soprattutto marocchini, il gruppo etnico più rappresentato in città con quasi 3500 residenti censiti a gennaio di quest’anno.

Da Modena, in partenza in 50 verso la Mecca e Medina

I pellegrinaggi sono organizzati dalle agenzie di viaggio specializzate e dagli stessi centri islamici. A Modena sono circa cinquanta i pellegrini che compiono il “Hajj” (in arabo, il pellegrinaggio alla Mecca). Un viaggio che nel Medioevo, secondo le cronache di illustri studiosi dell’epoca, poteva durare due mesi, partendo dall’Europa e seguendo due rotte principali: quella in parte marittima fino al Levante o al Cairo e quella terrestre che dai Balcani attraverso il Bosforo e l’Anatolia porta, via Damasco, alle città sante dell’Hijaz. Fra i cinquanta pellegrini modenesi ce ne sono una decina di nazionalità turca, partiti dalla “Ulu Cami”.

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Osman Ozel, la moglie Gulgun Afat e l’anziana madre Emine Ozel

Osman Ozel ha preso un aereo dalla Malpensa con cambio a Istanbul e destinazione finale a Jedda (città a una trentina di km dalla Mecca). Con lui ci sono la moglie Gulgun Afat, casalinga, e l’anziana madre Emine Ozel. Sono tutti originari della provincia di Smirne. E’ il suo primo pellegrinaggio in terra santa:“Il sentimento dominante alla vigilia di questo viaggio è la paura, ho paura di prendere l’aereo”, dice con semplicità Osman, un uomo alto e robusto di 50 anni, di professione contadino, da venticinque anni residente a Modena. La madre Emine è già stata alla Mecca ma non durante il periodo canonico prestabilito, ossia nell’ultimo mese del calendario lunare islamico chiamato Dhu l-Hijja. Fare il pellegrinaggio al di fuori di questo mese non è obbligatorio ma è considerato un atto di virtù e di fede supplementare. Questo pellegrinaggio “fuori stagione” si chiama Umrah.

Il costo del viaggio? 4000 euro a testa. “Soldi ben spesi” secondo Osman

Per portare una parte della famiglia in pellegrinaggio Osman ha speso in totale 12mila euro, 4mila euro a testa. “Soldi ben spesi, tutti i musulmani devono fare il pellegrinaggio almeno una volta nella vita”. I due figli di Osman e Gulgun (che in turco significa “Rosa”), cresciuti a Modena, non partono con i genitori. L’età media dei pellegrini supera quasi sempre i quarant’anni: essendo obbligatorio soltanto una volta nella propria vita e trattandosi di un viaggio costoso, l’Hajj tende ad essere prorogato dai giovani musulmani.

Il gruppo partito dalla “moschea” turca rimane due settimane alla Mecca. L’apice spirituale dura cinque giorni e culmina con i riti da compiere a destinazione e la grande festa per celebrare il sacrificio di Abramo (l’Eid el-Adha), padre di tutti i credenti nel Dio unico, patriarca e anello di congiunzione fra Ebraismo, Cristianesimo e Islam, le tre grandi religioni monoteiste (e rivelate) non a caso chiamate anche religione abramitiche.

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“Moschea” di via Munari

Ismail Sofoglù, l’imam della “moschea” turca

Mentre i pellegrini sono in viaggio o già alla Mecca riusciamo a parlare con l’imam e i dirigenti della “grande moschea” turca di via Munari. L’imam della “Ulu Cami” si chiama Ismail Sofoglù, ha quarantuno anni, è originario di Antalya ed è laureato in teologia. Ha ottenuto il titolo di “imam” ovvero guida spirituale della comunità e direttore delle preghiere all’Università di Istanbul. Questa caratteristica, la preparazione accademica e la competenza del personale religioso, distingue la moschea turca rispetto alla maggioranza dei centri islamici del Paese dominati dai maghrebini con spesso degli imam autoproclamati o designati dalla comunità non per curriculum ma per la sua conoscenza generale dei Testi e per anzianità. In “moschea” incontriamo vari fedeli di origine arabo-maghrebina fra i quali un siriano, Radi Fani:”Sono arabo ma rispetto alle altre moschee di Modena gestite da maghrebini preferisco questo centro islamico. L’organizzazione della vita religiosa è puntuale, trasparente e precisa, il clima è più intimo e raccolto e soprattutto c’è un imam di professione, certificato non improvvisato”.

