Modena e la sua Porta aperta: “Fiumi di vita ai margini”

Si chiama “Argini Margini” ed è un libro che racconta la realtà di Porta Aperta, associazione di volontariato che a Modena si occupa dal 1978 di accoglienza e prevenzione del disagio e di emarginazione. Lo fa soprattutto tramite il suo Centro di Accoglienza, luogo storico modenese dove sono passate migliaia di persone in difficoltà: migranti, profughi, tossicodipendenti, senza tetto, italiani e stranieri, che per certi periodi si ritrovano a vivere insieme. Questo mondo viene raccontato in “Argini Margini” (info per acquistarlo in fondo all’articolo) attraverso le foto di Luigi Ottani e i testi di Laura Solieri, volontaria e giornalista (nonché collaboratrice di Note Modenesi) che ha raccolto le testimonianze dei vari ospiti passati sotto il tetto di questo luogo così particolare. Abbiamo parlato proprio con Laura della sua esperienza con Porta Aperta, di cos’ha visto e delle persone che ha conosciuto e del perché fare volontariato.

Com’è nata l’idea di “Argini Margini” e perché questo titolo?

Laura Solieri
Laura Solieri

Conosco la realtà di Porta Aperta da parecchio tempo: ho iniziato a fare volontariato in mensa che avevo 15 anni e tuttora ogni quarto sabato del mese e in altre occasioni particolari (tipo la cena del 31 dicembre o ferragosto) presto servizio lì. Negli anni, sia come volontaria che come giornalista, ho continuato a collaborare con questa associazione e ho imparato a conoscerla sempre meglio e l’anno scorso, insieme all’amico fotografo Luigi Ottani e al direttore Giorgio Bonini abbiamo deciso che era arrivato il momento di raccontare Porta Aperta in un libro, per dare immagini e parole a un pezzo importante di Modena. Porta Aperta infatti gestisce il Centro di Accoglienza Madonna del Murazzo e dal 1978 svolge un servizio alla chiesa modenese e alla città, occupandosi di accoglienza, prevenzione del disagio e di gravi forme di emarginazione.

Argini Margini perché Porta Aperta è situata geograficamente in periferia, ai margini della città, lontano dai suoi rumori, e tra le sue mura, tra i suoi argini, scorrono fiumi di vite ai margini in cui costante è la voglia di un riscatto, economico, sociale, emotivo. Questo libro parla di Porta Aperta e contemporaneamente di Modena, in quanto per definizione essa è un luogo aperto sulla città, dove i confini tra esterno ed interno, fuori e dentro, sono davvero molto labili e l’umanità che si incontra in questo crocevia di opportunità e speranza – così don Ciotti, che ha curato la prefazione del libro, descrive Porta Aperta – è un’umanità varia, complessa, arricchente.

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Il libro è già stato visto dagli ospiti di Porta Aperta e dai volontari? Che reazioni ha avuto per ora?

Anche se in alcuni casi, su richiesta degli stessi intervistati, ho usato nomi di fantasia, tutti quelli che fino ad ora lo hanno sfogliato e letto, si sono riconosciuti nel pezzettino di storia che hanno voluto consegnarmi.

Per quanto riguarda gli ospiti del centro, essendo Porta Aperta letteralmente un porto di mare, la maggior parte delle persone incontrate durante l’anno di lavoro che ha preceduto la pubblicazione del libro, che mi hanno lasciato la propria testimonianza, non si trovano più presso l’associazione ma le storie raccolte, raccontano spaccati di vita comuni tra chi passa da Porta Aperta, vissuti ed esperienze in cui, in generale, queste persone si ritrovano facilmente.

Ogni storia rimane comunque un unicum e le reazioni più toccanti e significative le ho riscontrate nel momento stesso dell’intervista, dell’incontro, della chiacchierata, seduti per terra vicino alle mura del cimitero di San Cataldo (Porta Aperta ha sede lì di fianco), in fila, in attesa della distribuzione dei pasti all’ora di cena, nel cortile interno del centro, seduti su dei bancali di legno. Ci sono state interviste piene di silenzi, pause e a volte di lacrime. Oppure fiumi in piena, uomini con una gran voglia di raccontare e raccontarsi, di essere ascoltati, di ritrovarsi fra le proprie parole, fra i propri ricordi.

Quando si cerca di parlare di accoglienza è necessario mettersi in ascolto, aprirsi al confronto, abbattere le barriere e i pregiudizi. Nel libro ho scelto di dare ampio spazio alla vox populi, ai luoghi comuni che tutti abbiamo nelle orecchie: “se sono ridotti così è anche colpa loro, non hanno voglia di fare niente”; “sei ci fai caso hanno tutti il telefonino, evidentemente così male non stanno” e, visto che siamo nel periodo, “a Natale vorrei chiamare un povero a mangiare a casa mia”. Ho cercato di andare oltre, la realtà è talmente complessa che paradossalmente è più facile raccontarla partendo da qui, dalla grettezza dei sentito dire per restituirle la verità che la contraddistingue.
Quando poi le parole si incontrano con le immagini, come abbiamo cercato di fare in questo libro io e Ottani, il messaggio si fa più potente, più incisivo.

