Modena città aperta: intervista a Francesco Falcone

 

Francesco-FalconeA Modena non ha mai abitato, ma ci ha passato gran parte della vita – “dalle sette del mattino alle sette di sera, a volte anche oltre” – come segretario generale della Cisl. Francesco Falcone è un modenese d’adozione di origine pugliesi, oggi abita con la famiglia a Scandiano e lavora a Bologna, “anche se ancora adesso una volta a settimana sono a Modena per lavoro”. Attualmente è presidente dello IAL – Innovazione Apprendimento Lavoro, uno dei principali soggetti formativi dell’Emilia-Romagna, nato negli anni ’50 proprio dalla Cisl.

Come è arrivato a Modena?

“Io sono nato a San Giovanni Rotondo, ormai 58 anni fa. Sono arrivato in Emilia-Romagna nel ’77, ho iniziato come operaio alla Ceramica Valsecchia di Castellarano. Poi subito dopo, alla fine negli anni ’70, ho cominciato a lavorare per la Cisl, prima a Reggio e poi a Modena, e da allora non ho mai smesso. Nel 2011 ho dato le dimissioni da segretario generale della Cisl di Modena, dopo 11 anni di incarico.

Venendo dalla Puglia come apparivano Modena e l’Emilia all’epoca?

Modena era un punto di riferimento per i giovani meridionali. Io ero partito provvisoriamente, poi sono passati 40 anni e sono ancora qua. Il mio obiettivo era studiare e lavorare, poi purtroppo gli studi non li ho completati perché il sindacato mi ha assorbito completamente. Io sono della vecchia scuola, quindi penso che il sindacato, se lo fai per passione, non lascia spazio ad altro.

Allora l’Emilia era una regione in forte crescita, in espansione, un riferimento per tutto il resto d’Italia. Oggi forse meno: come tante altre regioni manifesta alcuni ritardi nell’innovazione, ad esempio nel sistema infrastrutturale, nella viabilità. Ma penso anche al sistema del dissesto idrogeologico del territorio o al problema dell’inquinamento. E ancora la disoccupazione, che qua sembrava impossibile, con una crescita occupazione inarrestabile, e invece poi abbiamo scoperto che non è così. Però la cosa che oggi mi amareggia di più è vedere i segnali di infiltrazioni mafiose, che, come sappiamo, erano presenti già diversi anni fa.

Ha mai vissuto con disagio la condizione di immigrato?

No, non ho mai vissuto la condizione di immigrato come disagio. Io ho sempre considerato Modena una città accogliente, seppur con certe contraddizioni mai risolte. Proprio il caso dell’immigrazione ne è un esempio. Circa metà dei cittadini di Modena non sono modenesi, si sono fatti grandi passi avanti ma si fatica a trovare un equilibrio. Quello dell’integrazione è un processo complesso, sempre in corso, sempre alla ricerca di nuove soluzioni. E una soluzione definitiva non si trova mai perché le situazioni cambiano, dunque si è sempre alla ricerca di nuovi equilibri.

Io, all’epoca, avevo l’idea di lavorare dove venivo collocato dalla provvidenza, e quindi se mi ritrovavo in Emilia dovevo cercare di dare il meglio di me stesso qua, come avrei fatto da un’altra parte. Sapevo cosa fare, volevo studiare e lavorare. Dovevo spostarmi per forza, era normale. In Puglia all’epoca molte facoltà non c’erano, alcune sono arrivate di recente. Quindi spostarmi era la prassi. Modena dava lavoro, sembrava avere una crescita illimitata, anche se negli ultimi anni abbiamo scoperto di avere dei limiti e di soffrire di certi ritardi.

Secondo lei quali sono le cause di questi ritardi?

Guardi, io mi ricordo che qua è sempre stato così: si ragionava molto, si facevano molte analisi, e poi si era molto lenti nel prendere le decisioni. Prenda la bretella Campogalliano-Sassuolo: sono 40 anni che se ne discute. Quarant’anni che si parla sempre della stessa cosa. Bisognerebbe essere più operativi. Ai tempi miei si discuteva tre anni se fare o non fare la piscina al parco Ferrari, e dopo tre anni di discussioni si arrivava alla conclusione che la piscina non si doveva fare. Oppure lo scalo merci di Marzaglia. Doveva essere operativo anni fa, e ancora si aspetta. Si rischia di parlare del nulla per anni, fare analisi, proposte, ma il problema di solito è decidere cosa fare, avere anche il coraggio e la responsabilità di fare. E’ inutile avere delle idee innovative che vengono realizzate dieci anni dopo.

Il paradosso sa qual è? Che si arriva alle conclusioni giuste, ma 15 anni dopo, quando ormai quelle conclusioni non hanno più senso. E’ come se oggi ordinassi una macchina nuova che però mi arriva fra tre anni, quando ormai sarà superata. Ci vuole più tempestività, più velocità nelle decisioni. Un altro esempio: la metropolitana di Modena. Ora, chiunque, anche appena arrivato in città, si accorge che la si può attraversare tutta a piedi in venti minuti, da est a ovest. Eppure si è discusso per anni di questa metropolitana. Alla fine ovviamente non si è fatta.

Oggi le cose sono diverse?

Secondo me Modena ha un gruppo dirigente in grado di risolvere i problemi, ma come molte comunità sconta il problema dei limiti della rappresentanza. Su Muzzarelli devo dire che, per come lo conosco io, penso che abbia le competenze amministrative e la conoscenza del territorio che possano portare la città a una svolta. Modena deve puntare a essere la numero uno, solo così sarà competitiva. Ma bisogna saper pensare insieme, progettare insieme, perchè l’individualismo in una comunità porta poco lontano.

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