Quel che resta dell’arte

Quel che resta dell’arte

Apre al pubblico stamattina alle 11 al Mata la mostra “Il manichino della storia – l’arte dopo le costruzioni della critica e della cultura”. Quel che resta dell’arte dopo la critica, dopo il mercato e dopo tutte le polemiche che hanno accompagnato l’esposizione, dopo lo spettacolo che è stato costruito. Dopo tutto questo, per chi ha voglia di guardare, restano loro: le opere.

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Il curatore Richard Milazzo ci indica il titolo della mostra scritto in stampatello minuscolo nero su un pannello bianco all’inizio del percorso: “Il manichino della storia – l’arte dopo le costruzioni della critica e della cultura” e parlando con quel suo accento americano e gli occhi spalancati che a malapena si nascondono dietro gli occhiali dice: “Un titolo catastrofico per una mostra brutale. Io non volevo farla. Quando sono arrivato qui sembrava tutto un minestrone”.

Arrivare all’inaugurazione di questa mattina non è stato facile: conosciuta da tutti come la mostra di Mazzoli e Bottura, il primo storico gallerista e collezionista modenese che per primo portò in Europa, precisamente a Modena, quel giovanissimo Basquiat che ora è presente proprio in questa mostra e il secondo lo chef pluristellato che ha portato il suo ristorante, la Francescana, al secondo posto tra i migliori al mondo e che ha ospitato proprio ieri l’incontro di stato tra il premier Matteo Renzi e il presidente francese Francois Hollande. Una coppia piuttosto strana la cui idea – diciamocelo pure: costosissima – ha colorito la cronaca locale durante la torrida estate. L’esposizione, ospitata dall’ex Manifattura Tabacchi in spazi ristrutturati per l’occasione, sembra aver preso questa forma provocatoria anche in risposta a tutto ciò che si è detto in questi mesi. A partire da quel titolo, “Il manichino della storia” che richiama l’opera di Francisco Goya “El Pelele” che rappresenta un fantoccio di paglia lanciato in aria da alcune giovani celebranti. Se l’arte è il manichino, viene da chiedersi chi siano coloro che lo lanciano in aria e forse nessuno dovrebbe sentirsi veramente escluso.

cavallo Paladino

Ad accoglierci, in mezzo alla piazza con una suggestiva torre sullo sfondo dai colori tendenti al rosso mattone, è il “Cavallo di Modena” di Mimmo Paladino, un cavallo di Troia contemporaneo che per un attimo ci fa sentire come in un quadro di De Chirico: un’opera nell’opera che ci accoglie e accompagna. Una volta varcata la soglia, la prima cosa che vediamo è la fotografia perché, come ci spiega Milazzo, “è il modo primario di fare arte oggi”. Qui troviamo Wolfgang Tillmans, Cindy Sherman, Luigi Ontani, Richard Prince e Robert Longo che ci mostrano immagini costruite e studiate per essere immortalate. Un po’ come il “Don Quixote in his study” di Vik Muniz, un’enorme opera costruita – sembra – con quei giochini di plastica che si trovano negli ovetti Kinder che l’artista ha faticosamente assemblato per poi fotografarla e successivamente distruggerla: “Poteva tenere la scultura e invece ha scelto di fotografarla, questo ci mostra l’importanza di questa forma espressiva”.

“Don Quixote in his study” di Vik Muniz
“Don Quixote in his study” di Vik Muniz

Qualche passo più in là veniamo catapultati in quella che viene definita la fenomenologia della rappresentazione, in poche parole, spiega sempre il curatore, “l’arte che fa finta di essere arte”. Un esempio su tutti l’installazione di Allan McCullumTwenty Plaster Surrogates”, una serie di quadri vuoti e totalmente finti costruiti in ceramica e dipinti perché “senza l’immagine quel che resta è il vuoto. L’obiettivo non è rappresentare qualcosa ma mostrare il processo di rappresentazione e svelare così la fabbricazione che c’è dietro qualsiasi rappresentazione del nostro mondo”. Esattamente dal lato opposto troviamo Haim Steinbach con i suoi oggetti inutili e bellissimi che ci sbattono in faccia, senza troppi giri di parole, quel mostro che è il consumismo.

HaimSteinbach
Haim Steinbach

Mentre riempiamo occhi e cuore della meraviglia che è l’arte finiamo davanti a una parete bianca dove due fili elettrici attorcigliati partono dal pavimento e salgono abbracciati fino a diventare due lampadine che si sfiorano quasi per darsi un bacio. “Mi viene da piangere quando lo guardo” dice Milazzo mentre ci spiega l’opera di Felix Gonzalez-Torres: “Il suo partner morì di Hiv e lui lo seguì qualche anno dopo. Qui vengono rappresentate due persone, poco importa se uomo e donna o uomo e uomo o donna e donna, sono due persone che si baciano. La luce accesa rappresenta la vita e quando si spegne, è finita. Quando fece quest’opera, nonostante tutto, non era arrabbiato”.