I cosiddetti “emarginati” sono in realtà persone diversissime tra loro, per cultura, estrazione, etnia, ognuna con i suoi problemi: hanno in comune il fatto di trovarsi in difficoltà. C’è un senso di comunità, di sentirsi parte qualcosa di comune, oppure le differenze vengono fuori anche nei momenti di difficoltà?

Tra le persone che vivono in strada scattano meccanismi di solidarietà molto forti, suggellati da uno scambio di sigarette o da un sorso di birra, come molto forti e pesanti sono i litigi, quando capitano.

Spesso i senza dimora tendono a dormire in gruppo per difendersi a vicenda, per accertarsi che nessuno li derubi dei pochi averi che hanno in tasca, cinque euro, i documenti, oppure li maltratti. Anche tra loro c’è razzismo: tra clochard italiani e stranieri e tra stranieri e stranieri, in particolare tra africani. Si risente inoltre delle conseguenze di una certa islamofobia per cui “noi siamo musulmani allora ci trattate meno bene dei ghanesi o dei nigeriani” e dell’idea che ci siano tanti soldi pubblici per l’assistenza “che chissà come vengono spesi, mentre a noi arrivano solo le briciole e mi dai l’acqua quando con tutti i soldi che avete un succo di frutta me lo potresti anche dare”.

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Secondo te essere poveri in una città mediamente ricca come Modena è peggio? O la fame e l’emarginazione sono uguali ovunque?

Un ragazzo del sud Italia che ho intervistato, arrivato a Modena un paio di anni fa, mi ha detto: “Quando uno prova la fame, la porta nel cuore fino a quando muore. La fame di tutto. La fame da noi vuol dire come fai la vita”. Quel “come fai la vita” mi ha fatto molto riflettere sulla percezione dello stato e del sentimento di emarginazione. Credo che la fame e l’emarginazione siano, di fatto, uguali ovunque ma credo anche che il contesto in cui le proviamo ne cambi radicalmente la percezione.

Fra le tante storie e i tanti ospiti di Porta Aperta quali ti colpiscono di più?

Mi colpisce il concentrato di vite, esperienze, storie che scorrono tra queste mura, è un incontro che aiuta a fare i conti con i propri limiti, con le proprie fortune, con il proprio orticello.

Mi colpiscono le condizioni di vita di alcune persone incontrate sulla strada: parlo degli aspetti pratici, di gestione quotidiana della propria persona, degli spazi e dell’intimità di cui dovrebbero godere tutti. Mi colpiscono i tre anni di camminata dall’Afghanistan a Modena di un ragazzo incontrato la scorsa estate, una storia d’amore senza dimora e senza paura che mi è stata raccontata dai suoi protagonisti, mi colpiscono gli occhi vivi e i volti stanchi di persone che non hanno più voglia di provare vergogna per la loro condizione. Mi colpisce la delicatezza di alcune persone incontrate durante le uscite di unità di strada: “Ha freddo signora? Tira troppo vento stasera”, mi ha detto una volta un uomo che poi non ha voluto farsi intervistare. Quella domanda così spontanea, priva di ironia e recriminazione, mi ha lasciato di stucco.

Porto con me la frase di un medico volontario di Porta Aperta: qui non si fa nessuna carità ma solo giustizia sociale.

Raccontare Porta Aperta vuol dire raccontare anche il lavoro dei volontari. Ogni persona ha le sue motivazioni, ovviamente. Tu ti sei mai interrogata con te stessa sul perché fai volontariato?

La gratuità dei gesti, delle azioni, delle parole mi dà speranza. Di fronte a tante cose che non funzionano, trovo nel volontariato una parentesi affidabile e pulita in un mondo che troppo spesso non mi piace.
Dare il mio contributo e vedere come si traduce nella realtà a cui scelgo di destinarlo, mi fa stare bene.

A chi vorrebbe fare volontariato ma pensa di non “avere il tempo” cosa diresti?

È troppo il tempo che dedichiamo a cose che non ci piacciono o che dobbiamo obbligatoriamente fare, rispettando ritmi e scadenze imposte da altri. Il volontariato in quanto tale è espressione della nostra volontà, è il tempo che scegliamo per noi e contemporaneamente per gli altri, per fare cose che ci piacciono e hanno una ricaduta diretta sulle persone che decidiamo di affiancare. Quando dentro di noi arriva questo impulso e si individua nel proprio contesto di riferimento la realtà che più fa per noi, si troverà automaticamente il tempo.


 

Il libro Argini Margini è acquistabile nelle librerie di Modena e provincia e a Porta Aperta (25 euro a copia – Modena, Strada Cimitero San Cataldo 117) con prenotazione scrivendo a n.paterlini@virgilio.it o telefonando al 329.7236079. Il ricavato servirà per sostenere le attività di Porta Aperta.

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(foto di Luigi Ottani)

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