L’edificio del centro islamico è capace di contenere al massimo 150 fedeli e si compone di un atrio per le scarpiere, di una sala di preghiera di dimensioni modeste, dei sanitari per le abluzioni, di uno stretto cortile interno e di un’aula per le riunioni e per le lezioni di arabo e di teologia che si tengono nei fine settimana. Per terra ogni centimetro è coperto da spessi tappetti orientali di colore rosso. La “grande moschea” di Modena è di proprietà dello Stato turco e dipende dal Ministero degli Affari Religiosi di Turchia. Più precisamente dall’agenzia governativa DITIB. Fondata nel 1983, la DITIB ha il compito di organizzare la vita religiosa nei territori della diaspora turca in Europa attraverso una rete di moschee e centri culturali ad essa affiliati.

Sono centinaia gli imam mandati in giro per l’Europa dal governo turco. A Modena anche una imam donna

Lo Stato turco controlla dunque le centinaia di “moschee turche” presenti in Europa ed è proprietario dell’edificio in via Munari a cui manda materiale didattico e personale religioso stipendiato dal Ministero degli Affari Religiosi di Turchia: come Ismail Sofoglù sono centinaia gli imam mandati dal governo in giro per l’Europa a tutelare l’identità e la cultura turco-islamica dei migranti. “In Turchia fare l’imam è una vocazione ma anche una professione – specifica Sofoglu – un lavoro che possono svolgere anche le donne”. La figura dell’imam donna è una caratteristica che rende unica la “moschea” turca di Modena. E’ una rarità anche a livello nazionale. Tradizionalmente nel mondo islamico l’imam è maschio e le orazioni e i sermoni vengono trasmessi in diretta nello spazio dedicato alle donne. L’Islam non incoraggia la mescolanza di genere e in quasi tutti i centri islamici europei e italiani, così come nei centri islamici modenesi, è in vigore la separazione fra uomini e donne con queste ultime che beneficiano dei loro spazi di preghiera e presso la Ulu Cami persino di un imam femmina con le stesse funzioni del suo omologo maschile.

Una donna prega in una moschea turca
Una donna prega in una moschea turca

In tutta Italia abitano circa 20mila turchi e nel paese esistono quattro “moschee” patrocinate dallo Stato turco: a Milano, a Como, a Imperia e a Modena. “Una decina di anni fa a Modena abitavano duemila turchi, il doppio in confronto ad adesso. La loro presenza è diminuita in parte a causa della crisi economica, quelli che avevano parenti in Germania (ndr: la nazione europea con il più alto numero di immigrati turchi, circa 2 milioni) sono partiti subito”, spiega Adem Biçer, socio del centro turco.

Chi frequenta la “moschea”? “La maggioranza è figlia della Turchia rurale, tradizionalista e conservatrice”

“E’ difficile descrivere il frequentatore medio della nostra moschea – dice l’imam – il nostro centro si trova in un punto strategico della città, in pieno centro e a due passi dalla stazione, la sua posizione è ideale per i tanti musulmani che abitano nel quartiere o sono semplicemente di passaggio”. Durante le preghiere comunitarie, accanto ai fedeli turchi troviamo musulmani ghanesi, egiziani e bosniaci, tuttavia la dirigenza e il nocciolo duro dei fedeli della Ulu Cami sono turchi.

Vengono dall’Anatolia profonda non dai fasti moderni e occidentali di Istanbul. Sono figli della Turchia rurale, tradizionalista e conservatrice. Hanno quasi tutti una famiglia e fanno i muratori e altri lavori di fatica. “La maggioranza dei fast food di kebab in Italia e a Modena sono gestiti da Curdi, non da Turchi”, puntualizza Muharrem Saçmaci socio del centro islamico.

Tradizionale costume matrimoniale turco
Tradizionale costume matrimoniale turco

Sono anche eredi della grande tradizione turco-ottomana e della sua storia. C’è una nostalgia ideale nei confronti del passato vicino e remoto del loro paese che appena un secolo fa non era neppure uno Stato-nazione ma un insieme di paesi costituenti un Impero multinazionale presente in tre continenti: l’Impero ottomano, la Sublime Porta, per secoli terrore dell’Occidente cristiano, difensore della Terra Santa e di tutti i musulmani del mondo. Un Impero sempre all’offensiva: conquistatore di Costantinopoli, capitale dell’Impero romano d’Oriente, e di quasi tutto il Mediterraneo, protagonista di clamorose invasioni e incursioni nel cuore d’Europa come gli assedi di Vienna e l’assoggettamento di gran parte dei Balcani.