Ci spostiamo di qualche metro e troviamo una serie di quadri che apparentemente non hanno nulla da spartire ma che grazie alla visione di Richard Milazzo finiscono per raccontare un’unica storia, quella del razzismo e delle discriminazioni. Al centro, prorompente e ingombrante, c’è Anselm Kiefer che ci propone un lavoro sulla Seconda Guerra Mondiale con un’enorme pianta del mare o del cielo, dove i numeri sono le stelle con un non troppo sottile riferimento a quelli marchiati sulla pelle degli ebrei durante le deportazioni. Accanto, sulla sinistra, due piccoli quadri: in uno compare solo la scritta “the jews” ed è firmato da William Anastasi perché – spiega Milazzo – “volevo fosse chiaro il confronto tra lo spazio che i due artisti utilizzano per esprimere lo stesso concetto” e sotto c’è un’opera di Basquiat che, insieme a quella piazzata alla destra di Kiefer, è la vera provocazione della parete pensata da Milazzo.

J.M. Basquiat "NewYork"
J.M. Basquiat “NewYork”

Basquiat e il suo “black soap” e Shirin Neshat con “Birthmark” rappresentano infatti il razzismo più contemporaneo: le discriminazioni verso i neri denunciate dall’artista afroamericano e che partono da lontano con la segregazione razziale e dall’altra parte la paura verso il mondo islamico che sempre più spesso viene equiparato al terrorismo. Nella sua opera, Shirin Neshat, ci mostra una donna velata con la mano davanti alla bocca, quasi a dirci che non può parlare, se non fosse per le parole che ha disegnate sulle dita. Di fronte, in una piccola stanza, Robert Longo ci mostra ciò che vedevano i deportati nei campi di concentramento poco prima di terminare il loro viaggio in treno, una foresta al tramonto che diventa un riquadro nero perché “quello che succedeva dopo è stato un orrore talmente grande che non si può rappresentare”.

Shirin Neshat
Shirin Neshat

Gino De Dominicis ci accompagna in un mondo di metamorfosi dove le forme appaiono strane perché rappresentative della trasformazione dell’umanità: a volte in meglio e altre in peggio. Ed è impossibile, qui, non rimanere incantati davanti al “Ritratto di Alessandra J.” Poco più in là c’è quella che Milazzo definisce arte dell’appropriazione, ben rappresentata da Ross Bleckner con il suo “Black Monet” dove l’artista “ha preso i famosi fiori di Monet modificandoli per esprimere la mortalità, dove il buio è più importante della luce” e da Philippe Taaffe con il suo “Twisted Covenant” che riproduce un’opera di Barnett Newman trasformando le linee verticali in corde arrotolate e tonde, in un qualche modo sensuali, che sono allo stesso tempo un omaggio e un gesto d’amore.

Kiefer Basquiat Anastasi
Kiefer Basquiat Anastasi

Non poteva mancare la Transavanguardia: Mimmo Paladino, Mario Schifano, Sandro Chia in una sfilata di capolavori che lasciano senza fiato per bellezza e dimensioni. In mezzo a loro, il giapponese Takashi Murakami con la sua coloratissima foresta. Apriamo quelle che sembrano le pesanti tende in velluto rosso di una sala di teatro per entrare nella stanza “vietata”: qui troviamo la “Fuckface” – e mai titolo fu più azzeccato – di Jake and Dinos Chapman, che ci mostra come il sesso sia in qualunque posto.

Alla parete la grande fotografia di Andres Serrano con in primo piano il piede di un morto per avvelenamento, dall’altro lato lo splendido tavolo anatomico di Chen Zhen che rende visibile ciò che è invisibile: gli organi interni, qui realizzati in cristallo. Infine la coraggiosissima opera di Annette LemieuxSun Gods” che rappresenta ciò che si vedeva in un caleidoscopio del 1900: il terribile spettacolo dei corpi e dei volti degli schiavi neri usati come figurine di cui ridere.

MilazzoFerriPrima parte
Fausto Ferri e Richard Milazzo

Ci richiudiamo alle spalle le tende rosse e Milazzo ci porta davanti a quella che definisce “un’opera piena di speranza”: un Jean-Michel Basquiat che qui ci racconta la sua New York: siamo negli anni Settanta e i colori sono il bianco e il nero. Al centro del quadro una testa grigia, sintesi perfetta dell’idea di contaminare e mischiare. Il bianco e il nero, risoluzione estetica delle battaglie tra bianchi e neri, appunto, trova al suo centro la perfetta fusione con una figura grigia, frutto della mescolanza tra i due non-colori. “Rappresenta la speranza di umanità”, ci dice Richard Milazzo con gli occhi pieni di sincera emozione. Forse è questo che resta dopo tutto: un ritorno alle origini, la pura emozione di un’opera d’arte.

In copertina, un dettaglio dell’opera di Julian Schnabel ‘Untitled (View of the Dawn in the Tropic)’.

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Giornalista e video reporter, ha lavorato per tv e quotidiani. È tra i fondatori del progetto Converso.

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