Nostalgia per la Sublime Porta

Ma non è tanto la gloria del passato e l’aspetto marziale tipico di ogni Impero a suscitare nostalgia fra i turchi modenesi, popolo non arabo e con una forte identità costruita in parte dalla rivoluzione kemalista, quell’ideologia secolare e modernista messa in pratica da Mustafa Kemal “Ataturk” (in turco, padre dei turchi) fondatore nel 1923 della moderna Repubblica di Turchia. Si trattava e si tratta ancora di uno stato fortemente laico, in un paese la cui società era ed è ancora molto legata all’Islam. Nazionalista e anticlericale, Kemal fece le cose in grande: sostituì la Repubblica al Califfato ottomano che abolirà definitivamente nel 1924 gettando nel panico milioni di musulmani che per secoli guardarono a Istanbul come punto di riferimento della “Umma” (la comunità di credenti dell’Islam, in arabo).

Istanbul, la Sublime Porta (Fonte immagine)
Istanbul, la Sublime Porta (Fonte immagine)

E’ la pax ottomana e la struttura della società che essi rimpiangono. “In Turchia come nell’Impero ottomano c’e’ sempre stata tolleranza religiosa e armonia fra comunità, la composizione della società era variegata, multietnica e multireligiosa, l’autorità non imponeva l’Islam bensì proteggeva le minoranze religiose”, rievoca l’imam Sofoglù. Era il sistema dei cosiddetti “Millet”. Ai tempi degli Ottomani infatti i popoli dominati furono differenziati in base alle rispettive affiliazioni confessionali e non in base alla loro appartenenza etnica e nazionale. Erano organizzati in comunità religiose, i millet, semi-autonome e libere di sviluppare la propria lingua, la propria cultura, la propria religione sotto la direzione di una gerarchia che regolava non solo le questioni religiose ma anche lo statuto degli individui. Lo Stato ottomano non interveniva negli affari interni delle comunità ma garantiva, in cambio di una tassa speciale, i diritti civili e religiosi delle popolazioni non musulmane sotto il loro dominio. “Come oggi in Turchia, anche allora, ai tempi dell’Impero ottomano, esisteva uno Stato di diritto forte, molto più progressista e tollerante rispetto alla concezione europea del turco, per lunghi secoli demonizzato perché “barbaro infedele” e associato a costumi rudi e istinti di sangue”, commenta Adem Biçer della “moschea” Ulu Cami.

Il pellegrinaggio? “Rinascita e purificazione”

Da questa enclave turca in suolo emiliano sono partiti una decina di pellegrini, in gruppo, alla volta dell’Arabia Saudita. Per alcuni non è la prima volta, le persone molto osservanti si recano alla Mecca diverse volte nella loro vita: fra grande pellegrinaggio dell’Hajj e il piccolo pellegrinaggio non obbligatorio della Umrah. Le parole che ricorrono nelle loro narrazioni piene di emotività sono “Rinascita e purificazione”. Purificazione dai peccati commessi e rinascita quasi in senso letterale:”Compiere il pellegrinaggio è una rinascita interiore, ogni buon musulmano sogna di recarsi alla Mecca: questa città ti accoglie come una madre, per noi osservanti, e i pellegrini sono come i suoi figli. Il momento di lasciare la Mecca, finiti i riti dell’Hajj è doloroso quanto prendere commiato dalla propria madre”.

Dalla “moschea” etnica di Via Munari ci spostiamo a quella di via delle Suore, il più grande complesso islamico di Modena e provincia, per osservare come si vive l’Hajj a Modena e come celebrano i giorni del pellegrinaggio i fedeli che non sono partiti per la Mecca.

(continua con la terza e ultima parte)

Leggi la prima puntata: Da Modena alla Mecca, il sacro pellegrinaggio dei musulmani.

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Gaetano Josè Gasparini è nato e cresciuto a Bruxelles da padre italiano e da madre peruviana. Consegue la laurea a Trieste, specializzandosi in studi islamici che approfondisce viaggiando a lungo in Medio Oriente. Parla e scrive fluentemente in cinque lingue. Viene dal mondo delle radio comunitarie e del giornalismo online. Dal 2015 gestisce il sito internet di informazione http://comislamicapc.it/ legato alla Comunità Islamica di Piacenza con cui ha realizzato tre documentari sull'Islam in Italia.

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